“Lo Stato ha il dovere di proteggere i cittadini, interrompere le violenze e individuare i responsabili. Su questo serve chiarezza. Il diritto di manifestare deve essere tutelato, così come deve esserlo il diritto delle persone a lavorare, circolare e vivere in sicurezza”. Lo dice a LaPresse la psicologa Antonella Elena Rossi, commentando il nuovo decreto Sicurezza, varato dal Consiglio dei ministri sulla scia degli scontri di Milano, Torino e Bologna. Misure che “vanno valutate nella loro applicazione concreta: capacità di individuare le responsabilità individuali, proporzionalità delle conseguenze, garanzie e riduzione della recidiva. Dopo l’intervento dello Stato, quel ragazzo sarà meno pericoloso per gli altri e più capace di governare se stesso?”, si chiede Rossi.Il nuovo decreto Sicurezza e le conseguenze del dannoMentre ci si interroga sull’estensione del fermo preventivo alle zone della movida, sull’imputabilità dei minori dai 14 anni, sul nuovo reato di partecipazione violenta ai cortei e sulle multe per i genitori, Rossi invita a guardare a “conseguenze tempestive e comprensibili, riparazione del danno e percorsi educativi verificabili. Dove possibile, e secondo le valutazioni dei servizi e dell’autorità giudiziaria, il ragazzo dovrebbe confrontarsi con il significato concreto di ciò che ha distrutto. Una pensilina danneggiata può significare una persona anziana che aspetta l’autobus sotto la pioggia. Un negozio saccheggiato può significare stipendi, debiti, mesi di sacrifici. La responsabilità comincia quando il danno smette di essere astratto”, sottolinea.Quanto alle misure preventive, “occorrono criteri rigorosi e valutazioni individuali. Le condotte devono essere accertate, evitando che un quartiere, un abbigliamento o un’origine diventino indizi di colpevolezza. E dobbiamo investire nella continuità educativa: scuola, servizi, sostegno alle famiglie, opportunità formative e lavorative. Un educatore che riesce a trattenere un ragazzo dentro un progetto di vita sta facendo anche sicurezza pubblica”.I genitori chiamati a pagare i danniE la possibilità di far pagare i danni ai genitori? “Una famiglia non può liquidare un’aggressione come una ragazzata o difendere il figlio a prescindere da ciò che ha fatto. Ma la responsabilità educativa richiede molto più di una sanzione economica. Ci sono genitori che minimizzano, altri che non vedono, altri ancora che chiedono aiuto da tempo senza riuscire a trovarlo. Dobbiamo saper distinguere queste situazioni. Pagare il danno non significa aver riparato la relazione educativa”, dice la psicologa.Alla famiglia “va chiesto di collaborare, rispettare gli impegni, partecipare ai percorsi previsti e sostenere il figlio nell’assunzione di responsabilità. Quando mancano strumenti, devono esserci interventi concreti. Anche la reazione degli adulti conta: l’umiliazione e la violenza non insegnano a regolare la rabbia. L’autorevolezza richiede fermezza, coerenza e capacità di restare presenti. Un genitore dovrebbe poter dire: ‘Quello che hai fatto è grave. Non lo giustifico. Ti accompagnerò ad affrontarne le conseguenze’. L’amore educativo regge anche il momento in cui un figlio si arrabbia perché gli abbiamo detto di no”.Il furto di oggetti griffati tra frustrazione e desiderio Da una parte la rabbia, dall’altra la razzia non di pane, ma di oggetti griffati: come si tengono insieme queste due cose? “Possono convivere frustrazione, desiderio di prestigio, opportunismo e ricerca di eccitazione. Sarebbe semplicistico attribuire ogni furto a una protesta sociale, così come sarebbe superficiale ignorare il significato che certi oggetti assumono nella costruzione dell’identità. Per alcuni ragazzi il marchio può rappresentare una promessa di riconoscimento: se possiedo quell’oggetto, sarò guardato diversamente, avrò un posto nel gruppo, sembrerò una persona di successo”, analizza Rossi.Attenzione, si tratta di “un’ipotesi interpretativa, da verificare nelle singole storie. Ma ci interroga su un messaggio molto presente nel mondo adulto: il valore personale misurato attraverso ciò che si possiede e si mostra. Se il prestigio ha sempre un prezzo esposto, qualcuno può finire per credere che anche la propria dignità dipenda da ciò che riesce a indossare”.Questo non rende inevitabile il furto e non lo giustifica, precisa Rossi. “Ci aiuta però a comprendere perché l’educazione debba lavorare anche sul desiderio. Possedere un oggetto può dare una gratificazione immediata. Costruire una competenza richiede tempo, frustrazione, tentativi. È su questa capacità di aspettare e costruire che dobbiamo tornare a investire”. I figli del decreto SicurezzaMa allora chi sono figli questi ragazzi? “Sono figli di famiglie diverse. Non abbiamo elementi per attribuire a tutti abbandono, povertà, assenza di affetto o una determinata cultura. Le biografie vanno conosciute. La domanda, però, riguarda anche noi adulti: quali comportamenti premiamo? Come gestiamo i conflitti? I ragazzi ci osservano quando umiliamo qualcuno online, quando trasformiamo l’aggressività in spettacolo, quando ammiriamo il successo senza chiederci come sia stato ottenuto. Gli adulti – ammonisce Rossi – educano anche nei momenti in cui credono di non essere osservati”.I segnali spia e l’effetto social“Questo non significa distribuire una colpa indistinta alla società, ma riconoscere responsabilità precise: della famiglia, della scuola, delle istituzioni, delle piattaforme e di chi ha visibilità pubblica. Serve una presenza capace di accorgersi dei cambiamenti: assenze da scuola, aggressività crescente, denaro o oggetti di provenienza inspiegata, frequentazioni intimidatorie, progressivo isolamento. Un ragazzo ha bisogno che qualcuno si interessi alla sua vita abbastanza da fargli anche domande scomode”.La rabbia ormai corre sui social. “I social possono accelerare la convocazione, amplificare le immagini e offrire una ricompensa immediata attraverso visualizzazioni e approvazione. Per alcuni, essere ripresi può diventare una componente del gesto: la violenza viene compiuta anche pensando al pubblico che la guarderà. Il telefono può trasformare un’aggressione in una scena. Il dolore della vittima, però, resta reale anche quando il video finisce. Dobbiamo lavorare anche sugli spettatori. Chi assiste può incoraggiare, filmare, condividere oppure cercare aiuto. Sono scelte diverse, con conseguenze diverse. Un ragazzo deve imparare a riconoscere il momento in cui il desiderio di appartenere lo sta rendendo complice”. Ma anche chi informa ha una responsabilità: “Raccontare i fatti, tutelare le vittime ed evitare di costruire reputazioni spettacolari intorno agli autori”, sottolinea Antonella Elena Rossi. “La sfida è dare a questi ragazzi ragioni per essere fieri di ciò che costruiscono. E insegnare loro che nessun bisogno di essere visti autorizza a cancellare la dignità di un altro”, conclude la psicologa.Milano, sabato 17 ottobre 2026 (Foto Stefano Porta/LaPresse)Questo articolo Nuovo decreto Sicurezza: le misure sui giovanissimi analizzate dalla psicologa proviene da LaPresse