Molto banalmente: per tutti quelli che si lamentano che la musica tutta – nel mondo ma soprattutto in Italia – fa schifo, è diventata tutta liofilizzata e proto-uso, è prevedibile, è formulaica, è appiattita nelle idee perché oggi è tutto troppo liquido troppo veloce troppo TikTok, ecco, per tutti questi la risposta è semplice: forse è solo perché non cercate abbastanza. Forse vi sembra che ci sia solo musica ritagliata su Spotify e TikTok perché solo questa è quella che vi arriva, e solo questa è quella che vi andate a cercare. Poi per carità: ci sono state delle fasi in cui il pop era in una salute migliore, il rap era in una salute migliore, l’elettronica era in una salute migliore (o meno compartimentata in cliché astuti), però ehi, le cose buone ci sono.Se c’è una traiettoria che ci ha sempre affascinato è quello della supernova chiamata 72-Hour Post Fight. Una supernova che anche scomposta, da brava supernova, dà risultati notevolissimi: Fight Pausa ci ha letteralmente affascinato, col suo ultimo album solista, e ne è nata una chiacchierata notevole. Ma altrettanto ci ha affascinato Palazzi D’Oriente, alias Luca Bolognesi, l’altra metà fondativa dei 72. Il suo “TPT: The Perfect Tool” è molto distante dalle traiettorie kingkrulesche del “House Baby” di Fight Pausa, ma ha la stessa portata di altissima qualità e di prospettiva UK: solo che qui sono giocate in un alveo che potrebbe benissimo essere raccontato, per dire, dal catalogo della Hyperdub (non è un caso faccia capolino fra gli ospiti anche Cooly G), quindi si pencola fra UK garage, electro, footwork, house crepuscolare, piccole stilose apocalissi tascabili. In sintesi, un album della madonna.(Eccolo, non fatevi sfuggire l’ascolto; continua sotto)Una cosa che un po’ ci ha fatto inarcare almeno all’inizio il sopracciglio c’è: il fatto che sia definito un “dj album”, nella comunicazione ufficiale. E che sarebbe mo’? La chiacchierata con Luca la iniziamo chiedendogli esattamente questo, un po’ ridendo e un po’ no. Luca coglie perfettamente lo spirito, ed offre una risposta elaborata – riportarla ci aiuta anche ad inquadrarlo per bene, artisticamente. “Guarda, se l’avessi chiamato ‘album’ e basta forse non sarei stato preciso, non sarei stato del tutto onesto. Nel senso: per me è un album è un progetto chiaro, definito nel suo complesso. Qualcosa dove tra l’altro i featuring non ci sono, o sono limitati al minimo indispensabile. “The Perfect Tool” invece nasce nel tempo, riunisce una serie di cose che sono state fatte jammando, così, quasi per caso, per il gusto di farlo, passavano in studio amici e gli dicevo ‘Dai, tiriamo fuori qualcosa’. Col tempo il materiale di questo tipo si è accumulato, mi sono ritrovato con un bel po’ di tracce così, e quindi sono arrivato a dirmi: e ora che ne faccio di tutto questo?”.Se da un lato in effetti l’album è un insieme di cose diverse fra loro – appunto, c’è il pezzo UK garage, il pezzo electro-apocalittico, il pezzo housey, eccetera eccetera – c’è un comunque un filo conduttore, o almeno, questa è l’impressione. Non è un caso. “Io di base sono partito come dj, non come produttore”, spiega infatti Luca. “Dai 16 ai 23 anni ho fatto praticamente solo quello. Poi, ho iniziato a produrre. Ma mi è rimasta un po’ questa cosa che il dj si porta in giro la sua cricca di amici, le sue persone di fiducia, che magari gli fanno pure – come dire – da vocalist, che gli stanno accanto in console… Ed il disco è nato alla fine un po’ così. Attenzione: non è un ‘producer album’. Non è un disco che nasce da sessioni di scrittura ben precisa, dall’idea di dare appunto vita ad un album, ad un progetto fatto e finito e ben delimitato. Se alla fine ho deciso di chiamare “The Perfect Tool” un ‘dj album’ non è stato, te l’assicuro, per provare a mettere giù una trovata di marketing. Semplicemente, mi pareva la definizione più onesta. Questa release non è ‘Oh, voglio raccontare una storia, la mia storia, voglio raccontare il mio suono’, è semmai più un ‘Oh, mi sono ritrovato con un po’ di cose sparse fatte con amici, eccole qua, le ho messe assieme’. Questo è il senso”.(Una foto di Palazzi D’Oriente; continua sotto)Prendendo al volo lo spunto sull’essere dj, spostiamo subito allora la conversazione sul concetto di “tool”, parola ed entità che nel gergo djistico ha una componente ben precisa. “Vero, i tool sono una cosa ben precisa. Qua per certi versi ne ho esteso il significato: questo disco nel suo insieme è un ‘perfect tool’ perché è un modo per fare stare insieme nello stesso progetto persone diversissime fra loro, di cui però ho stima enorme e che ho sempre pensato mi sarebbe piaciuto vedere insieme, anche se a prima vista inserirli tutti quanti in uno stesso contenitore sembrerebbe impossibile o giù di lì. Se il ‘tool’ in senso tradizionale serve ad irrobustire un dj e a legare alcune parti fra loro, in questo caso “The Perfect Tool” è un modo per mettere dentro lo stesso progetto artisti che amo, ma che di base sarebbe stato improbabile mettere assieme. È qui che questo album realizza la sua essenza di essere ‘tool’. Con la fortuna che ci sono dentro artisti che, ciascuno a modo suo, amano l’idea del confronto e dell’ascolto – non ti parlo tanto dal punto di vista artistico quanto proprio di quello umano. Quindi sì, ha senso che siano coinvolti in una operazione come questa“.Ecco, a proposito di persone coinvolte: ci sono il supertalento Deriansky ed altre schegge del meraviglioso TEAMCRO, così come ovviamente Massimo Pericolo, da tempi non sospetti amico e socio di musica di Palazzi D’Oriente (molto bella la sua “Pagami!”); c’è Rebecca Salvadori che attraversa col suo tocco multidisciplinare; ci sono l’americano RXK Nephew e l’inglese Kibo; e poi c’è Cooly G. Parlando di quest’ultima, a Luca brillano gli occhi. “Pensa, ci siamo conosciuti on line. 2018. Lei e Ikonika per me sono sempre state delle queen totali. E quindi, quando iniziai a lavorare sul disco dei 72, presi il coraggio e le scrissi in direct così dal nulla ‘Senti, non te ne fregherà nulla, ma io sto avviando una band, tante cose che abbiamo fatto ad oggi hanno veramente tanto l’influenza delle cose che fai tu. Io te le mando, ma capisco se non hai né tempo né voglia di ascoltare’. Lei non solo ha ascoltato, si è presa così bene che ci ha offerta di fare il remix di una traccia. Poi è successo che praticamente un anno dopo mi sono ritrovato a Bristol, le ho scritte se le andava di vederci: io incontrammo io, lei e Kode9 all’Acquario di Bristol, che girammo in lungo e in largo, chiacchierando fra noi”.“Cooly in questo “The Perfect Tool” non doveva nemmeno esserci. Originariamente la traccia in cui c’è lei doveva avere un’altra persona alla voce, un’americana che non conosce nessuno ma che a me fa impazzire, tant’è che l’avevo contattata on line. Peccato si sia rivelata una pazza totale. Guarda, cose che magari ti racconterò a registratore spento. Resta il fatto che il disco era praticamente tutto chiuso, restava solo questa traccia per forza di cose non terminata. Che si fa allora? Si chiede aiuto a mamma Cooly…”, ride Luca. “Lei non solo si è presa benissimo, ma ha anche detto ‘Senti, visto che adoro l’Italia, mi piacerebbe usare anche un po’ l’italiano, mi aiuti?’. E come si fa a dirle di no. Quindi, lei mi ha mandato delle idee su cosa voleva ci fosse nelle parti in cui lei usa l’italiano, io le ho rimandato tutto canticchiato un po’, e lei si è presa ancora meglio. Alla fine nel brano ho deciso di mischiare un po’ tutto, le parti in inglese e quelle in italiano, ma quello che voglio farti percepire è che bella persona lei sia, la sua attenzione, il suo entusiasmo, il suo calore umano”.Oh, a proposito di Cooly, e quindi di Hyperdub e Kode9: hai mandato il disco a quest’ultimo? “No, io no. Magari gliel’ha fatto sentire Cooly, chissà. Ma io sono dell’idea che la musica deve marciare con le sue gambe. Io sono maniacale prima: voglio che il disco sia come lo voglio io, come l’ho pensato nella mia testa, che tutta la lavorazione sia stata curata al meglio. Ma quello che succede dopo, boh, se tutto sta nel quanto scrivo io alla gente, quanto promuovo io quello che faccio, non so. A me interessa altro. A me interessa riuscire a fare qualcosa di bello, dimostrare che è possibile farlo. Sai, io vengo da Varese: non è che ci sia mai stato chissà cosa a livello di tradizione musicale, qui”. Ti potrei parlare dei fratelli Cellamaro, cioè di Esa (e gli OTR) e Tormento (e i Sottotono), ma credo che anagraficamente tu arrivi molto dopo e, anche, dal punto di vista concettuale e musicale, molto da un’altra storia, un’altra attitudine. “Eh, mi sa di sì. Comunque sì, la storia mia e dei 72 parte dal liceo, in una città che sembrava un deserto culturale soprattutto per un certo tipo di cose, e invece vedere che in poco tempo non solo facevamo un disco ma addirittura finivamo a C2C, suonando prima dei Battles, e il primo cd che ho comprato nella mia vita è “Mirror” dei Battles… Insomma, capisci l’emozione? Ed anche il senso di soddisfazione? Perché abbiamo sempre fatto le cose a modo nostro. Potessi andare indietro nel tempo, andrei dal me sedicenne e gli direi ‘Tieni duro, perché anche se non ti sembra tutto quello che ti piace e che vorresti fare ha assolutamente senso, ora ti sembra di no, ora ti sembra di essere l’unico, di essere un inconcludente sognatore, ma non è così, insisti’. Il punto non è diventare famosi, accumulare certificazioni FIMI, dischi d’oro, eccetera. Cioè, quando accade ben venga, per carità”. E a te collaborando con Massimo Pericolo è successo. “Sì, ma non è la prospettiva di quello che mi fa accendere il computer ogni giorni per iniziare a fare musica, capisci? Poi, parlando di Massimo Pericolo, lui è un buon esempio. Lo conosco da quando ha 14 anni, ho visto da vicino tutto il suo percorso, e sai cosa? Non è cambiato di una virgola, nemmeno dopo che è arrivato il, diciamo così, successo. Non so da fuori cosa si percepisca ma io, che lo vedo da vicino, ti posso garantire che è così”.E tu? Tu come ti vivi, il lavoro di musicista professionista? Per giunta musicista che, almeno a livello di quello che posso vedere io, fa delle scelte spesso impegnative, difficili? “Sai, non nego che ci sono stati diversi momenti della mia vita in cui ho pensato ‘Mah, forse qua potevo essere più furbo, forse qua potevo fare una scelta più paracula, forse qui dovevo sfruttare meglio l’occasione che mi si parava davanti per fare più soldi… Non per avidità, ma almeno per avere un po’ di stabilità e di sicurezza in più…’. Poi però è arrivato il COVID. E mi ha fatto capire che qualunque scelta furba, fruttuosa o calcolatrice avessi fatto, la pandemia avrebbe comunque piallato tutto”.(Osservare il mondo, dall’alto della musica e non solo; continua sotto)“E comunque: io sono andato via di casa a 18 anni, per decisione mia. Una scelta di vita. Molto banalmente ho iniziato a guardare su internet quali potevano essere i lavori più facili da trovare, e mi sono reso conto che ai primi posti c’era quello di operatore sanitario. Mi sono fatto una laurea triennale in fisioterapia, a 21 anni ho avuto l’abilitazione, a 22 la mia prima partita IVA. Coi soldi guadagnati col lavoro, piano piano mi sono costruito il mio studio ed è arrivato il modo di fare musica in maniera professionale. Pure nella musica: ci sono dei momenti in cui devi saper cogliere delle occasioni ed accettare un tipo di committenze, tipo che so le sonorizzazioni per alcuni brand legati al mondo del fashion, giusto per fare un esempio. Oggi non è ancora chiaro come si possa monetizzare decentemente con la propria musica: le piattaforme pagano nulla, poi sì, c’è Bandcamp, ma anche lì non è certo rose e fiori. Però se uno riesce ad essere lucido e ad organizzarsi, alla fine il modo per fare le cose lo trova. Basta sapere che se fai un certo tipo di musica, la casa non te le compri. Non con lei. Sai, lavorando a questo disco come ovvio ho parlato tanto con tante persone, abbiamo fatto mille discorsi, sulla società, sui diritti civili, su tutto; e alla fine ci siamo accorti che la componente più importante resta sempre la classe. Resta sempre cioè quanti soldi hai. È su quello che ancora oggi si costruisce la nostra società: i suoi equilibri, le sue paure, le sue ingiustizie”.Se mai ve lo foste chiesti, eccovi la prova: certe volte dietro a della ottima musica ci sono delle gran belle teste. E meno male. Lunga vita a Palazzi D’Oriente.The post Abbiamo bisogno di perfetti Palazzi D’Oriente appeared first on Soundwall.