Il Corriere della Sera si domanda perché il nucleare faccia paura. Domanda legittima, per carità. Ma, osservando il dibattito italiano, me ne viene in mente un’altra: perché ogni possibile soluzione energetica finisce con una riunione?Da noi l’atomo spaventa, il carbone inquina, il gas costa, il petrolio dipende dagli altri e il sole ha il pessimo vizio di tramontare. Il vento, per giunta, non legge i programmi elettorali. Le bollette, invece, rispettano il calendario con ammirevole puntualità.Per fortuna abbiamo una fonte inesauribile e rigorosamente nazionale: gli annunci. Sono rinnovabili, non producono scorie e si rigenerano a ogni cambio di governo.Sarebbe ingiusto sostenere che non sia cambiato nulla. Il Parlamento ha approvato la legge 29 settembre 2026, n. 169, entrata in vigore il 15 ottobre, che conferisce una delega per costruire il quadro normativo dell’energia nucleare sostenibile. È un passaggio concreto. Non è ancora, però, una centrale. E nemmeno un megawatt.La distinzione è importante. La legge apre un percorso fatto di decreti, autorizzazioni, controlli, investimenti e scelte territoriali. Il problema nasce quando la politica racconta il primo metro della maratona come se avessimo già tagliato il traguardo.Immaginiamo una riunione ministeriale. Un tecnico domanda: «Dove sorgeranno gli impianti?». Un economista: «Quanto costeranno?». Un cittadino: «E i rifiuti radioattivi?». Dall’ultima fila qualcuno propone: «Intanto inauguriamo il plastico».Il plastico, in effetti, ha vantaggi formidabili: non richiede combustibile, non provoca incidenti e sta benissimo in fotografia.Secondo Terna, nel 2025 le importazioni nette hanno coperto circa il 15 per cento della domanda elettrica nazionale. Scambiare energia con gli altri Paesi europei non è un fallimento: le reti interconnesse servono anche a questo. Ma il dato ricorda che la sicurezza energetica non si costruisce con gli slogan.L’italiano ideale vorrebbe elettricità pulita, continua, abbondante, economica e prodotta possibilmente lontanissimo da casa. Nessuna centrale davanti alla finestra, nessuna pala eolica sul crinale, nessuna linea elettrica all’orizzonte. Meglio se i problemi li ospita qualcun altro.Poi, naturalmente, rivendichiamo l’indipendenza energetica. È la nostra specialità: dipendere dagli altri in modo sovrano.Chernobyl e Fukushima sono avvenimenti reali, non fantasie da liquidare con un sorriso. La sicurezza nucleare e la gestione delle scorie esigono competenza, investimenti e controlli indipendenti. Ma anche l’inquinamento, i costi delle fonti fossili e la vulnerabilità degli approvvigionamenti comportano rischi concreti.La paura è un campanello d’allarme. Il problema nasce quando qualcuno le affida anche il bilancio industriale, la pianificazione della rete e il ruolo di ministro.Qui la satira finisce per incontrare la matematica: confrontare le alternative significa ragionare su costi complessivi, tempi di realizzazione, emissioni, sicurezza, capacità delle reti e responsabilità verso le generazioni future. L’energia che non scegliamo di produrre non scompare per gentilezza: dobbiamo comunque procurarcela.La domanda non è se si debba amare o odiare il nucleare. Non è una squadra di calcio e una centrale non funziona meglio perché il suo sostenitore urla più forte in televisione.La domanda è se siamo capaci di discutere seriamente anche delle alternative, dei loro limiti e delle decisioni che nessuno vuole firmare. Perché non scegliere è pur sempre una scelta. Solo che permette, a cose fatte, di sostenere che la colpa sia degli altri.E allora una scoperta possiamo annunciarla senza attendere i decreti attuativi: in Italia abbiamo già trovato una fonte energetica inesauribile, trasversale e disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro. È la paura di decidere.Si rinnova a ogni legislatura, alimenta dibattiti e campagne elettorali, non necessita di autorizzazioni e non conosce crisi di approvvigionamento.Ha un unico, minuscolo difetto: non accende nemmeno una lampadina.