Il Pentagono dichiara gli Istituti Confucio cinesi una minaccia alla sicurezza: «80 cellule di propaganda in 30 università»

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WASHINGTON — «Sono spuntate 80 nuove cellule di propaganda in 30 università, con nomi diversi e statuti diversi, ma con la stessa missione: rubare proprietà intellettuale e infiltrare le menti degli studenti americani». Lo ha detto Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, in un video pubblicato venerdì sera su X (le 3 e mezza di sabato in Italia). Il Pentagono, ha annunciato, ha inserito gli Istituti Confucio e le organizzazioni nate al loro posto nella lista delle istituzioni che minacciano la sicurezza nazionale.Gli Istituti Confucio sono centri di lingua e cultura cinese finanziati da Pechino e ospitati nei campus. La designazione, riferisce Reuters, chiude due mesi di pressioni del dipartimento sugli atenei: chi mantiene rapporti con le entità indicate rischia di perdere l’accesso ai fondi federali per la ricerca. Negli ultimi due mesi, ha detto Hegseth, il dipartimento ha «smantellato sistematicamente ognuna di queste organizzazioni».Il bersaglio, in realtà, era già quasi scomparso. I primi Istituti Confucio aprirono nei campus americani nel 2004 e al culmine furono più di 100, presenti anche nelle scuole elementari e secondarie. Nel 2019 un’indagine bipartisan del Senato denunciò autocensura nei programmi e pressioni sugli atenei ospitanti, e una legge vietò i fondi del Pentagono alle università che li ospitavano. A fine 2023 ne restavano attivi meno di cinque.Molti atenei avevano però conservato le partnership con gli ex partner cinesi, o aperto programmi linguistici e culturali con un altro nome. È su questi che il dipartimento ha puntato. Il 17 agosto una direttiva ha ordinato a 30 università, fra cui Harvard e il Massachusetts Institute of Technology, di rivedere ogni rapporto accademico, finanziario e di ricerca con «entità straniere di preoccupazione», pena l’esclusione dai finanziamenti federali.Il 19 ottobre il Pentagono ha comunicato che tutte e 30 avevano completato la revisione, con «più di 80 azioni di cessazione». Sette atenei, fra cui Penn State, Virginia Tech e l’Università del Texas ad Austin, sono stati elogiati per essere andati oltre il minimo richiesto: hanno preso «passi coraggiosi e spontanei per proteggere i loro laboratori, i docenti e la proprietà intellettuale dallo sfruttamento straniero», ha detto il vicesegretario per la scienza e la tecnologia del dipartimento.La lista di luglioLa partita si gioca sul denaro federale più che sui corsi di mandarino, perché nessun grande ateneo americano di ricerca può permettersi di uscire dal circuito dei fondi del Pentagono. La lista delle istituzioni vietate, aggiornata a luglio, conta 130 nomi in Cina, Russia e Iran, quasi il 70% cinesi; fra le ultime aggiunte ci sono due atenei di punta come Fudan e Shanghai Jiao Tong.Non tutte le università hanno ceduto in silenzio. Secondo documenti ottenuti dal Washington Post, la Southern Illinois University di Carbondale, cui il Pentagono chiedeva un audit su nove entità cinesi, aveva risposto che non c’era nulla da chiudere perché non esistevano collaborazioni attive; su insistenza del dipartimento ha poi rescisso l’accordo con la Shenyang Aerospace University. Su 17 atenei esaminati, sei dichiaravano di voler mantenere almeno alcuni legami con scuole cinesi.Al Congresso il giro di vite ha trovato sostegno. John Moolenaar, repubblicano del Michigan e presidente della commissione speciale della Camera sul Partito comunista cinese, ha salutato l’esito degli audit: «I soldi dei contribuenti americani non devono mai sussidiare le ambizioni militari della Cina». Nel mondo accademico circolano invece critiche sulla politicizzazione degli scambi, sulla stigmatizzazione dei ricercatori di origine cinese e sul rischio per la competitività scientifica americana.L’ambasciata cinese a Washington non ha risposto alla richiesta di commento sull’annuncio di venerdì, e nessuna università ha preso posizione. Ad agosto, quando partì la direttiva, la stessa ambasciata si era detta contraria a «dilatare il concetto di sicurezza nazionale e politicizzare o strumentalizzare i normali scambi scientifici, educativi e accademici».