L’Italia deve decidere quale economia può e vuole diventare. Una domanda che riguarda le filiere sulle quali investire, ma anche la capacità di costruire le condizioni perché tali investimenti generino crescita.La debolezza della crescita, il peso del debito pubblico e una pressione fiscale elevata rendono questa scelta sempre meno rinviabile.Certo, la nostra economia può continuare a galleggiare, ma il galleggiamento difficilmente può diventare una strategia di sviluppo, soprattutto in un momento storico come questo.Se si analizza l’agenda internazionale, il dibattito delle grandi potenze, così come quello europeo, si concentra sulle grandi industrie del futuro: intelligenza artificiale, robotica, nuovi materiali, biotecnologie.Si tratta di segmenti importantissimi, che se strutturati secondo una logica sistemica riescono a connettere, e per certi versi a trainare, settori come ricerca, capitali pazienti, infrastrutture e imprenditoria, sviluppando un processo che conduce dal laboratorio al mercato.Si tratta di strade che anche il nostro Paese può perseguire, ma va compreso quanto il nostro ecosistema sia attrezzato per sostenerle e, soprattutto, quali trasformazioni siano necessarie: dalla fiscalità all’aggregazione dei capitali, dal trasferimento tecnologico alla capacità di acquistare innovazione.Così come va compreso se l’attivazione di tali percorsi da parte dell’Italia sia da sola sufficiente a generare un posizionamento strategico distintivo, o se tale attivazione non porti il nostro Paese esclusivamente a rincorrere altri mercati più strutturati.E’ senza dubbio vero che le opportunità tecnologiche siano una sfida globale, ma tali opportunità si possono cogliere soltanto raggiungendo risultati più avanzati delle altre nazioni. E le condizioni dalle quali parte la nostra economia sono molto differenti da quelle che caratterizzano Stati Uniti e Cina.Non si tratta, si badi bene, di semplice disponibilità di capitali. Anzi. I mercati internazionali sarebbero molto propensi ad avviare forme di investimento importanti nel nostro Paese, integrando con investimenti finanziari le ormai consolidate attività di natura immobiliare e di acquisizione di imprese attive nell’economia reale che già da tempo interessano l’Italia.Ad essere centrale, in questo senso, è l’ecosistema di riferimento, quel cosiddetto scenario normativo, economico, finanziario, culturale e burocratico che fa sì che determinati contesti risultino più prolifici di altri.In questo ambito, l’Italia ha sicuramente una grande tradizione accademica, in cui ancora oggi sono presenti talenti scientifici di grande rilievo, e parallelamente ha anche una grande tradizione imprenditoriale, con piccole e medie imprese che sviluppano soluzioni innovative in tantissimi settori dell’economia (dalla meccanica di precisione alla farmaceutica).Ciò che manca è forse una cultura organizzativa che consenta di migliorare proprio il rapporto tra accademia, impresa e segmento “investor”, equilibrio molto difficile da costruire da zero, soprattutto considerando le condizioni fiscali, regolamentali e burocratiche che caratterizzano il nostro Paese.Ci sono però altri settori su cui l’Italia potrebbe decidere di investire, tra i quali, la cultura, potrebbe senza dubbio rappresentare una grande opportunità. Se estendiamo la visione di cultura così che possa includere sia il patrimonio culturale (da questo storico-archeologico a quello museale), sia il settore della produzione culturale e creativa, la dimensione diviene immediatamente chiara.Scomponendo il settore secondo le sue dimensioni economiche (occupazione, imprenditoria, ecc.), la grande capillarità della cultura è esperienza sensibile di ciascuno di noi (suffragata anche da studi e report istituzionali).La grande disponibilità di “patrimonio culturale” è indubbia. Così come è indubbia la grande numerosità di occupati potenziali con elevati livelli di specializzazione e istruzione formale.L’imprenditoria, e l’autoimprenditorialità sono elevate, e il rapporto tra accademia e impresa ha le giuste caratteristiche per essere più “fluido” di quanto lo sia in altri settori, proprio perché nell’ambito culturale chi fa impresa e chi fa ricerca frequentemente condivide una grande parte del percorso formativo e professionale.Se quindi ci si concentra sulla cultura come segmento economico, allora si può iniziare a comprendere che ci sono dei settori che, se adeguatamente supportati attraverso la creazione di un ambiente economico-finanziario, possono non solo mostrare segni di crescita significativi, ma possono anche fungere da traino e contaminare altri segmenti dell’economia.Si pensi ai videogiochi. Secondo IIDEA, nel 2024 la produzione italiana contava oltre 200 operatori e un fatturato stimato fra 180 e 200 milioni di euro.Un segmento ancora contenuto, ma orientato soprattutto ai mercati esteri. Un mercato potenzialmente molto interessante, in cui però manca una dimensione di investimento che consenta alle imprese di trovare dei finanziatori per sviluppare progetti ambiziosi.Si pensi poi al design, al quale il rapporto Design Economy 2026 attribuisce quattro miliardi di euro di valore aggiunto. Non si tratta solo di “disegno”, si tratta di una vera e propria filiera di produzione che, partendo proprio da una ricercatezza di stile impone scelte tecniche di fabbricazione, che incrementano la capacità produttiva di piccole e medie imprese che, se supportate sotto il profilo dei contratti e del rapporto con l’estero, possono poi risultare competitive anche all’interno di catene di produzione globali.O ancora si pensi alle tecnologie per conservazione e restauro. Materiali, diagnostica e sistemi di monitoraggio possono trovare nel patrimonio italiano una domanda qualificata e luoghi nei quali essere sperimentati. Spesso si guarda alla manutenzione del grande patrimonio storico e archeologico del nostro Paese configurandolo come un “problema di sostenibilità”.In realtà, un tale livello di domanda di servizi innovativi potrebbe, da solo, trasformare il settore del Patrimonio Culturale in uno dei settori più competitivi del nostro Paese, con grandi e piccole imprese che cooperano con territori, istituzioni e università per l’identificazione di soluzioni efficaci e sempre meno invasive, con tutto ciò che ne deriva non solo in termini di industrializzazione di un comparto e di posizionamento internazionale della filiera nazionale, ma anche in termini di distribuzione delle grandi innovazioni in settori affini (edilizia, grandi opere), e innovativi (la ricerca sui materiali ha delle implicazioni ingegneristiche non da poco).È chiaro che per raggiungere tali posizionamenti è necessario investire e sviluppare una coerente politica economica e industriale, ma si tratta di investimenti che, in fondo, risultano essere meno ingenti di quelli necessari alle grandi industrie dell’IA, dove l’Italia ha un ritardo sostanziale anche soltanto in termini di infrastrutture.Così come è chiaro che l’obiettivo di questa riflessione non è proporre una dismissione degli investimenti sui settori su cui il nostro Paese non può non essere presente.Si tratta però di capire che, al di là dei megatrend industriali del momento, l’Italia ha anche ulteriori opportunità di sviluppo, che possono risultare forse meno “competitive” rispetto alle cosiddette Disruptive Technologies, ma nelle quali siamo noi ad essere realmente competitivi.Provare, anche solo per diversificare la portata degli investimenti nazionali, anche a giocare in casa, potrebbe non far male, dopotutto.