Quattro anni di carcere per Olfa Hamdi, presidente del partito di opposizione Terza Repubblica ed ex amministratrice delegata di Tunisair. La condanna, pronunciata dalla giustizia militare tunisina, riaccende le polemiche sulla gestione del dissenso politico sotto il presidente Kais Saied e sul progressivo restringimento degli spazi democratici nel Paese.Secondo quanto riferito dal suo avvocato, Hamdi ha ricevuto due condanne a due anni di reclusione ciascuna, per accuse che comprendono il complotto contro la sicurezza dello Stato e l’istigazione dei militari alla disobbedienza. Arrestata al rientro in Tunisia nel febbraio scorso, era già stata condannata in un altro procedimento. Le nuove sentenze possono essere impugnate e non rappresentano quindi necessariamente la conclusione definitiva della vicenda giudiziaria.Il caso solleva una questione che va oltre la posizione personale della dirigente politica: il ricorso ai tribunali militari per giudicare una civile appartenente all’opposizione, anche in relazione a contenuti pubblicati sui social network.Senza disporre degli atti processuali completi, non è possibile stabilire nel dettaglio il fondamento delle accuse. Resta tuttavia il problema del confine fra contestazione politica e minaccia alla sicurezza nazionale, soprattutto quando le critiche alle istituzioni vengono affrontate attraverso procedimenti penali.Saied respinge le accuse di autoritarismo e sostiene che la legge debba essere applicata senza distinzioni. Le organizzazioni per i diritti umani descrivono invece una crescente pressione giudiziaria nei confronti degli oppositori. Amnesty International ha denunciato, anche in altri procedimenti per presunto complotto, accuse politicamente motivate e violazioni delle garanzie processuali.Il rischio è che la difesa della sicurezza dello Stato finisca per sovrapporsi alla tutela del potere politico. In un simile contesto, l’opposizione non viene più considerata soltanto un avversario da affrontare nelle elezioni, ma una possibile minaccia da neutralizzare attraverso gli strumenti giudiziari.Il coinvolgimento della magistratura militare introduce inoltre una questione istituzionale. Le forze armate svolgono un ruolo fondamentale nella sicurezza nazionale, nel controllo delle frontiere e nella difesa del territorio. Il loro coinvolgimento nelle controversie politiche interne può però alimentare la percezione di una crescente identificazione fra apparato militare e presidenza.Ciò non dimostra che l’esercito controlli il sistema politico tunisino. Indica piuttosto il rischio che un’istituzione essenziale per la stabilità nazionale venga percepita come parte dello scontro fra governo e opposizione.La concentrazione del potere non risolve, intanto, le difficoltà economiche del Paese. La Tunisia continua a confrontarsi con problemi di finanziamento pubblico, disoccupazione e deterioramento dei servizi.La Banca mondiale ha evidenziato un fabbisogno finanziario elevato e una crescente dipendenza dalle risorse interne per sostenere i conti pubblici. Se lo Stato assorbe una quota significativa del credito disponibile, le imprese possono incontrare maggiori difficoltà nel finanziare investimenti e occupazione.A questa fragilità si aggiunge l’incertezza istituzionale. Un sistema politico nel quale il confronto pubblico si restringe può scoraggiare iniziative economiche e ridurre la fiducia degli investitori, aggravando problemi che le misure di sicurezza non sono in grado di risolvere.Le manifestazioni del 17 ottobre, alle quali hanno partecipato esponenti sindacali, opposizioni e categorie professionali, hanno mostrato come il malcontento non riguardi soltanto le libertà politiche. Al centro delle contestazioni figurano anche lavoro, condizioni economiche e qualità dei servizi pubblici.Il rischio per Saied è che la risposta repressiva produca una stabilità soltanto apparente. Limitare l’attività degli oppositori può ridurre temporaneamente la contestazione organizzata, ma non elimina le cause sociali ed economiche del disagio.La situazione interessa direttamente l’Italia e l’Unione Europea. Il partenariato sottoscritto con Tunisi nel 2023 comprende cooperazione economica, investimenti, energia e gestione dei flussi migratori. Per Roma, la stabilità tunisina rappresenta una priorità strategica nel Mediterraneo centrale.Il problema consiste nel distinguere la collaborazione con il governo dalla stabilità effettiva del Paese. Un’autorità capace di garantire risultati immediati sul controllo delle frontiere non è necessariamente in grado di affrontare una crisi economica e sociale prolungata.Per l’Italia, sostenere investimenti, occupazione e cooperazione energetica dovrebbe quindi accompagnarsi alla difesa delle garanzie giudiziarie e degli spazi di rappresentanza politica. Non si tratta di obiettivi separati: istituzioni credibili e una società capace di esprimere il dissenso contribuiscono alla sicurezza dell’intera regione.Il caso Hamdi mette in evidenza questa contraddizione. La Tunisia può rafforzare il controllo politico attraverso le condanne, ma continuare ad accumulare tensioni economiche e sociali.Per l’Europa, puntare esclusivamente sulla capacità del presidente Saied di mantenere l’ordine potrebbe rivelarsi una scelta sempre più costosa. Una stabilità costruita sulla riduzione del pluralismo rischia infatti di lasciare irrisolte le fragilità che, nel lungo periodo, possono compromettere la tenuta dello Stato tunisino.