PECHINO — A luglio il ministero del Commercio cinese aveva convocato Alibaba, ByteDance e Zhipu, tre dei principali sviluppatori di intelligenza artificiale del Paese, per discutere una domanda nuova: si può impedire che i «pesi» dei modelli, i parametri numerici che ne costituiscono il cervello, vengano scaricati all’estero? Lo aveva raccontato il Financial Times. Tre mesi dopo la risposta è arrivata, ed è un sì.Il ministero del Commercio e quello della Scienza e Tecnologia hanno pubblicato una bozza che aggiunge 40 tecnologie al catalogo di quelle vietate o soggette a restrizione all’export: 23 riguardano l’intelligenza artificiale, le altre il fotovoltaico e le terapie geniche. I modelli più potenti della Cina non potranno uscire dal Paese senza una licenza di Stato. La consultazione pubblica resta aperta fino al 15 novembre, ma l’obbligo di registrare i contratti presso il ministero è scattato subito, anche per le trattative avviate e non ancora concluse.La soglia è fissata a 2.000 miliardi di parametri, oppure alla presenza tra i primi dieci modelli al mondo per prestazioni, diffusione e sicurezza. Il controllo copre i pesi, i punti di salvataggio dell’addestramento, il codice sorgente e l’architettura. È vietato in assoluto l’export di modelli addestrati su «dati essenziali» dello Stato, una categoria della legge cinese sulla sicurezza dei dati. Nella lista entrano anche i progetti di chip a 14 nanometri e inferiori e alcune tecniche di impilamento dei circuiti.La bozza non fa nomi, ma secondo i calcoli di Bloomberg sopra la soglia finiscono almeno Kimi K3 di Moonshot AI e Qwen3.8-Max di Alibaba, due dei modelli cinesi più usati fuori dal Paese. Restano fuori dal perimetro i modelli open source già pubblicati e la ricerca già diffusa. Offrire il servizio tramite interfacce, app o cloud non conta come export, e le aziende che portano i propri modelli sui propri server all’estero ottengono la licenza in automatico.Un portavoce del ministero ha spiegato che l’obiettivo è la «sicurezza e controllabilità» dei sistemi, «prevenire usi impropri e abusi» e «garantire che l’IA resti sotto controllo umano», citando il rischio di attacchi a infrastrutture critiche e all’industria della difesa. Nessun Paese e nessuna impresa, ha aggiunto, è nel mirino. Nei fatti Pechino tratta ora i propri modelli come Washington tratta i chip di Nvidia: un bene strategico che lascia il Paese solo con il permesso del governo.La risposta a WashingtonIl testo circola in una settimana di scontro aperto. Lunedì il Dipartimento della Sicurezza Interna americano ha reso pubblico un ordine, firmato il 24 luglio dal segretario Markwayne Mullin, che impone alle agenzie civili federali, dal Tesoro alla Giustizia, di rimuovere i prodotti di DeepSeek e i servizi costruiti sui suoi modelli, e vieta nuovi acquisti. Il dipartimento parla di «molteplici vettori di minaccia» e del rischio che dati sensibili finiscano in Cina.Martedì il ministero del Commercio cinese ha espresso «forte insoddisfazione e ferma opposizione» e ha chiesto agli Stati Uniti di «revocare le misure restrittive discriminatorie», usando il canale di dialogo bilaterale sull’intelligenza artificiale e rispettando il consenso raggiunto dai due leader. La portavoce degli Esteri Mao Ning ha accusato Washington di «estendere eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale». DeepSeek non ha commentato.Lo stesso giorno il Dipartimento di Stato ha sanzionato cinque entità cinesi per presunto furto di segreti industriali sull’intelligenza artificiale, tra cui una società fondata da un ex ingegnere di Google condannato a gennaio negli Stati Uniti. Per Pechino gli americani «gonfiano il cosiddetto furto di segreti commerciali». Washington accusa da mesi DeepSeek, Alibaba e Moonshot di aver copiato i modelli americani su larga scala.Il catalogo cinese delle tecnologie vietate all’export esiste dal 2001 ed è stato aggiornato l’ultima volta nel 2025. È la prima revisione che include i grandi modelli linguistici, e le aziende che il ministero aveva sentito a luglio sono le stesse che ora dovranno chiedere la licenza per vendere all’estero.