A Cuba il socialismo chiama in soccorso i capitalisti. Dopo decenni di ostilità verso l’iniziativa privata, il governo dell’Avana invita gli investitori a rimettere in moto un’economia stremata. Allenta alcuni vincoli finanziari, apre spazi alle imprese e rivede perfino le regole sulla casa. Ma come pretendere che i privati investano, se lo Stato continua a decidere che cosa possano possedere e come utilizzarlo?Le riformeIl programma di 176 trasformazioni economiche e sociali, varato a giugno 2026, ha prodotto a settembre le prime misure di rilievo. Le imprese a capitale straniero possono assumere direttamente i lavoratori, senza l’intermediazione obbligatoria delle agenzie statali; sono state semplificate alcune operazioni con l’estero e consentite imprese private con più di cento dipendenti. Sono aperture importanti, ma anche una confessione: ciò che per anni è stato ostacolato viene ora invocato come indispensabile.La contraddizione è diventata ancora più evidente con la legge n. 187 sulla casa, pubblicata lo scorso 14 ottobre ed efficace dal 21. La riforma amplia le possibilità di compravendita e trasmissione degli immobili, elimina la perdita dell’abitazione collegata all’emigrazione definitiva e riconosce alle persone fisiche la proprietà di fino a due abitazioni, oltre all’eventuale casa di villeggiatura indicata come tale nel titolo. È un progresso rispetto al passato. Ma rivela anche la distanza da un autentico diritto di proprietà.Diritto di proprietà sorvegliatoL’articolo 4 stabilisce infatti che, quando venga accertato il superamento del limite consentito, l’autorità municipale dispone con provvedimento la perdita dell’abitazione acquistata per ultima. Non è necessario che sia contestato un danno a terzi: a risultare decisivo è il numero delle case. Il socialismo arretra, e nonostante ciò conserva il principio secondo cui è il potere pubblico a stabilire fin dove possa arrivare la proprietà privata. È lo Stato a fissare il numero delle abitazioni consentite e a sanzionarne il superamento.Non è una questione soltanto immobiliare. Se un individuo non può impiegare liberamente i risparmi per acquistare un bene, le sue decisioni dipendono dal permesso politico. La proprietà ha senso proprio perché consente di scegliere se conservare, vendere, affittare o trasformare. Altrimenti resta un titolo riconosciuto, ma sorvegliato.Aperture nel settore energeticoLa medesima contraddizione emerge nel settore energetico, dove il governo cubano, incapace di garantire forniture regolari di elettricità, cerca ora nei capitali privati le risorse necessarie per rimediare al deterioramento delle infrastrutture. La nuova disciplina del petrolio e del gas, entrata in vigore il 19 ottobre, amplia infatti la partecipazione degli investitori nazionali e stranieri, dall’esplorazione alla commercializzazione.Eppure, i giacimenti restano di proprietà socialista di tutto il popolo, mentre le attività continuano a essere subordinate ad autorizzazioni e controlli pubblici. Ai privati si chiedono capitali, competenze e assunzione dei rischi, senza riconoscere loro una corrispondente autonomia decisionale. Lo Stato vuole condividere i costi delle proprie inefficienze, ma non rinunciare al potere che le ha prodotte.La gravità della situazione spiega l’urgenza di questa apertura. Il sistema elettrico cubano è ormai segnato da guasti continui, centrali obsolete e cronica scarsità di combustibile. Un recente incendio in una centrale termoelettrica ha aggravato ulteriormente la crisi, portando l’Unione elettrica nazionale a prevedere interruzioni che, nelle ore di punta, avrebbero interessato contemporaneamente il 75,5 per cento del Paese.Le restrizioni americane complicano gli approvvigionamenti e l’accesso ai finanziamenti, ma non cancellano le responsabilità di un modello economico che, dopo aver scoraggiato per decenni il risparmio, l’accumulazione privata e la libertà d’intraprendere, cerca proprio nell’iniziativa privata il rimedio ai propri fallimenti.Chi investe affronta già il rischio di sbagliare: può valutare male la domanda, adottare una tecnologia inefficiente, perdere capitale. È la normale incertezza del mercato. Diverso è il rischio che il governo muti le regole, restringa l’uso dei beni o subordini gli investimenti a decisioni imprevedibili. Il primo appartiene alla responsabilità dell’imprenditore; il secondo nasce dall’arbitrio politico.La fiducia non nasce per decretoNessun invito ministeriale basta a cancellarlo. Ludwig von Mises ha spiegato il legame tra risparmio, capitale e proprietà: gli investimenti nascono da risorse non consumate oggi per produrre domani. Se chi risparmia non può contare sulla ragionevole stabilità dei propri diritti, viene meno una condizione essenziale per accumulare capitale.E se le scelte produttive restano nelle mani dell’apparato politico, si ripresenta il problema individuato da Friedrich A. von Hayek: nessun centro di comando possiede le conoscenze disperse tra consumatori, lavoratori e imprenditori, che soltanto prezzi e concorrenza possono mettere in relazione.Per creare un mercato non basta autorizzare qualche impresa. Occorrono diritti tutelati, contratti affidabili, concorrenza e libertà di disporre dei risultati della propria attività. Cuba riconosce oggi che i capitali privati sono necessari, ma si ostina a trattare la libertà economica come una concessione revocabile. Anche la riforma sulla casa, con il suo limite numerico e la sua sanzione, racconta questa riluttanza meglio di molti discorsi ufficiali.Un governo può autorizzare gli investimenti, ma non può decretare la fiducia. Può allargare la proprietà, ma non trasformarla in un diritto finché pretende di stabilirne a piacimento i confini. A Cuba il socialismo non vuole più fare a meno del mercato; continua, però, a temere la libertà che lo rende possibile. E così chiede ai proprietari di salvare un sistema che non ha ancora smesso di diffidare della proprietà.L'articolo Cuba: il socialismo vuole i capitali ma non la libertà proviene da Nicolaporro.it.