WASHINGTON — Tre portaerei in rotta verso il Golfo, migliaia di marine, squadriglie di caccia e reparti di forze speciali; voli di esercitazione sopra l’Iraq per provare le manovre d’attacco; un calendario che si chiude ai primi di novembre, quando le notti sull’Iran si allungano e l’aviazione americana preferisce muoversi al buio. Il dispositivo sarà al completo pochi giorni dopo il 3 novembre, data delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.È il quadro che il New York Times ha ricostruito mercoledì con funzionari americani: Stati Uniti e Israele hanno messo a punto i piani per riprendere i raid sull’Iran una volta chiuse le urne. L’operazione è descritta come «breve ma intensiva». Alcuni pianificatori del Pentagono calcolano che tre giorni di bombardamenti basterebbero a danneggiare l’economia iraniana quanto serve a riportare Teheran al tavolo sul nucleare. Nulla è stato ancora approvato.I bersagli probabili sono le infrastrutture energetiche, i siti nucleari e i depositi di missili e droni. Alcuni funzionari sostengono che le raffinerie verrebbero risparmiate, per non far salire il prezzo della benzina. Pete Hegseth, il capo del Pentagono che l’amministrazione chiama ora segretario alla Guerra, ha incontrato questa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu per discutere i possibili attacchi. Il presidente Donald Trump ha già bloccato più volte il ritorno ai combattimenti su larga scala, l’ultima questo mese, quando militari americani e israeliani consideravano l’operazione quasi pronta.La Casa Bianca non conferma. Un funzionario ha spiegato che l’amministrazione non commenta piani militari «che possono esistere o non esistere» e che Trump «tiene aperte tutte le opzioni». Il presidente, mercoledì, ha detto che gli Stati Uniti hanno «decimato» l’Iran, che non c’è alcun negoziato in corso e che «qualcosa accadrà abbastanza presto». Il 9 ottobre aveva scritto che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato «in nessun momento prima delle elezioni di midterm» e aveva previsto la fine della guerra «probabilmente subito dopo». La finestra di novembre tiene separati, nel calendario, il prezzo del carburante e il voto.Teheran non ha commentato i piani. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto al Financial Times che l’Iran è «pienamente preparato» a difendersi. Il presidente Masoud Pezeshkian, ai media di Stato iraniani, ha aggiunto che Washington non può aspettarsi dialogo mentre blocca e minaccia il Paese.Dammam sotto attaccoMentre il piano prendeva forma, la guerra toccava di nuovo il suolo saudita. Mercoledì sera un attacco ha colpito l’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam, nella Provincia Orientale, il cuore petrolifero del Regno: un morto e otto feriti, alcuni in condizioni critiche, ha comunicato l’autorità saudita per l’aviazione civile. Poche ore prima le difese aeree avevano intercettato un drone diretto a un impianto del giacimento di Shaybah, nel deserto del Rub’ al-Khali; i detriti hanno ucciso due persone, secondo il ministero dell’Energia.Gli attacchi, attribuiti agli Houthi yemeniti alleati di Teheran, seguono quelli di metà ottobre sull’aeroporto King Khalid di Riad, dove in due giorni sono morte 13 persone e oltre 300 sono rimaste ferite.Il Dipartimento di Stato ha ordinato mercoledì al personale non essenziale e ai familiari di lasciare le missioni diplomatiche in Arabia Saudita. Il portavoce Tommy Pigott ha precisato che l’ordine riguarda solo il Regno ed è motivato dall’aumento degli attacchi Houthi su obiettivi civili; altri funzionari americani parlano però di un ritiro dei familiari anche da altre sedi della regione. I mercati hanno reagito all’apertura asiatica: il Brent è salito dell’1,2 per cento a 110,11 dollari al barile.La guerra è iniziata circa otto mesi fa. I negoziatori americani e iraniani continuano a trattare sul nucleare e sullo Stretto di Hormuz, mentre il blocco navale statunitense strozza l’export di greggio iraniano. A Riad l’ambasciata americana ha diffuso un’allerta ai propri cittadini sulla possibilità di nuovi attacchi.