Il memorandum di Islamabad, firmato il 17 giugno con la mediazione pakistana, doveva chiudere la guerra entro sessanta giorni. È saltato a luglio, e il blocco americano è tornato. E oggi il negoziato sembra non registrare progressi di sorta. Una situazione che ha avuto ripercussioni sulle economie di tutto il sistema globale, compresa, ovviamente, quella iraniana. Proprio di questo Formiche.net ha parlato con il ministro dell’Agricoltura di Teheran Gholamreza Nouri Ghezeljeh, con cui ha poi esplorato anche altri temi, dal peso crescente delle rotte del Caspio ai rapporti con Mosca e Pechino, fino alle prospettive del negoziato con Washington e al possibile ruolo dell’Italia.Qual è stato l’impatto della guerra e del conseguente blocco sull’agricoltura iraniana?La guerra ha sicuramente un costo, anche per il nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Ma ha avuto un costo per tutto il mondo: i prezzi dell’energia e del cibo sono aumentati ovunque, non solo da noi. Noi non abbiamo iniziato questa guerra, siamo sempre stati per la pace e per il dialogo. L’America e Israele ci hanno attaccato e ci siamo difesi bene, popolo e governo insieme. Quando qualcuno attacca il tuo Paese, il costo della difesa lo metti in conto. Chiunque abbia un po’ di orgoglio difende il proprio Paese, e in Iran tutti la pensano così. E nonostante la guerra, nel settore alimentare abbiamo avuto anche dei successi. Siamo diventati indipendenti nella produzione di alcuni prodotti che prima importavamo. In Iran non c’è stata alcuna carenza di cibo. Anche se, come nel resto del mondo, sono aumentati i prezzi. Ma siate certi che presto l’Iran percorrerà la strada dello sviluppo a un ritmo straordinario, quasi miracoloso, fino a diventare un vero paradiso per gli investimenti.Durante il conflitto 3 milioni di tonnellate di input sono arrivati dai porti del nord. Il Caspio, e quindi la Russia, è diventato un’arteria vitale? Si è sviluppata una sorta di dipendenza? Come si è sviluppato il rapporto con Mosca?Il rapporto con la Russia è molto importante. Naturalmente, con la guerra le nostre rotte commerciali sono diventate più efficaci e hanno aiutato molto il Paese. Il nostro rapporto con la Russia si basa su un accordo bilaterale tra Paesi amici. Ovviamente ogni Paese pensa anche al proprio interesse, quindi è un rapporto basato sul beneficio reciproco. E non c’è solo la Russia, abbiamo avuto buone collaborazioni anche altri Paesi che si trovano lungo il nostro confine settentrionale. L’Iran è un grande Paese e tutti i Paesi confinanti hanno bisogno di questa relazione. Che è un rapporto reciproco, e guarda tanto ai nostri bisogni quanto ai loro.E con la Cina invece?Anche con la Cina abbiamo un rapporto molto buono. Come noi, la Cina è contraria all’unilateralismo e deve sviluppare rapporti con altri Paesi. Abbiamo un buon rapporto commerciale e continuiamo ad averlo. Collaboriamo con la Cina, come con la Russia, nel quadro dell’Organizzazione di Shanghai e dei Brics. La Cina è riconosciuta da tutto il mondo come una grande potenza economica.Mosca ha tratto vantaggio dal petrolio sopra i 100 dollari. Avete la sensazione che alla Russia convenga che la crisi continui?È naturale. Tutti i Paesi del mondo perseguono i propri interessi nazionali e, quando se ne presenta l’occasione, si attivano per coglierla. Anche la Russia segue i propri interessi, come tutti gli altri. Questa situazione ha creato delle buone opportunità per Mosca, ed è naturale che oggi la Russia ne tragga beneficio. L’America lo ha accettato, con Trump che ne ha riconosciuto il ruolo, e ha poi aperto anche ad accordi con la Russia. Noi speriamo che la guerra finisca, ed è un interesse che abbiamo tutti. Oggi la Russia guadagna dall’aumento del prezzo del carburante. In futuro, quando la guerra sarà finita, tutti i Paesi dovranno poter trarre i loro benefici.Lei ha detto di sperare nei negoziati. Cosa manca secondo lei per tornare al memorandum di giugno?Era un accordo logico, e speriamo che la parte americana torni a rispettarlo. Nessuna guerra dura in eterno, e alla fine si arriva sempre alla pace. Questa guerra ha imposto costi pesanti a tutto il mondo. Le popolazioni di tutto il mondo stanno già pagando un prezzo elevato per le politiche belliciste di Trump, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, e per questo sono arrabbiate. Penso quindi che si arriverà presto a un accordo. I politici più lungimiranti stanno facendo pressione su Trump perché la guerra finisca, ed è nell’interesse di tutti che finisca al più presto. Noi siamo ancora fedeli all’accordo di giugno; sono stati gli Stati Uniti ad uscirne. Speriamo che tornino a rispettarlo. Il popolo iraniano e le forze armate hanno dimostrato di non cedere di fronte all’insistenza del nemico. Se Trump continua, avrà problemi anche all’interno del suo Paese. Vedete anche in Italia quanto sono aumentati i prezzi del petrolio e della benzina. Tutte le persone ragionevoli del mondo vorrebbero che finisse presto, e anche la posizione di Sua Santità il Papa va in questa direzione. Penso che alla fine questa volontà prevarrà. Nessuna guerra dura per sempre.Come viene vista Roma da Teheran?Guardiamo all’Italia con il rispetto di una grande civiltà verso un’altra grande civiltà. L’Italia, come l’Iran, ha una grande cultura: sono due civiltà che hanno fatto tanto per la crescita dell’umanità. Abbiamo rapporti diplomatici e commerciali con l’Italia da più di 150 anni. Nonostante la distanza, i due popoli hanno tante cose in comune. Speriamo che questa comunanza tra i due popoli arrivi anche al livello dei governi. Vogliamo sviluppare le relazioni tra Italia e Iran, anche nel campo dell’agricoltura, ma non solo in esso.Quindi crede che l’Italia potrebbe essere un mediatore credibile?L’Italia ha dimostrato in passato, su queste questioni, di avere un atteggiamento razionale e ragionevole. Per questo forse può avere un ruolo più importante e più attivo, e penso che in futuro andrà in questa direzione. O almeno, questo è quello che ci aspettiamo.