Se anziché a Londra fossimo a Napoli, la campagna allarmista Be Ready del governo britannico si chiamerebbe «Statt’accuort’». Trovata mediatica forte, quella dell’Esecutivo di Sua Maestà: un po’ “gretina”, per i riferimenti al caos climatico; un po’ russofoba, per quelli alla «guerra ibrida», evocata con forza anche dalle recenti dichiarazioni del presidente ucraino Zelensky, mai come ora sull’orlo di una crisi di nervi.E allora a Westminster si tengono pronti a ogni evenienza e invitano i cittadini a fare lo stesso. Il messaggio è semplice: «Be Ready». Ma pronti a cosa precisamente? A un’emergenza meteorologica, a un attacco informatico, al terrorismo sponsorizzato da uno Stato ostile. O, più prosaicamente, a restare per qualche giorno senza servizi essenziali. Le nuove linee guida invitano i cittadini britannici a tenere in casa scorte sufficienti per 72 ore: nove litri d’acqua in bottiglia, cibo, coperte, contanti, un kit di pronto soccorso, una torcia con batterie e una radio FM a manovella. Tre litri d’acqua al giorno a persona per bere, più altra acqua per cucinare e lavarsi: perché anche la resilienza nazionale, a quanto pare, richiede una certa organizzazione domestica.Il ministro della Sicurezza, Dan Jarvis, assicura che chi può seguire il consiglio dovrebbe farlo. Il ministro della Difesa, Wes Streeting, spiega che le minacce non sono ipotetiche e possono colpire le infrastrutture quotidiane. Insomma, niente panico: solo una radio a manovella in salotto e una scorta d’acqua pronta a ricordarci che il futuro è incerto, ma almeno si può affrontare con la dispensa ben fornita.La campagna del Cabinet Office, «Be Ready», arriva dopo un primo annuncio sulle scorte di cibo in scatola e sarà accompagnata da pubblicità sui social e alla radio. Una forma di educazione civica, certo. Ma anche un piccolo ritratto dello stato d’animo britannico: tra crisi climatica, dipendenza tecnologica e minacce esterne. Così il cittadino è invitato a prepararsi a tutto. Possibilmente senza dimenticare le batterie. Del resto chi fa da sé fa per tre.A rendere il quadro ancor più sintomatico, figlio di uno stato d’animo che pare più da sindrome d’abbandono che da accerchiamento, contribuisce di sicuro anche il passaggio storico abbastanza se non del tutto inedito. Londra, infatti,si è messa, ormai da sette anni, spavaldamente e da sola fuori dalla famiglia — non proprio fortunatissima — ma comunque ancora numerosa dell’Unione Europea. E oggi non sembra avere con Washington (proprio come gli altri comuni mortali europei) il rapporto storicamente privilegiato. I vecchi zii britannici, abituati a guardare con una certa ironia gli ex coloni d’oltreoceano, si ritrovano così a misurare la propria influenza in un mondo in cui gli Stati Uniti fanno sempre più di testa loro. Anche gli incontri tra il presidente americano Donald Trump e re Carlo III, con il contrasto tra il rude presidente e l’ironia regale, hanno offerto sì ancora materiale per qualche sorriso; non necessariamente, però, motivi di rassicurazione.E poi c’è l’energia, con il gas e il gasolio a rimescolare amicizie e convenienze: uno scenario in cui, per paradosso, si potrebbe persino immaginare — più che sentire davvero — un coro d’oltreoceano intonare «God save the Zar». Così, quando le alleanze appaiono meno salde e le emergenze più numerose, il consiglio di Londra è quello di tenersi pronti e con nove litri d’acqua minerale alla bisogna. Tanto da far ripensare nostalgicamente al tempo, non certo meno complicato di oggi, nel 1939, quando il governo inglese di allora sceglieva di esortare “britannicamente” i propri cittadini a tenere botta con uno dei motti inglesi divenuto realmente iconico: il proverbiale Keep calm and carry on. Un anno dopo arrivò un certo Winston Churchill. Profilo vagamente più autorevole del premier post blairiano, laburista soft-left, Andy Burnham. Che al proverbiale british aplomb preferisce l’allarmistico e pulcinellesco Be Ready. E allora che dire, amici inglesi, se non un Keep Calm and…Stateve accuort’!