L’Iran aumenta la pressione sull’Iraq per ottenere l’allontanamento o la consegna degli oppositori curdi iraniani rifugiati nel Kurdistan iracheno. L’ambasciatore di Teheran a Baghdad sostiene che i due Paesi abbiano raggiunto un’intesa in questo senso, ma il comunicato ufficiale iracheno non conferma espulsioni o estradizioni. Una divergenza che rivela la delicatezza della questione: impedire attività armate contro l’Iran senza trasformare il territorio iracheno in uno spazio sottoposto alle decisioni di Teheran.L’ufficio del consigliere iracheno per la sicurezza nazionale si è limitato a riferire del coordinamento bilaterale e dell’attuazione dell’accordo del 2023. Quell’intesa prevedeva il disarmo dei gruppi curdi iraniani e il loro trasferimento lontano dalla frontiera, non necessariamente la consegna dei loro membri alle autorità iraniane. Considerare quest’ultima misura già accettata da Baghdad sarebbe quindi prematuro.La differenza tra le due versioni ha un significato politico. Teheran rende pubblica la propria interpretazione dell’accordo e indica il risultato che intende ottenere. Baghdad, evitando riferimenti espliciti alle consegne, conserva almeno formalmente uno spazio negoziale.Per l’Iran, l’obiettivo è impedire che il Kurdistan iracheno continui a offrire basi, collegamenti logistici e possibilità di movimento alle organizzazioni curde ostili alla Repubblica islamica. La guerra regionale ha accresciuto la preoccupazione delle autorità iraniane per possibili operazioni lungo il confine nordoccidentale.Nei mesi precedenti erano emerse notizie di contatti statunitensi con gruppi curdi iraniani e di discussioni su eventuali iniziative militari. Non risultava però confermato un accordo operativo definitivo. L’esistenza di contatti non dimostra che queste organizzazioni agiscano sotto il comando di Washington o di Israele, come suggeriscono alcune accuse iraniane.È inoltre necessario distinguere le formazioni armate dalla popolazione curda e dai movimenti politici. Le accuse di terrorismo o collaborazione con potenze straniere avanzate da Teheran devono essere valutate caso per caso, senza estenderle indiscriminatamente a intere comunità.Sul piano militare, gli attacchi iraniani contro basi e strutture curde possono distruggere depositi, interrompere rifornimenti e costringere i combattenti a disperdersi. Non garantiscono tuttavia l’eliminazione delle reti politiche e organizzative. Un gruppo può perdere una base territoriale senza cessare di operare.Le operazioni oltreconfine costituiscono anche uno strumento di pressione su Baghdad ed Erbil. Se le autorità irachene non intervengono, rischiano nuove incursioni iraniane e ulteriori conseguenze sulla sicurezza interna. Teheran cerca così di trasferire parte della responsabilità del controllo dei gruppi curdi alle istituzioni del Paese vicino.Per il governo iracheno il problema riguarda direttamente la sovranità nazionale. Baghdad ha il dovere di impedire che il proprio territorio venga utilizzato per organizzare attacchi contro altri Stati, ma questa responsabilità non comporta l’obbligo di accettare qualsiasi richiesta iraniana.Particolarmente delicata sarebbe la consegna di oppositori politici alle autorità di Teheran. La Convenzione contro la tortura vieta l’espulsione, il respingimento o l’estradizione di una persona verso uno Stato quando esistano fondati motivi per ritenere che possa essere sottoposta a tortura. La valutazione deve riguardare il rischio individuale e non soltanto l’appartenenza a un’organizzazione.Secondo quanto riferito dall’agenzia France-Presse, funzionari iracheni avevano già espresso contrarietà alle espulsioni, temendo per l’incolumità degli esuli. Anche per questo la portata dell’annuncio iraniano richiede ulteriori conferme.La questione investe direttamente il governo regionale del Kurdistan iracheno. Erbil deve conciliare la presenza degli oppositori iraniani con la necessità di impedire attività militari transfrontaliere, evitando nello stesso tempo di esporre il proprio territorio a bombardamenti e rappresaglie.Un maggiore coordinamento con Baghdad potrebbe rafforzare il controllo delle frontiere, ma rischierebbe di alimentare nuove tensioni se venisse percepito come una riduzione dell’autonomia regionale imposta dalle pressioni iraniane.Anche gli interessi economici pesano sulle decisioni. Iran e Iraq sono legati da importanti scambi commerciali e dalle forniture di gas iraniano utilizzato per produrre elettricità. Secondo funzionari iracheni citati da Reuters, Baghdad paga annualmente a Teheran tra quattro e cinque miliardi di dollari per queste importazioni.La guerra ha già complicato trasporti, attraversamenti di frontiera e attività commerciali. Un ulteriore deterioramento dei rapporti potrebbe aggravare le difficoltà energetiche irachene e penalizzare investimenti e occupazione nelle regioni di confine.Questa dipendenza economica aumenta la capacità negoziale iraniana, ma non dimostra che esista uno scambio esplicito tra forniture energetiche e consegna degli oppositori curdi. I due dossier restano distinti, pur influenzando il contesto complessivo delle relazioni bilaterali.Per Baghdad si delineano due possibilità. Un controllo verificabile delle attività armate, accompagnato da garanzie per le persone rifugiate, potrebbe ridurre il rischio di nuove operazioni iraniane. Una politica di espulsioni indiscriminate, invece, potrebbe provocare tensioni con Erbil, contestazioni giuridiche e ulteriori divisioni interne.La questione curda diventa così una prova della capacità irachena di esercitare una sovranità effettiva. Non basta controllare militarmente una frontiera: occorre anche decidere autonomamente come applicare gli accordi internazionali e tutelare le persone presenti sul proprio territorio.Teheran cerca maggiore sicurezza lungo il confine occidentale. Baghdad deve dimostrare di poter contribuire a garantirla senza rinunciare alla propria autonomia politica e giuridica. È in questo equilibrio, più che nelle dichiarazioni diplomatiche, che si misurerà la reale portata dell’intesa.