DUBAI — I Guardiani della rivoluzione hanno rivendicato giovedì il colpo più pesante dall’inizio della guerra, sette petroliere danneggiate in un solo giorno nelle acque dello stretto di Hormuz, e nelle stesse ore il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scritto che quegli attacchi non sono mai avvenuti. Il mercato non ha aspettato di sapere chi dei due avesse ragione: il greggio è salito di circa il 2%, ai massimi da cinque mesi.La Marina dei Pasdaran, riferisce Reuters, sostiene di aver colpito simultaneamente quattro navi impegnate in «trasferimenti illegali di petrolio» nel Golfo Persico settentrionale, tracciate dal giorno prima, e che altre tre sono finite su mine a ovest dello stretto. Alcune unità, secondo il comunicato, erano ancora in fiamme giovedì mattina. La tv di Stato iraniana parla di sette petroliere senza dare bandiere né bilancio delle vittime. Al Pentagono è arrivato un avvertimento: se le «provocazioni» continuano, cioè se Washington fa passare petroliere scortate per altri tratti dello stretto, la «risposta più ampia» toccherà le basi americane nella regione.Trump ha risposto sul suo social Truth. «L’Iran sta facendo tutto il possibile per far salire il prezzo del petrolio prima delle elezioni di metà mandato. Si inventano perfino colpi, mine e tutto il resto, perché attraverso lo stretto di Hormuz passa oggi più petrolio di quanto ne passasse prima dell’inizio del conflitto», ha scritto. Il voto per il rinnovo del Congresso è fissato al 3 novembre.I registri marittimi, per ora, non confermano la versione iraniana. L’ufficio della Marina britannica che raccoglie le segnalazioni dei mercantili nel Golfo non ha diffuso alcun rapporto corrispondente agli attacchi rivendicati. Il centro congiunto che monitora la navigazione nella regione aveva già scritto il 18 ottobre che le due superpetroliere date da Teheran per urtate da mine non trovavano «alcun riscontro». Il comando Usa per il Medio Oriente ha respinto in passato gli annunci iraniani sulle mine come falsi, dicendo di aver bonificato le rotte internazionali, e questa settimana ha detto che «la stragrande maggioranza» degli attacchi al naviglio è fallita. Sulle sette navi di giovedì non ha commentato subito.Non tutti i colpi, però, sono andati a vuoto. Il 13 ottobre un attacco ha affondato il portacontainer GFS Pride, battente bandiera di Singapore, e lo stretto resta di fatto chiuso al traffico ordinario da quando la guerra è cominciata, il 28 febbraio, con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il blocco navale americano, dice il comando Usa, ha fermato export petrolifero iraniano per 25 miliardi di dollari.Il Brent a 112 dollariDa Hormuz passa un quinto del petrolio e del gas scambiati nel mondo. Giovedì il Brent ha toccato circa 112 dollari al barile, dopo i 110 di mercoledì, e il gas in Europa costa il 140% in più rispetto a fine febbraio. Il 29 ottobre i ministri dell’Energia dei Ventisette si riuniscono per valutare misure di riduzione dei consumi, anche per famiglie e imprese, nel caso lo stretto resti chiuso per mesi. La proposta viene dall’Irlanda, che presiede il Consiglio Ue, e il commissario all’Energia Dan Jørgensen aveva già chiesto a settembre di considerare tagli alla domanda. Diesel e carburante per gli aerei sono i prodotti più esposti.Mentre i Pasdaran annunciavano le petroliere in fiamme, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto sul Financial Times che Teheran ha consegnato agli Stati Uniti, tramite mediatori, un piano in sette giorni per chiudere la guerra: riapertura dello stretto al sesto giorno, negoziati dal settimo. Il piano, aggiunge, «resta sul tavolo». Trump aveva respinto a fine settembre una precedente offerta di riapertura e aveva avvertito che l’Iran sarebbe stato colpito «molto duramente» se lo stretto fosse rimasto chiuso.Le due versioni di giovedì, le navi in fiamme e i colpi inventati, parlano allo stesso calendario: a Teheran come a Washington il 3 novembre è la data su cui si misurano il prezzo del greggio e la pazienza degli elettori. Il fronte, nel frattempo, si è allargato oltre lo stretto: gli Houthi dello Yemen hanno colpito siti energetici in Arabia Saudita, e gli Stati Uniti hanno ritirato parte del personale dalla loro ambasciata a Riad.