SEUL — «È tempo di organizzare una potenza di fuoco capace di incutere terrore nel cuore del nemico». Lo ha detto ai soldati il maresciallo Pak Jong Chon, uno dei vertici dell’Esercito popolare coreano, ispezionando martedì le fortificazioni che la Corea del Nord sta costruendo lungo il confine con il Sud. Le sue parole, diffuse mercoledì mattina dall’agenzia di Stato Kcna e riprese da Reuters, accompagnano un ordine formale: le truppe di frontiera dovranno passare a un’«azione pronta e risoluta» se le forze sudcoreane ne minacceranno la sicurezza.L’ordine arriva un mese dopo le esplosioni di mine che hanno ferito tre soldati sudcoreani nella zona smilitarizzata. Con Pak c’era Kim Yo-jong, sorella del leader Kim Jong-un e dirigente del Partito del lavoro, che ha riferito una disposizione del fratello: fortificare il confine «con uno Stato nemico perché sia eternamente inespugnabile». Reuters scrive che l’annuncio alza il rischio di uno scontro lungo una delle frontiere più armate del mondo.Pak ha chiesto ai reparti, in caso di «provocazione che minaccia davvero la sicurezza dei nostri militari», un intervento «molto esperto, specializzato e schiacciante». Kim Yo-jong ha aggiunto che bisogna far sapere «a quei farabutti che le nostre nuove unità di fuoco hanno preso le posizioni di tiro». Le accuse di Seul, per il maresciallo, sono un’«affermazione assurda» costruita per scaricare la colpa: l’esercito del Nord conosce il confine «meglio di chiunque altro» e opera «nel proprio territorio».La risposta di Seul era arrivata già martedì. Lo Stato maggiore congiunto sudcoreano ha accusato Pyongyang di ribaltare le responsabilità e ha confermato l’uso di altoparlanti e colpi di avvertimento, definiti «misure difensive legittime per impedire alle truppe nordcoreane di attraversare la linea di demarcazione e per respingere quelle che l’hanno attraversata». Il ministero della Difesa ha precisato che non si tratta dei grandi impianti di propaganda, spenti l’11 giugno per ordine del presidente Lee Jae-myung, ma di diffusori minori nelle postazioni di guardia.Le mine di settembreTutto comincia il 21 settembre, nel settore occidentale della zona smilitarizzata. Tre soldati della 25ª divisione di fanteria sudcoreana, impegnati ad aprire una via di pattuglia, saltano su mine antiuomo; due restano feriti gravemente. I rilievi satellitari collocano i punti dello scoppio, e una terza mina trovata il 29 settembre, a una decina di metri a sud della linea di demarcazione, cioè in territorio del Sud. La polizia scientifica nazionale riconosce negli ordigni mine in plastica di fabbricazione nordcoreana.Il 5 ottobre Seul chiude l’inchiesta insieme al Comando Onu, la struttura a guida americana che vigila sull’armistizio del 1953. Il vicecapo di Stato maggiore chiede a Pyongyang «sincere scuse» e la rimozione delle mine, posate «in violazione dell’armistizio». Kim Yo-jong liquida la perizia come «infondata». Il ministro della Difesa Kang Shin-chul annuncia in Parlamento «misure corrispondenti», per gradi.Lunedì sera la sorella del leader ha alzato il tono con una dichiarazione intitolata «Non si difende la sovranità con le parole», riferisce l’Associated Press: le provocazioni dei «gangster militari» del Sud «hanno superato la linea rossa», e Pyongyang valuta il dispiegamento di «mezzi d’attacco tattici lungo l’intera linea di confine» e la ripresa delle proprie trasmissioni con altoparlanti.I numeri raccontano un confine che si muove. Secondo Seul, quest’anno il Nord ha mandato fino a 7.000 operai a lavorare alle fortificazioni, avviate nell’aprile 2024, e i soldati nordcoreani hanno oltrepassato la linea di demarcazione una cinquantina di volte, contro le 17 del 2025. La partita, su una linea che l’armistizio non ha mai trasformato in un confine riconosciuto da un trattato di pace, si gioca sul tracciato stesso: Pyongyang dice di muoversi in casa propria, Seul conta gli sconfinamenti. Nel novembre 2025 il Sud aveva proposto colloqui per chiarire la linea; dal Nord non è mai arrivata risposta.Il generale Jin Yong-sung, capo di Stato maggiore congiunto, ha promesso una risposta «ferma» e la punizione «risoluta» di ogni nuova provocazione.