WASHINGTON — Louise Lucas, 82 anni, senatrice democratica della Virginia dal 1992 e presidente della commissione Bilancio del Senato statale, si è consegnata giovedì mattina alle autorità federali a Norfolk. Un gran giurì la accusa in cinque capi, fra cui associazione per delinquere, riciclaggio e corruzione: secondo il procuratore generale Todd Blanche avrebbe guidato con due figlie e un nipote uno schema da 4,5 milioni di dollari costruito sul commercio di marijuana e protetto dalla sua carica. Lei risponde su X: «Non mi farò intimidire. Non arretrerò».Mercoledì sera Ilhan Omar, deputata democratica del Minnesota eletta a Minneapolis, aveva fatto sapere che non tornerà più nella casa di Washington perquisita il 12 ottobre dagli agenti dell’immigrazione: l’indirizzo è ormai pubblico e le minacce di morte non si fermano. Due atti federali contro due figure democratiche, resi pubblici nello stesso giorno, a dodici giorni dalle elezioni di medio termine del 3 novembre.L’incriminazione di Lucas, otto capi e sette imputati, era stata emessa il 14 ottobre e aperta solo giovedì. Secondo l’accusa la senatrice avrebbe comprato e distribuito almeno 100 chili di marijuana attraverso The Cannabis Outlet, il negozio aperto a Portsmouth nel 2021 con la figlia Lisa; in Virginia il consumo ricreativo è legale, la vendita non ancora. Nell’agosto 2022 avrebbe inoltre pagato 750.000 dollari per una società destinata a ottenere una futura licenza, senza dichiararla.«Una funzionaria pubblica che ha messo i propri interessi finanziari davanti alle persone che era stata eletta a servire», ha detto Blanche in conferenza stampa a Norfolk. Il direttore dell’Fbi Kash Patel ha parlato di uno schema durato cinque anni. L’inchiesta, scrive il New York Times, era nata sotto l’amministrazione Biden: intercettazioni autorizzate da un giudice tra marzo e aprile, perquisizione dell’ufficio e del negozio il 6 maggio.Lucas, cresciuta nella Virginia della segregazione, ha rovesciato l’accusa: «Ho visto cosa succede quando chi ha il potere prova a zittire chi gli tiene testa. Ho passato la vita a reagire e non smetto adesso». Non è candidata il 3 novembre, ma il suo nome è legato a candidati di primo piano dello Stato. È il calendario, più delle carte, a legare i due fascicoli: entrambe le indagate chiamano intimidazione quello che l’amministrazione chiama applicazione della legge, e il voto è fra dodici giorni.La casa di OmarOmar ha raccontato la sua mattina del 12 ottobre a MS NOW, la rete ex MSNBC: gli agenti alle 6, dopo due ore e mezza di sonno, colpi alla porta anteriore e a quella posteriore, il marito e il figlio ventenne in casa. «Non ti presenti a casa di qualcuno a quell’ora del mattino se non vuoi terrorizzarlo». Fra i 17 oggetti sequestrati, due suoi telefoni, il primo cellulare della figlia minore, un libro per imparare il somalo e una macchina fotografica degli anni Sessanta dello zio del marito. Per la prima ora, dice, non ha potuto chiamare l’avvocato.La perquisizione non l’ha eseguita l’Fbi, ma la polizia investigativa dell’agenzia per l’immigrazione. Il mandato ipotizza frode e false dichiarazioni in procedimenti migratori: gli investigatori verificano se Omar, arrivata dalla Somalia a 12 anni dopo quattro anni nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, e naturalizzata nel 2000, abbia falsificato la sua età nella procedura di cittadinanza. Alcuni familiari, tra cui la sorella, hanno ricevuto una convocazione. Nessuna incriminazione a oggi, e dal 12 ottobre i procuratori non hanno contattato né lei né i suoi legali.Il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha collegato l’operazione a possibili frodi nei documenti d’immigrazione della famiglia. Tom Homan, lo «zar del confine» della Casa Bianca, ha detto a Fox News che gli investigatori avrebbero un «caso solido» e che in caso di condanna Omar potrebbe essere espulsa in Somalia. La deputata: «Sono sicura di non aver fatto nulla di male». E sull’ipotesi che abbia mentito da bambina: «Sarebbe un’impresa enorme incriminare una dodicenne per aver così abilmente cospirato per frodare i servizi per l’immigrazione». Il Dipartimento di giustizia non ha risposto alla richiesta dei suoi avvocati di restituire il materiale.Un giudice federale ha intanto limitato l’accesso dei procuratori ai dispositivi sequestrati, invocando la clausola costituzionale che protegge l’attività parlamentare. La prassi del Dipartimento di giustizia è evitare atti investigativi palesi nei 60 giorni che precedono un voto, e Omar è sulla scheda del 3 novembre. L’amministrazione replica che quella dei 60 giorni è una consuetudine informale, non una regola scritta.