In un Paese dove il petrolio finanzia gran parte della spesa pubblica, decidere chi guida la Banca centrale significa incidere su molto più dei tassi di interesse. Significa intervenire sul circuito attraverso il quale le entrate vengono convertite, i pagamenti autorizzati, le importazioni sostenute e il bilancio dello Stato mantenuto in equilibrio, oppure spinto fuori controllo. Per questo gli eventi del 22 ottobre in Libia non possono essere letti come un’ordinaria successione amministrativa. Il governatore Naji Issa è diventato il centro di un nuovo confronto fra istituzioni rivali, mentre attorno agli organismi di controllo si sono registrate pressioni e atti di forza.La Camera dei rappresentanti, con sede nell’est del Paese, ha comunicato di avere approvato in linea di principio le dimissioni presentate da Issa nell’agosto scorso e di sostenere l’affidamento temporaneo dell’incarico al consigliere Fowzi Musbah Abukhzam. Il primo vicepresidente dell’Alto Consiglio di Stato, Naji Mukhtar Ali, ha però respinto la decisione unilaterale e chiesto a Issa di proseguire nell’incarico. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il presidente dello stesso Alto Consiglio, Mohamed Takala, che ha invece invitato Abukhzam a svolgere provvisoriamente le funzioni di governatore, in attesa di un’intesa con la Camera. Reuters ha esaminato comunicazioni scritte relative a queste posizioni. Non siamo dunque davanti a due blocchi perfettamente contrapposti: la frattura attraversa anche le istituzioni che dovrebbero mediare.La Banca centrale ha inoltre denunciato l’ingresso forzato di alcune persone nella propria sede a Tripoli, mentre il governatore era assente. La circostanza è stata resa pubblica dall’istituto, ma l’attribuzione delle responsabilità e la ricostruzione precisa della dinamica richiedono ulteriori accertamenti. Il giorno precedente, la missione ONU in Libia aveva condannato l’uso della forza e dell’intimidazione nella sede del National Audit Bureau, l’organismo di controllo dei conti pubblici, per imporre una nomina contestata. Si tratta di episodi distinti, ma che evidenziano una medesima criticità istituzionale: la trasformazione del conflitto sulle procedure in pressioni materiali sugli uffici che dovrebbero operare in condizioni di indipendenza.Naji Issa era stato nominato nel 2024 dopo un compromesso fra gli organismi politici libici. Quell’intesa aveva contribuito a superare una precedente paralisi della Banca centrale, accompagnata da gravi perturbazioni della produzione petrolifera e del mercato valutario. Il precedente rende la crisi attuale particolarmente rischiosa, non perché sia già inevitabile una nuova interruzione delle esportazioni, ma perché dimostra quanto rapidamente la lotta per la legittimità finanziaria possa ripercuotersi sull’economia reale. Il mandato del governatore non è un dettaglio burocratico quando le istituzioni che devono riconoscerlo non concordano sull’autorità competente a nominarlo e sostituirlo.Il paradosso libico è documentato da tempo. La Banca mondiale ricorda che nel 2024 gli idrocarburi rappresentavano circa il 93 per cento delle esportazioni e il 72 per cento delle entrate pubbliche. Il Paese dipende quindi da una risorsa il cui prezzo e i cui volumi di produzione possono cambiare rapidamente. Ma il problema non è soltanto la dipendenza dal petrolio: riguarda anche le modalità con cui i proventi vengono registrati, ripartiti e spesi. Quando coesistono centri decisionali differenti, la contabilità non è più un semplice strumento amministrativo. Diventa il terreno sul quale ciascuna fazione cerca di dimostrare la propria capacità di governare.Ad aprile il Fondo monetario internazionale (FMI) ha descritto una traiettoria di spesa pubblica insostenibile, con pressioni sul cambio, sulle riserve e sui prezzi. Nel 2025 il disavanzo di bilancio, secondo la missione del Fondo, aveva raggiunto circa il 30 per cento del PIL. Il rapporto segnalava inoltre l’enorme peso dei salari pubblici e dei sussidi energetici. Questi dati devono essere letti come valutazioni riferite al periodo e alla metodologia del FMI, non come una fotografia della situazione finanziaria del 22 ottobre. Il loro significato rimane però decisivo: senza regole unificate, maggiori entrate petrolifere non garantiscono necessariamente una maggiore stabilità.Il 21 ottobre la missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ha ricordato che l’indipendenza dell’organismo di controllo finanziario è essenziale per tutelare la gestione dei fondi pubblici. Ha inoltre avvertito che chi attacca le istituzioni può esporsi a sanzioni mirate nel quadro delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Non si tratta di una condanna giudiziaria già pronunciata, ma di un richiamo agli strumenti esistenti e alla necessità di rispettare le procedure legali. In un sistema fragile, chi controlla i conti non è meno strategico di chi amministra la liquidità. Senza una verifica esterna, anche decisioni formalmente legittime rischiano di diventare opache.Una Banca centrale credibile dovrebbe poter operare con una direzione riconosciuta, criteri trasparenti per la vendita di valuta, dati pubblici sulle entrate petrolifere e sui trasferimenti, oltre a rapporti regolari con gli organi di controllo. Il processo politico dovrebbe invece garantire un bilancio comprensibile e condiviso. Nessuno di questi obiettivi si raggiunge entrando in un palazzo accompagnati da uomini armati. Servono accordi applicabili e verificabili anche dalle fazioni momentaneamente escluse dagli incarichi.La Libia non è soltanto un fornitore energetico affacciato sul Mediterraneo. È un nodo commerciale, migratorio e di sicurezza lungo le rotte che uniscono Nord Africa, Sahel ed Europa. La stabilità dei pagamenti pubblici condiziona la capacità di garantire servizi, sostenere infrastrutture, importare beni e retribuire i lavoratori. La disgregazione finanziaria non produce automaticamente una nuova crisi migratoria, ma può aggravare vulnerabilità già presenti. Allo stesso modo, la precarietà della catena decisionale su petrolio e valute può aumentare l’incertezza per gli operatori economici libici e stranieri. Il collegamento con l’Europa è quindi concreto, senza che sia necessario trasformare ogni tensione a Tripoli nella previsione di una catastrofe.Nei prossimi giorni saranno soprattutto quattro gli elementi da osservare: l’eventuale raggiungimento di un’intesa formalizzata tra la Camera dei rappresentanti e l’Alto Consiglio di Stato sulla guida della Banca centrale; la possibilità per l’istituto e per l’organismo di controllo dei conti di lavorare senza interferenze armate; la continuità nella pubblicazione di dati coerenti su petrolio, riserve e utilizzo delle risorse; l’andamento delle pressioni sul dinaro e sulle importazioni. Sono indicatori più utili della sola conta delle dichiarazioni politiche.La crisi libica viene spesso raccontata come una disputa interminabile fra est e ovest. Gli eventi di ottobre suggeriscono qualcosa di più preciso: la fragilità maggiore emerge quando nessun attore può garantire che una decisione pubblica sarà riconosciuta anche il giorno successivo. La questione non è soltanto chi siederà nella stanza del governatore. È se quella stanza tornerà ad appartenere a uno Stato, anziché al rapporto di forza del momento.