Niccolò Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi? Prima ditemi quale fine…”

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Non lo incontrai a Palazzo Vecchio, dove aveva servito la Repubblica fiorentina, né a Sant’Andrea in Percussina, dove l’esilio lo aveva restituito ai libri e alla solitudine.Lo incontrai in una stanza senza tempo.Sul tavolo stavano Tito Livio, Tacito e una copia del Principe. Machiavelli sedeva accanto alla finestra, con quell’aria sottile e un poco beffarda che pareva appartenere più a chi avesse conosciuto gli uomini che a chi avesse trascorso la vita fra i libri.«Messere Niccolò», cominciai, «sono trascorsi cinque secoli dalla vostra morte. Eppure, ogni volta che un governante compie qualcosa di moralmente discutibile, il vostro nome torna a essere pronunciato».Sollevò gli occhi.«Messer mio, voi mi recate una novella assai curiosa. Quand’ero vivo, i potenti mi tenevano lontano dai loro palazzi; ora che son morto, mi vogliono presente a ogni loro ribalderia. Per mia fé, è una fortuna che non avrei saputo immaginare.»— Vi attribuiscono una frase celeberrima: il fine giustifica i mezzi.«Orsù, cominciamo male! Una sentenza che non ho scritto, e che nondimeno mi vien messa in bocca da cinque secoli. Ma lasciamo correre, ché gli uomini hanno sempre avuto maggior amore per le parole brevi che per i pensieri lunghi. Ditemi piuttosto, messere: quale fine? La salute della repubblica? La libertà dei cittadini? La conservazione degli ordini? O il desiderio d’un uomo di non levarsi mai dalla seggiola del comando? Perché, vedete, se ogni appetito del potente diventa ragion di Stato, allora non v’è furfanteria che non possa vestirsi da virtù. E sarebbe davvero una bella invenzione: far del vizio una necessità e della necessità una patente d’onestà.»— Eppure avete scritto che un principe deve imparare a non essere buono, quando le circostanze lo richiedono.«L’ho scritto, sì. E non me ne dolgo. Ma voi moderni avete una strana maniera di leggere: prendete ciò che vi torna comodo e lasciate il resto a dormire fra le pagine. Io dissi che chi governa deve conoscere il male, non già che debba farne mestiere. Un principe che ricorra alla crudeltà per necessità porta un peso grave; colui che vi trova piacere non è principe prudente, ma tiranno. E badate, messer mio, che la necessità è una dama assai corteggiata: tutti la chiamano in aiuto, specialmente quando vogliono fare ciò che già avevano deciso.»— La politica italiana ha conosciuto uomini come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi. Il primo maestro della mediazione e della continuità del potere; il secondo capace di trasformare la comunicazione in uno strumento politico senza precedenti nella storia repubblicana.«Mi nominate due signori che non ho conosciuto, e vorreste ch’io ne dessi sentenza? Per mia fé, sarebbe giudicare un uomo dal ritratto che ne fa il suo pittore. Ditemi piuttosto che cosa hanno lasciato. Gli ordini dello Stato son divenuti più saldi? Le leggi più rispettate? I cittadini più liberi? La cosa pubblica meno soggetta alla fortuna d’un solo uomo? Ché un principe può durar molti anni senza rendere più forte lo Stato. E un altro può perderlo senza aver governato invano. La durata del comando mostra l’abilità di conservarlo. Non sempre la grandezza di chi lo esercita.»— Oggi i governanti cercano il consenso attraverso la televisione, i social network, i sondaggi. La politica è diventata anche rappresentazione.«Rappresentazione? Lo è sempre stata, messere. Gli uomini giudicano assai spesso con gli occhi, ché vedere è concesso a tutti, conoscere veramente a pochi. Ma voi avete compiuto una meraviglia: avete dato al principe il modo di mostrarsi a ogni ora del giorno. Mi domando quando trovi il tempo di governare. Un tempo il potente cercava di costruirsi una buona immagine per sostenere le proprie decisioni. Ora, da quel che mi dite, taluni prendono decisioni soltanto per sostenere la propria immagine. È un bel rovesciamento. E non so se debba chiamarlo progresso.»— È una condanna della democrazia moderna?«È una condanna della vanità, che prospera sotto ogni forma di governo. Non dimenticate, messer mio, ch’io servii una repubblica.E nei miei Discorsi cercai di comprendere come Roma avesse conservato la propria libertà attraverso ordini capaci di contenere l’ambizione dei grandi. Voi sembrate credere che una repubblica sia sana quando tutti dichiarano d’essere d’accordo. Io osservai che i tumulti fra il popolo e i grandi, quando trovano forma negli ordinamenti, possono generare leggi favorevoli alla libertà. Il male non è che gli uomini abbiano interessi diversi. Il male nasce quando uno di questi interessi diventa così potente da non poter più essere contrastato.»— Dunque la divisione politica non è necessariamente un male?«La divisione regolata dalle leggi può essere una forza. La divisione che distrugge le leggi è una malattia. Una repubblica non deve pretendere che i cittadini pensino tutti allo stesso modo. Deve impedire che qualcuno, per imporre il proprio pensiero, si impadronisca degli ordini dello Stato. La concordia imposta dal timore è soltanto silenzio. E il silenzio, messere, non è prova di libertà.»— Veniamo alla guerra. Nel nostro secolo disponiamo di armi capaci di distruggere città in pochi istanti. Eppure continuiamo a combattere.«Mi stupirebbe il contrario. Avete perfezionato gli strumenti, non la natura degli uomini. Ma la potenza delle vostre armi rende ancor più grave l’imprudenza di chi governa. Ai miei tempi una guerra mal condotta poteva perdere una città o una provincia. Voi potete compromettere il destino di generazioni che non sono ancora nate. E tuttavia mi dite che molte guerre vengono intraprese senza aver stabilito quale pace debba seguirle. È un errore antico, aggravato da mezzi nuovi. Chi sa iniziare una guerra e non sa immaginare la pace somiglia a un architetto che abbatte una casa senza conoscere il disegno di quella che dovrebbe sostituirla.»— Avete ammirato Cesare Borgia. Come conciliate quella ammirazione con il vostro pensiero repubblicano?Machiavelli sorrise appena, come chi si vede finalmente porgere una domanda degna di risposta.«Ah, messer mio, eccoci al Valentino! Son cinque secoli che mi vien rinfacciato quell’uomo, quasi ch’io l’avessi generato e allevato in casa mia. Lo osservai, questo sì. E con molta attenzione. Aveva animo risoluto, sapeva conoscere gli uomini e non lasciava che le occasioni gli passassero innanzi come mercanti sulla strada. Ma badate: ammirare la virtù politica d’un uomo non significa farne un santo. Se dovessi attendere la santità per studiare i governanti, avrei scritto un libro assai sottile. Forse una sola pagina, e bianca. Il Valentino seppe acquistare potere. Non seppe renderlo indipendente dalla fortuna che l’aveva innalzato. Morto il padre, mutati gli amici, sopraggiunta la malattia, tutto gli venne meno. E qui sta la lezione, messere: altro è conquistare uno Stato, altro fondarlo in maniera che non cada insieme al suo signore. Un uomo può essere maestro nell’arte di prendere il comando e scolaro assai mediocre in quella di lasciare buoni ordini. Quanto alla mia inclinazione repubblicana, non v’è contraddizione nel conoscere la forza d’un principe e preferire la libertà d’una repubblica. Chi studia il veleno non è per questo obbligato a berlo.»— Vi rimproverano di avere separato la politica dalla morale.«Oh, questa è bella! Dunque, per aver descritto gli uomini quali sono, dovrei esser tenuto responsabile di non averli trovati quali dovrebbero essere? Messer mio, se un medico scrive delle febbri, non per questo gli si può imputare d’averle inventate. Io vidi principi devoti che facevano pessime guerre, e uomini senza gran fama di santità che sapevano custodire gli Stati. Compresi allora che le buone intenzioni non bastano a governare. Ma badate bene: non ho mai scritto che il male diventi bene soltanto perché riesce. La necessità può imporre una scelta dura; non trasforma ogni scelta dura in necessaria. E v’è una differenza grandissima fra chi sopporta il peso d’un atto terribile e chi, dopo averlo compiuto, pretende pure d’essere lodato. Quest’ultimo, per mia fé, non cerca la salvezza dello Stato. Cerca un confessore disposto a dargli ragione.»— Nel nostro tempo si invoca spesso la sicurezza nazionale per limitare le libertà e concentrare il potere.«La sicurezza, dite? Bella parola, e di gran commercio. Ogni principe ne tiene una buona provvista, ché serve a persuadere il popolo di quasi ogni cosa. Ma ditemi, messere: che cosa volete mettere al sicuro? Le leggi o colui che le comanda? La repubblica o la fortuna del suo capo? Se per difendere una città ne abbattete tutte le mura dall’interno, avrete fatto al nemico un lavoro assai gradito. Roma conobbe magistrature straordinarie per i tempi del pericolo. Ma straordinario vuol dire che una cosa non debba durare in eterno. Se un governante domanda poteri eccezionali ogni mattina, comincerei a sospettare che l’eccezione non stia negli eventi, ma nel suo appetito. E badate a questo: chi promette sicurezza in cambio di ogni libertà potrebbe finire per togliervi l’una senza sapervi dare l’altra.»— Esiste ancora una differenza fra un uomo politico abile e uno veramente grande?«Certamente. Ed è differenza che i più non vogliono intendere. L’uomo abile sa acquistare amici, confondere i nemici, cogliere l’occasione e tenersi stretto il comando. L’uomo grande conosce tutte queste arti, ma sa altresì quando non servirsene. Perché vi sono vittorie che indeboliscono chi le ottiene, e rinunce che gli conservano lo Stato. La virtù politica non consiste nel correre sempre innanzi. Consiste nel conoscere il tempo: quando convenga procedere con impeto e quando con rispetto. Ma voi moderni, da quel che mi raccontate, avete un singolare costume: chiamate indispensabile ogni uomo che non vuole andarsene. Ai miei tempi si sarebbe detto che aveva buon appetito. Oggi, a quanto pare, lo chiamate senso di responsabilità.»— Se oggi doveste riscrivere Il Principe, quale capitolo aggiungereste?«Nessuno, messer mio. Mi pare d’aver già dato abbastanza lavoro ai lettori, e ancor più a coloro che non mi leggono. Scriverei piuttosto una lettera ai governanti del vostro secolo. Direi loro che il potere non diventa giusto soltanto perché riesce a conservarsi. Che il consenso del popolo non muta ogni sciocchezza in sapienza. Che la forza senza prudenza è una bestia cieca, e la prudenza senza forza è una buona intenzione che aspetta d’essere divorata. Direi ancora che la fortuna è donna capricciosa e che nessun principe dovrebbe scambiare i suoi favori per una promessa di matrimonio. Ma soprattutto ricorderei loro una cosa: lo Stato non è la casa privata di chi lo governa. Un principe può perdere il comando e lasciare uno Stato saldo. Può altresì conservarlo fino alla morte e lasciare dietro di sé soltanto rovine. E fra i due, messere, io so bene quale meriti maggior memoria.»Si alzò e raggiunse la finestra. Fuori, Firenze continuava a vivere, indifferente alle nostre domande.— Un’ultima cosa, messere Niccolò. Se incontraste oggi un governante che giustifica qualsiasi mezzo in nome di un grande fine, che cosa gli direste?Machiavelli si voltò lentamente.«Gli direi: orsù, signore, mostratemi questo fine che vi sta tanto a cuore. Poi gli domanderei chi debba pagarne il prezzo. E infine vorrei sapere se sarebbe disposto a perdere il proprio potere pur di conseguirlo. Perché, vedete, messer mio, ho conosciuto molti uomini pronti a sacrificare ogni cosa per il bene dello Stato. Purché la cosa sacrificata appartenesse a qualcun altro.»Sorrise, ma negli occhi non vi era allegria.«Se poi quel signore mi rispondesse che senza di lui la patria andrebbe in rovina, gli consiglierei di far testamento. Non già per la sua morte, ma per quella della repubblica.»Mi accompagnò alla porta.Prima che uscissi, aggiunse:«E riferite una cosa ai vostri governanti. Io non ho mai insegnato che ogni mezzo sia lecito per raggiungere un fine. Ho insegnato a guardare gli uomini senza il velo delle loro parole. Il resto lo avete aggiunto voi. E, per mia fé, non sempre con grande ingegno.»Lasciai la stanza.Mi accompagnava una considerazione che non avevo trovato scritta in nessuno dei suoi libri, ma che mi sembrava appartenere interamente al suo pensiero.Il fine non giustifica i mezzi quando il fine è soltanto il mezzo attraverso il quale un uomo giustifica sé stesso.