Burkina Faso, torna la pena di morte: la linea dura di Traoré contro il terrorismo

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Il Burkina Faso ripristina la pena di morte per terrorismo, spionaggio e alto tradimento, scegliendo la massima severità penale per affrontare una crisi della sicurezza che continua a destabilizzare il Paese. Il 20 ottobre il Parlamento ha approvato la revisione del codice penale, segnando un’inversione rispetto all’abolizione della pena capitale per i reati comuni adottata nel 2018. L’approvazione parlamentare non coincide tuttavia automaticamente con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni né con l’esecuzione di eventuali condanne.La decisione rappresenta un passaggio significativo nella politica del presidente Ibrahim Traoré, che punta a rafforzare l’autorità dello Stato di fronte all’insurrezione jihadista. Ma l’inasprimento delle pene non garantisce, da solo, una maggiore capacità di proteggere il territorio e la popolazione.Il ministro della Giustizia, Edasso Rodrigue Bayala, ha sostenuto che i gruppi terroristici reclutano nuovi combattenti anche minimizzando le conseguenze di un’eventuale cattura. Secondo il governo, la prospettiva della pena capitale dovrebbe quindi scoraggiare l’adesione alle organizzazioni armate.Si tratta però di un’ipotesi politica, non di un effetto dimostrato. Il reclutamento nelle insurrezioni saheliane dipende da fattori diversi: coercizione, interessi economici, vendette, rivalità locali e necessità di protezione. Per una popolazione esposta quotidianamente alla violenza, la minaccia immediata degli insorti può pesare più della prospettiva di una condanna futura.Anche le linee guida dell’Unione Europea sulla pena di morte richiamano l’assenza di prove convincenti della sua efficacia come deterrente contro il crimine. Attribuire alla riforma burkinabè la capacità di ridurre significativamente il terrorismo sarebbe dunque prematuro.Il problema principale rimane militare e territoriale. Contrastare un’insurrezione richiede informazioni attendibili, mobilità, rifornimenti e capacità di mantenere il controllo delle località dopo le operazioni. Riconquistare un villaggio serve a poco se le forze statali non riescono a proteggerlo stabilmente e gli abitanti continuano a temere rappresaglie.La pena capitale interviene dopo la cattura e il processo, senza sostituire queste capacità operative. Potrebbe inoltre scoraggiare la resa di alcuni combattenti, qualora ritenessero inevitabile una condanna a morte. È un rischio da considerare, non una conseguenza certa.Particolarmente delicata diventa la qualità delle indagini. Nelle aree contese, distinguere il sostegno volontario ai gruppi armati dalla collaborazione imposta attraverso minacce richiede prove solide e garanzie giudiziarie effettive. Un errore irreversibile rischierebbe di alimentare nuove ostilità verso lo Stato e favorire la propaganda degli insorti.La riforma solleva inoltre interrogativi sull’applicazione della pena capitale ai reati di spionaggio e alto tradimento. Senza definizioni precise e controlli indipendenti, il confine tra tutela della sicurezza nazionale e repressione del dissenso potrebbe diventare incerto.Secondo l’interpretazione del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani, negli Stati che mantengono la pena di morte la categoria dei reati più gravi deve essere limitata a fatti di estrema gravità che comportino un’uccisione intenzionale. L’applicazione della pena capitale a fattispecie più ampie pone quindi seri problemi di compatibilità con gli standard internazionali.Il ritorno della pena di morte si inserisce in una politica di rafforzamento dell’autorità statale che comprende anche interventi sulla disciplina sociale. La criminalizzazione dei rapporti omosessuali era già stata approvata nel 2025 e non può essere presentata come una novità introdotta dalla riforma di ottobre. Per valutare eventuali ulteriori modifiche occorre confrontare i testi legislativi.La linea del governo collega sicurezza, ordine pubblico e richiamo ai valori tradizionali. Non vi sono tuttavia elementi sufficienti per attribuire queste scelte a un’imposizione russa: la cooperazione internazionale di Ouagadougou e la responsabilità delle decisioni legislative interne rimangono questioni distinte.Le conseguenze della crisi si misurano soprattutto nell’economia. L’insicurezza interrompe i collegamenti commerciali, aumenta i costi di trasporto, ostacola le attività minerarie e impedisce a numerosi agricoltori di lavorare. Nessun inasprimento delle pene può riaprire automaticamente una strada o garantire la sicurezza di un mercato.Una repressione indiscriminata potrebbe anzi aggravare la sfiducia delle comunità, riducendo la collaborazione con le autorità e complicando la raccolta delle informazioni necessarie alle operazioni antiterrorismo.Per il Burkina Faso, la sfida resta quindi costruire una presenza statale capace di garantire sicurezza quotidiana, amministrazione e giustizia. È su questi risultati che dovrà essere valutata l’efficacia della strategia di Traoré.Anche per l’Unione Europea e per l’Italia, interessate alla stabilità del Sahel, la questione centrale non è soltanto la severità delle nuove norme, ma la capacità delle istituzioni burkinabè di ridurre la violenza rispettando garanzie fondamentali.Il ritorno della pena di morte dimostra la volontà del governo di adottare una linea più dura. Non dimostra però che il terrorismo sarà sconfitto. La forza di uno Stato si misura soprattutto dalla possibilità, per i suoi cittadini, di vivere, lavorare e muoversi senza paura.