È possibile che la Repubblica Popolare Cinese rappresenti, in un futuro non lontano, una minaccia per il benessere delle società occidentali. Le ragioni che hanno portato la Cina a diventare la «fabbrica del mondo», mettendo in difficoltà molte delle nostre industrie manifatturiere, sono numerose. Tra le responsabilità della situazione figurano anche importanti errori di valutazione e di prospettiva commessi dai nostri politici. Oggi, dimenticando le proprie responsabilità, molti si limitano ad accusare Pechino. Tra le critiche più ricorrenti ve n’è una che appare particolarmente contraddittoria: la Cina adotterebbe una politica economica mercantilistica, sfruttando la propria sovrapproduzione per conquistare i mercati occidentali. Eppure, gran parte del nostro benessere deriva proprio dall’avere registrato per lunghi periodi bilance commerciali in attivo. Per riuscirci, anche noi abbiamo prodotto più di quanto i mercati interni potessero assorbire. La Germania ne rappresenta l’esempio più evidente. La differenza principale è nelle dimensioni: i Paesi occidentali, considerati singolarmente, hanno popolazioni assai inferiori a quella cinese, che supera 1,4 miliardi di abitanti. Ciascuno persegue i propri interessi, ma il peso economico della Cina è molto maggiore. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Le responsabilità direttamente imputabili alle scelte del governo cinese sono altre e saranno analizzate in un prossimo articolo. Per ora è utile esaminare i successi economici raggiunti dal Paese e i problemi che potrebbero comprometterne il futuro.Alla morte di Mao Zedong, nel 1976, il reddito medio annuo pro capite era estremamente basso, mentre oggi il PIL pro capite cinese si avvicina ai 14mila dollari. Queste cifre non rappresentano il reddito effettivamente disponibile per ogni cittadino, ma il valore medio della produzione economica nazionale rapportato alla popolazione. Occorre inoltre considerare che numerosi beni di prima necessità continuano a costare meno in Cina rispetto ai Paesi occidentali. Ciò che conta è la straordinaria crescita economica realizzata nell’arco di mezzo secolo, anche se i benefici non sono stati distribuiti in modo uniforme.Già nel 2000, dopo diversi anni dall’avvio delle riforme introdotte da Deng Xiaoping, il PIL pro capite aveva raggiunto, secondo i valori riportati, 2.237 dollari. Nello stesso anno, il reddito disponibile di un cittadino urbano era di circa 942 dollari, mentre nelle campagne scendeva a 338 dollari. Le spese delle famiglie riguardavano principalmente alimentazione, abitazione, trasporti, istruzione, sanità e altri consumi essenziali. Nel 2025 il 29,3 per cento della spesa nazionale per consumi è stato destinato a generi alimentari, tabacco e bevande alcoliche.Nel 2020 il reddito disponibile medio annuo nelle città era arrivato a 6.575 dollari, contro i 2.569 delle campagne. Nel 2025 i valori sono saliti rispettivamente a 8.475 e 3.668 dollari. Il reddito urbano risulta quindi 2,31 volte quello rurale, ma la distanza si è ridotta rispetto al 2020, quando il rapporto era di 2,56. Il divario resta significativo, pur mostrando una progressiva diminuzione.Un’altra osservazione riguarda la distribuzione della ricchezza. Nel 2025, considerando città e campagne, il 20 per cento più povero della popolazione poteva contare su un reddito medio annuo di appena 1.522 dollari, mentre il 20 per cento più ricco arrivava a 15.566 dollari. Secondo i dati riportati, l’indice di Gini della Cina nel 2024 era pari a 0,465, contro lo 0,418 degli Stati Uniti e lo 0,346 dell’Italia. Poiché valori più elevati indicano una maggiore disuguaglianza, questi numeri mostrano come la crescita cinese sia stata accompagnata da forti squilibri nella distribuzione dei redditi.Fin qui i risultati dello sviluppo. Ma il governo di Pechino deve affrontare anche numerosi problemi strutturali, a cominciare dalla corruzione. Durante la rapida espansione economica, funzionari pubblici di diversi livelli hanno approfittato delle proprie posizioni per accumulare ricchezze personali. Non si tratta di un fenomeno esclusivamente cinese, ma di una criticità presente, in misura diversa, in molti Paesi.Nelle economie che hanno abbandonato il sistema della proprietà collettiva per aprirsi al mercato e alla proprietà privata, la transizione ha spesso creato opportunità di arricchimento illecito. In Russia il fenomeno ha assunto dimensioni particolarmente rilevanti durante le privatizzazioni degli anni Novanta, per poi modificarsi nel corso del tempo. Anche il Vietnam e l’Ucraina hanno dovuto affrontare problemi di corruzione, sebbene in contesti politici ed economici differenti. Nel caso ucraino, la gestione degli aiuti internazionali e delle forniture militari ha reso particolarmente importante il controllo sull’utilizzo delle risorse, senza che ciò autorizzi a considerare automaticamente illeciti i finanziamenti ricevuti.In Cina la corruzione rimane un problema significativo, nonostante la vasta campagna avviata da Xi Jinping. L’iniziativa ha portato a indagini, sanzioni e rimozioni di numerosi funzionari. Accanto all’obiettivo dichiarato di contrastare il malaffare, diversi osservatori hanno evidenziato come la campagna abbia contribuito anche al consolidamento del potere politico del presidente e all’indebolimento di possibili rivali. Ciò non esclude che abbia prodotto risultati concreti nel contrasto ad alcune pratiche corruttive.Un altro problema riguarda l’evasione e l’elusione fiscale. Pechino, alle prese con la necessità di rafforzare le entrate pubbliche e contenere l’indebitamento delle amministrazioni locali, ha intensificato gli strumenti di controllo. La questione del debito pubblico, naturalmente, non riguarda soltanto la Cina, ma nel suo caso assume caratteristiche particolari per il ruolo svolto dagli enti territoriali nel finanziamento degli investimenti e delle infrastrutture.Molti cittadini cinesi facoltosi hanno trasferito parte delle proprie ricchezze verso giurisdizioni fiscalmente più favorevoli, talvolta ricorrendo a strutture societarie e patrimoniali con sede a Hong Kong. La città ha rafforzato il proprio ruolo di centro finanziario internazionale, anche grazie all’afflusso di capitali dalla Cina continentale. Secondo le cifre riportate, la ricchezza transfrontaliera amministrata a Hong Kong sarebbe cresciuta di oltre il 10 per cento tra il 2025 e il 2026, raggiungendo circa 2.950 miliardi di dollari. Nel 2025 vi avrebbero inoltre stabilito la propria sede 76 miliardari, in maggioranza provenienti dalla Cina continentale.Per rafforzare il controllo fiscale su queste attività, Pechino avrebbe introdotto una normativa che prevede un’imposta del 20 per cento sui guadagni derivanti da trust offshore con beneficiari residenti nella Cina continentale o collegati a patrimoni di origine cinese. Secondo quanto riportato, la disposizione avrebbe effetti sui guadagni maturati a partire dal 1° gennaio 2023 e prevederebbe un periodo di 90 giorni per la dichiarazione volontaria. L’obiettivo sarebbe recuperare gettito e limitare l’utilizzo di strutture estere per sottrarre redditi alla tassazione nazionale. Anche l’intensificazione dei controlli fiscali avrebbe contribuito all’aumento delle entrate registrato nel 2025, indicato nell’11,5 per cento rispetto all’anno precedente.Tra le difficoltà dell’economia cinese figura inoltre la crescente pressione su alcuni comparti manifatturieri che, fino a pochi anni fa, avevano beneficiato di consistenti finanziamenti pubblici, come l’industria automobilistica e quella dei pannelli solari. La moltiplicazione delle imprese, favorita dagli incentivi, ha accentuato la concorrenza interna, provocando una riduzione dei prezzi e un aumento dell’indebitamento. Alcune aziende non sono riuscite a sostenere questa pressione, con conseguenze sull’occupazione e sulla capacità di spesa delle famiglie. In tale contesto cresce l’esigenza di trovare nuovi mercati esteri, anche attraverso politiche commerciali particolarmente aggressive. Resta però necessario distinguere la normale concorrenza sui prezzi dalle pratiche di dumping, che richiedono accertamenti specifici.Una delle maggiori preoccupazioni per il governo cinese è la debolezza della domanda interna. Il problema non deriva soltanto dalle difficoltà delle imprese manifatturiere, ma anche dalla lunga crisi immobiliare, esplosa con il dissesto di Evergrande e successivamente estesasi ad altre società del settore. Il calo dei valori immobiliari e l’incertezza sulle prospettive economiche hanno spinto numerose famiglie a contenere i consumi e privilegiare il risparmio.Più che una semplice contrazione dell’attività economica, si tratta anche di una crisi di fiducia. Nonostante gli interventi del governo per sostenere i consumi, la ripresa della domanda interna rimane difficile. Nel secondo trimestre del 2026 l’economia ha registrato, secondo le valutazioni riportate, il ritmo di crescita più lento da oltre tre anni. Anche i mercati finanziari hanno risentito delle incertezze: la Borsa di Hong Kong ha registrato una seduta con perdite vicine al 3 per cento, mentre l’indice delle 300 maggiori società quotate a Shanghai e Shenzhen ha attraversato una prolungata fase negativa.Un altro nodo strutturale è rappresentato, paradossalmente, dall’enorme quantità di energia rinnovabile che il sistema elettrico non riesce a utilizzare pienamente. In alcune aree, la produzione eccede la capacità della rete di trasportare e distribuire l’elettricità, determinando fenomeni di riduzione forzata della generazione. Secondo le stime riportate, la quota di energia rinnovabile non utilizzata potrebbe avvicinarsi, in determinati contesti, al 10 per cento della produzione.Il problema presenta analogie con alcune difficoltà che interessano anche i sistemi elettrici europei, ma in Cina è aggravato dalle grandi distanze tra le regioni interne, dove si concentra una parte importante della produzione da fonti rinnovabili, e le aree industriali e urbane della costa, dove la domanda è più elevata.La risposta di Pechino comprende la progettazione di nuove linee elettriche, grandi sistemi di accumulo e tecnologie capaci di conservare energia per periodi prolungati. Gli investimenti previsti per il potenziamento del sistema elettrico fino al 2049 vengono indicati in circa 3.900 miliardi di dollari. La trasformazione energetica comporta tuttavia anche una delicata questione sociale: ridurre progressivamente il ruolo del carbone, settore che impiega un numero elevato di lavoratori, senza provocare nuova disoccupazione e tensioni nelle regioni che dipendono dall’industria estrattiva.La dimensione del problema emerge anche dai consumi. Nel 2025 la domanda di energia elettrica della Cina ha superato i 10mila miliardi di kilowattora, un livello che conferma il peso del Paese nel sistema energetico mondiale.Alle difficoltà economiche si aggiunge infine la questione demografica. Nella prima metà del 2026 i matrimoni in Cina sarebbero diminuiti del 7,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con circa 264mila unioni in meno. Contemporaneamente, i divorzi registrati sarebbero aumentati del 3,9 per cento, raggiungendo 1,38 milioni.Il calo dei matrimoni preoccupa le autorità perché, in una società nella quale la nascita dei figli continua a essere fortemente associata al matrimonio, la diminuzione delle unioni può anticipare un’ulteriore contrazione della natalità. Nel 2025, secondo le cifre riportate, le nascite sono state 7,92 milioni, circa 10 milioni in meno rispetto al picco del 2016. La popolazione cinese è così diminuita per il quarto anno consecutivo.Come avviene in numerose economie sviluppate, anche la Cina deve affrontare un rapido invecchiamento demografico, con conseguenze sulla disponibilità di forza lavoro, sulla spesa sanitaria e sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Il fenomeno può inoltre contribuire alla debolezza della domanda interna, modificando le abitudini di consumo e aumentando la propensione al risparmio delle famiglie.Per contrastare questa tendenza, il governo e diverse amministrazioni locali hanno introdotto misure volte a incentivare matrimoni e nascite, tra cui congedi matrimoniali più lunghi, contributi economici, buoni spesa e sussidi per l’istruzione prescolare. Alcune autorità locali offrono bonus equivalenti a circa 370 dollari per le nuove coppie e 450 dollari per ogni neonato. Nella contea di Mingxi sono previsti, secondo le informazioni riportate, contributi di circa 450 dollari per i novelli sposi e ulteriori sussidi compresi tra 300 e 750 dollari per ogni figlio.Resta da capire quanto questi incentivi possano incidere su una trasformazione demografica che dipende anche dal costo delle abitazioni, dalla precarietà occupazionale, dalle prospettive economiche dei giovani e dalle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.La Cina ha realizzato in pochi decenni una crescita economica straordinaria, trasformandosi da Paese prevalentemente agricolo a una delle maggiori potenze industriali e tecnologiche del mondo. Ma proprio le dimensioni raggiunte rendono oggi più complesse le sfide da affrontare. Corruzione, debito, debolezza dei consumi, crisi immobiliare, sovraccapacità produttiva, limiti delle infrastrutture energetiche e declino demografico rappresentano problemi differenti, ma strettamente collegati.Il futuro dell’economia cinese dipenderà quindi non soltanto dalla capacità di continuare a esportare, ma anche da quella di rafforzare la domanda interna, riequilibrare la distribuzione del reddito e garantire una transizione industriale, energetica e demografica sostenibile. Una sfida che riguarda direttamente Pechino, ma le cui conseguenze continueranno a farsi sentire anche nelle economie occidentali.* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.