Giordania, catturati i 3 accusati della strage nella chiesa vicino a Karak: feriti dopo 3 ore di sparatoria

Wait 5 sec.

KARAK — Tre uomini feriti e in manette, dopo ore di spari in una casa abbandonata. Le forze di sicurezza giordane hanno catturato lunedì all’alba i presunti autori della strage di venerdì nella chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, nel villaggio di Hamoud, circa 120 chilometri a sud-ovest di Amman, dove nove persone sono state uccise durante un funerale. I tre, individuati nel villaggio di al-Jadida, nello stesso governatorato di Karak, hanno rifiutato di arrendersi e hanno aperto il fuoco; gli agenti hanno risposto e li hanno arrestati, riferisce Reuters citando la Direzione della pubblica sicurezza. Nessun agente è rimasto colpito. Sequestrate armi e munizioni.Lo scontro è durato circa tre ore, secondo un funzionario giordano. «Grazie a Dio, ora è finita», ha scritto su X il ministro dell’Interno Mazen Al-Faraya, che alla tv di Stato Al-Mamlaka ha parlato di «resistenza feroce» e di «ferite gravi» per i tre, identificati «subito dopo l’attentato». Le autorità non hanno reso noti i loro nomi né un’affiliazione. Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco e il governo dice che è presto per stabilire legami con organizzazioni dentro o fuori il Paese. «Stiamo esaminando tutte le circostanze che portano i giovani all’estremismo», ha aggiunto il ministro, «e chiameremo a rispondere chiunque risulti coinvolto».Venerdì tre uomini erano scesi da un’auto davanti alla chiesa, mentre dentro si celebrava un funerale. Il filmato diffuso dalla tv di Stato mostra due di loro in abiti civili con pistole e un terzo con un fucile lungo: sparano dall’ingresso sulla strada, poi corrono verso il recinto della chiesa. Il fuoco è cominciato un quarto d’ora dopo l’inizio del rito, ha raccontato all’Associated Press Dorgham Halasa, uno dei presenti. «Il panico si è impadronito di tutti. Il fuoco era indiscriminato, e non sapevi mai dove potesse finire un proiettile», ha detto il sacerdote Theodoros Soueiss.Il bilancio è di 9 morti e 40 feriti, due dei quali in condizioni critiche secondo il ministro della Sanità. Entro mezz’ora dall’attacco guardie armate sono comparse davanti alle chiese di tutto il regno. Re Abdullah II, un’ora dopo aver promesso su X «la più dura rappresaglia», è arrivato a Karak in tenuta militare per visitare i feriti in ospedale. Sabato, presiedendo il Consiglio di sicurezza nazionale, ha definito «la sicurezza dei giordani una linea rossa». Il governo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.Il primo ministro Jafar Hassan, citato dall’agenzia di Stato Petra, ha attribuito la strage a «un’ideologia terroristica estremista radicata nel takfir», la pratica con cui i gruppi jihadisti dichiarano apostati gli altri musulmani. Per una monarchia che si presenta all’estero come garante dei cristiani d’Oriente, la rapidità della cattura è anche un messaggio rivolto fuori dal Paese.Il castello crociato del 2016Domenica circa 3.000 persone hanno seguito a Hamoud i funerali delle vittime: otto bare avvolte nella bandiera giordana, prima della sepoltura nel cimitero del villaggio. A Karak cristiani e musulmani convivono da oltre 1.400 anni; in tutta la Giordania i cristiani sono circa 200.000 su dieci milioni di abitanti.Un attacco di massa come quello di venerdì è raro nel regno. Il precedente più grave risale al dicembre 2016, quando miliziani dello Stato Islamico si asserragliarono nel castello crociato che domina Karak e uccisero 14 persone, tra giordani, turisti e agenti. Nel 2005 gli attentati contro tre hotel di Amman avevano colpito il cuore della capitale. I servizi giordani, addestrati da britannici e americani, hanno sventato negli anni diversi complotti di matrice islamista.Il re è custode dei luoghi santi cristiani e islamici di Gerusalemme, e nel 2010 promosse la Settimana interreligiosa poi riconosciuta dalle Nazioni Unite. Un mese fa, all’Assemblea generale dell’Onu, Abdullah aveva detto: «Proteggiamo il cristianesimo, le sue comunità e il suo patrimonio, nella sua terra nativa e storica». Sopra la città resta il castello dei crociati, dove dieci anni fa il regno contò per l’ultima volta i morti di un assalto come questo.