Dal disordine globale a quello locale: la crisi dello Stato e delle aree interne

Wait 5 sec.

I modelli statali stanno attraversando una fase regressiva su scala globale a causa delle profonde distorsioni economiche internazionali, alimentate dalle tensioni geopolitiche che attraversano l’Europa, con inevitabili ripercussioni in termini di incertezza e instabilità politico-economica.È oggi possibile rintracciare queste dinamiche nell’analisi sociologica di Saskia Sassen, che descrive un processo di denazionalizzazione nel quale lo Stato-nazione perde progressivamente il controllo autonomo sui propri asset strategici a favore di logiche e vincoli transnazionali. È ciò che si manifesta anche nei singoli Paesi europei e nel contesto internazionale, con governi e popolazioni costretti ad adeguarsi a dinamiche politiche, sociali ed economiche determinate da fattori esterni. Di fronte all’insorgere di tali squilibri, è risultato finora estremamente difficile individuare una linea capace di ripristinare l’ordine negli equilibri sistemici degli Stati.A questo progressivo svuotamento della sovranità si somma, sul fronte economico, l’impatto delle politiche adottate dalla Banca centrale europea (BCE), che, nel tentativo di arginare le spinte inflazionistiche attraverso il rialzo dei tassi d’interesse, hanno finito per esercitare pressioni sul tessuto socioeconomico locale e nazionale, generando marcate divergenze in ambito europeo. Questa contrazione rischia di minare le fondamenta stesse degli Stati, ossia la capacità di soddisfare i bisogni essenziali che garantiscono la stabilità e stimolano la crescita.A pagarne il prezzo più alto sono le aree interne del nostro Paese, soggette direttamente a un’onda d’urto decisionale che si trasmette verticalmente dai vertici dell’Unione Europea fino al livello locale. Si tratta di territori che si ritrovano privi dei margini di manovra necessari per guidare scelte strategiche autonome, vedendo soffocato sul nascere ogni tentativo di ripresa.Le scelte di politica monetaria della BCE rappresentano, in questa prospettiva, uno dei fattori più evidenti di condizionamento della sovranità statale, poiché comprimono la sfera finanziaria con effetti sulla politica industriale e fiscale dei singoli Paesi. In un contesto caratterizzato da un elevato debito pubblico, attualmente stimato intorno ai 3.200,85 miliardi di euro, pur se in lieve calo, e da una spesa per interessi che sfiora il 3,8 per cento del PIL, lo Stato si ritrova stretto in una morsa: da un lato, l’urgenza di contenere il deficit per rassicurare i mercati finanziari transnazionali; dall’altro, l’impegno improrogabile di destinare risorse al sostegno dell’economia reale e della coesione sociale.L’esplodere delle guerre ai confini dell’Europa non fa che accelerare questa spirale negativa. Le tensioni belliche provocano shock sui costi dell’energia e delle materie prime, che finiscono per penalizzare soprattutto chi produce nelle periferie, dove trasporti e forniture hanno già un peso maggiore. Allo stesso tempo, la necessità di destinare una quota crescente della spesa alla difesa e alle emergenze internazionali riduce le risorse disponibili per i territori. La guerra non si consuma soltanto sui fronti geopolitici: si ripercuote direttamente sulle aree interne, incidendo sui servizi, sulle piccole imprese locali e sulle prospettive di sviluppo delle periferie.Il risultato è una sensibile contrazione degli investimenti pubblici a lungo termine, dalla realizzazione di infrastrutture ferroviarie e strutture sanitarie efficienti fino agli interventi per la transizione ecologica e digitale. La politica monetaria dell’Eurozona, agendo in maniera uniforme su economie differenti, rischia così di penalizzare in modo sproporzionato quelle più fragili, indebolendo ulteriormente la capacità d’intervento dello Stato.Il ridimensionamento della capacità di investimento statale non rappresenta una semplice questione contabile, ma si traduce in una perdita materiale di sovranità, nella quale la gestione dei beni comuni e delle infrastrutture vitali viene progressivamente trasferita al di fuori del perimetro della decisione democratica e territoriale. Lo Stato cessa così di operare come guida della coesione sociale e del riequilibrio territoriale, trasformandosi in un soggetto vulnerabile, esposto alle pressioni speculative esterne e privo degli strumenti di protezione che una piena sovranità potrebbe assicurare.È nel cuore geografico e sociale del Paese che questo malfunzionamento sistemico manifesta i suoi effetti più tangibili. Le aree interne, composte da una vasta rete di comuni montani, rurali e insulari, rappresentano il punto di arrivo delle conseguenze della perdita di sovranità dello Stato. Situate lontano dai centri nei quali vengono assunte le decisioni politiche e finanziarie, queste realtà soffrono un doppio isolamento: da un lato, il taglio o la razionalizzazione della spesa pubblica si traduce nel progressivo smantellamento dei servizi essenziali, dai presidi sanitari ai plessi scolastici, dalle reti di trasporto alla connettività digitale; dall’altro, la mancanza di una pianificazione nazionale di lungo periodo priva i territori della necessaria capacità progettuale, contribuendo allo spopolamento e all’abbandono.Non si tratta soltanto di un ritardo nello sviluppo economico, ma di un vero e proprio deficit democratico. Il risultato è evidente: emarginare la dimensione locale significa rendere più debole l’intero sistema statale.Come rendere, dunque, le aree interne competitive, superandone i problemi strutturali e trasformandole in realtà produttive?Occorre partire dalla valorizzazione del sistema produttivo di base e delle vocazioni economiche del territorio. Queste realtà rappresentano già il 25 per cento dell’agroalimentare di qualità del Paese e devono essere messe nelle condizioni di integrarsi direttamente nei mercati nazionali ed europei.Per raggiungere questo obiettivo è necessario intervenire con metodo sulla pressione fiscale che grava sulle economie locali e che può scoraggiare nuovi investimenti produttivi, anche attraverso misure capaci di generare oltre due euro di PIL locale per ogni euro di agevolazione. Occorre inoltre ridurre il divario competitivo, abbattendo i costi aggiuntivi che gravano sulle periferie, come quelli relativi ai trasporti, alla logistica e alla connettività.Un ulteriore obiettivo deve essere il rafforzamento dell’autonomia economica, a partire da quella energetica, trasformando i territori in produttori di energia pulita, così da ridurre i costi locali e creare nuove opportunità di sviluppo.In sintesi, si tratta di superare l’isolamento delle aree interne e trasformarle in territori capaci di sostenere uno sviluppo strategico, aumentando la produttività complessiva e contribuendo al rafforzamento dell’intero sistema economico nazionale.