Diciassette centimetri di diametro: quanto basta per racchiudere una Madonna con il Bambino, un paesaggio e una domanda che attraversa cinque secoli. Chi ha dipinto il piccolo tondo su rame proveniente dalla collezione Palmaroli di Montalto delle Marche?Tre valutazioni storico-artistiche sostengono l’attribuzione al giovane Raffaello Sanzio. A esse si accompagnano indagini sui pigmenti, analisi stratigrafiche, riflettografie infrarosse e una relazione di sintesi. Un insieme di elementi che non equivale a una certificazione definitiva dell’autografia, ma che sarebbe altrettanto improprio liquidare come una semplice somiglianza visiva.La documentazione permette oggi di formulare domande molto più precise. E c’è un particolare rimasto ai margini di molte ricostruzioni: una perizia descrive un possibile monogramma «RS» sulla sommità del velo della Vergine, visibile, secondo lo studioso, prima di una pulitura e successivamente perduto. La questione va affrontata per ciò che è: una testimonianza tecnica da verificare, non una firma già dimostrata.La storia recente del tondo viene ricondotta al 1984, quando un antiquario del Piceno acquistò arredi provenienti da Palazzo Palmaroli. Questa ricostruzione è riportata dalla stampa locale. Nell’expertise del 28 marzo 2026, Gianpasquale Greco riferisce inoltre la dichiarazione dell’attuale proprietario circa l’acquisto, negli anni Ottanta, dall’erede adottiva della contessa. Si tratta di testimonianze utili a ricostruire il percorso moderno dell’opera, che dovrebbero tuttavia essere corroborate da atti e inventari.Le indagini tecniche si sono svolte in momenti successivi. R&C Art ha studiato la composizione dei materiali mediante fluorescenza a raggi X; Art-Test di Firenze ha esaminato un campione della pellicola pittorica; Davide Bussolari, di Diagnostica per l’Arte Fabbri, ha condotto lo studio fotografico e riflettografico. ARSVISIO, con una relazione del 15 giugno 2026 attribuita a Lorenzo Bellucci, ne ha successivamente discusso la compatibilità storica e tecnica.Sul versante storico-artistico figurano Emilio Negro, Pierluigi Carofano e Gianpasquale Greco. Le loro conclusioni convergono nel ritenere plausibile l’autografia raffaellesca, pur attraverso argomentazioni non perfettamente coincidenti. La distinzione è importante: il giudizio dello storico dell’arte interpreta stile, contesto e confronti, mentre quello del laboratorio identifica materiali, procedimenti e condizioni conservative. I due piani possono rafforzarsi reciprocamente, ma non sostituirsi.Le analisi XRF e microanalitiche hanno individuato una tavolozza riconducibile a materiali storici: biacca, cinabro, ocre e terre, smaltino e un pigmento superficiale interpretato come oltremare naturale. La sezione del manto blu mostra una costruzione pittorica articolata, con uno strato contenente smaltino, oggi alterato, sormontato da una finitura con cristalli ricondotti al lapislazzuli, mescolati a una piccola quantità di biacca.Il valore di questa osservazione non risiede nell’idea, troppo semplicistica, che il costo del pigmento possa identificare il pittore. È piuttosto nella sequenza materiale: preparazione, sovrapposizione cromatica, scelta dei pigmenti e modalità di stesura raccontano come l’immagine venne costruita. Sono dati da confrontare con opere di attribuzione sicura e con le pratiche delle botteghe tra Quattrocento e Cinquecento.La relazione di sintesi ARSVISIO, pur giudicando l’opera compatibile con un dipinto di Raffaello, esplicita un limite fondamentale: non individua caratteristiche dei materiali o delle tecniche che colleghino inequivocabilmente il tondo al maestro. Compatibilità cronologica e identificazione dell’autore sono due affermazioni diverse. Comprenderne la distinzione è la premessa di qualsiasi approfondimento scientifico.La riflettografia infrarossa di Bussolari ha documentato un disegno preparatorio fine e controllato. Lungo alcuni profili compare una puntinatura interpretata come probabile traccia dello spolvero, il procedimento utilizzato per trasferire un disegno sul supporto. Dal confronto tra lo schema sottostante e la superficie pittorica emergono correzioni circoscritte: un lieve ampliamento del ventre del Bambino e un abbassamento della linea dell’orizzonte sulla destra del paesaggio.Non sono dettagli irrilevanti. Mostrano un processo esecutivo nel quale l’immagine è stata ripensata durante il lavoro, anziché trasposta in modo interamente meccanico. Tuttavia, non ogni pentimento costituisce una prova di autografia: anche repliche antiche, varianti di bottega e composizioni originali di altri pittori possono presentare modifiche.Il 18 maggio 2026 Greco ha firmato un’appendice alla propria expertise dopo aver ricevuto un aggiornamento diagnostico di Bussolari relativo proprio all’abbassamento dell’orizzonte. Vi riconosce un ulteriore «pentimento d’autore» e lo incorpora nella propria valutazione. È un elemento importante, perché dimostra che la lettura dell’opera non si basa soltanto su un parere iniziale, ma comprende una successiva integrazione documentata.Uno degli aspetti più delicati riguarda il possibile monogramma «RS». Nella sezione «Firme, Iscrizioni, Marchi» dell’expertise del 28 marzo 2026, Greco afferma che sulla sommità del velo della Vergine, in una zona oggi interessata da reintegrazione pittorica, erano riconoscibili le due iniziali. Lo studioso ritiene che quei segni siano andati perduti durante un intervento di pulitura del 2024 e segnala l’assenza di una relazione tecnica dell’operazione.Il dossier contiene due fotografie del particolare, una a colori e una con una forte dominante azzurra, nelle quali la zona interessata è evidenziata da un cerchio. Presenta inoltre immagini del dipinto prima e dopo la pulitura, accompagnate da didascalie che parlano di un «frammento della firma» perduto. Queste indicazioni documentano l’interpretazione proposta dal perito, ma non bastano, da sole, a trasformarla in un fatto materiale accertato.In un altro passaggio, lo stesso Greco, riferendosi all’assenza di documentazione fotografica ad alta definizione e di un rapporto di restauro, invita sostanzialmente a non fondare su questo episodio la dimostrazione dell’attribuzione. È una precisazione significativa, che deve essere considerata insieme alla sua affermazione sulla possibile firma.Le riproduzioni attualmente disponibili, soprattutto quando derivano da fotografie di pagine stampate successivamente ingrandite, non consentono di distinguere con certezza due caratteri alfabetici. Aumentare contrasto e nitidezza può aiutare a individuare tratti già registrati, ma può anche accentuare la trama della stampa e produrre forme illusorie. Un’immagine migliorata non sostituisce il file digitale originale, né dimostra che i segni siano antichi o intenzionali.Occorre inoltre evitare una sovrapposizione fuorviante. Bussolari descrive incisioni oblique presenti in diverse lacune, ipotizzando che fossero funzionali all’adesione della pellicola pittorica o delle stuccature. Si tratta di fenomeni differenti rispetto all’ipotizzato monogramma sulla sommità del velo. La stessa perizia di Greco non interpreta quelle incisioni oblique come segni grafici.Una verifica approfondita richiederebbe la sequenza fotografica originale precedente e successiva al trattamento, la documentazione dell’intervento, macrofotografie calibrate della stessa area e un esame della superficie e degli strati pittorici. Soltanto allora sarebbe possibile discutere se «RS» rappresenti una firma, un’altra iscrizione oppure un insieme casuale di tracce. Anche qualora la lettura venisse confermata, resterebbe da stabilirne la cronologia e l’autenticità.La perizia di Gianpasquale Greco, datata Napoli 28 marzo 2026, merita quindi di essere letta integralmente, anziché ridotta alla generica formula di opera compatibile. Nelle conclusioni lo storico dell’arte sostiene l’aderenza del dipinto al catalogo giovanile di Raffaello, individua una relazione particolarmente stretta con la Madonna Conestabile, considera il tondo una possibile variante autografa, plausibilmente identificabile con un esemplare perduto collegato ai Baglioni, e ritiene che il supporto in rame non costituisca un ostacolo insuperabile all’attribuzione.Greco giunge così ad attribuire l’opera a Raffaello Sanzio, collocandola entro il 1505. È una conclusione netta, da riportare fedelmente. Altrettanto doveroso è precisarne la natura: si tratta di una proposta attributiva argomentata, non di una dimostrazione automaticamente accolta per il solo fatto di essere contenuta in una perizia. Nello stesso documento l’autore precisa di aver lavorato sulle fotografie e sulle indagini diagnostiche ricevute.La forza della proposta risiede nella combinazione di confronti stilistici, ricostruzione delle repliche storiche, elementi tecnico-esecutivi e ipotesi documentarie. La verifica più impegnativa resta però quella esterna: dimostrare che tali elementi convergano sull’autografia di Raffaello in modo più convincente rispetto ad altre spiegazioni storicamente possibili.Il principale termine di confronto è la Madonna Conestabile, opera del giovane Raffaello datata intorno al 1503-1504 e conservata all’Ermitage di San Pietroburgo. Il piccolo formato, la dolce inclinazione del capo, il rapporto tra le figure e il libro e l’organizzazione del paesaggio costituiscono elementi di confronto concreti.La storia materiale del dipinto dell’Ermitage aggiunge un particolare significativo. Durante il trasferimento dal supporto ligneo alla tela, successivo all’acquisto del 1871, fu scoperto che il disegno sottostante prevedeva inizialmente un frutto, identificato come mela o melagrana, poi sostituito dal libro. Il catalogo della National Gallery di Londra e quello dell’Ermitage documentano questo passaggio.Greco non si limita a evocare una parentela iconografica, ma ricostruisce la tradizione delle repliche e distingue il tondo Palmaroli dalle versioni note attribuite ad altri artisti. Tuttavia, la somiglianza tra due opere non implica necessariamente che siano state eseguite dalla stessa mano. Modello condiviso, derivazione antica, replica di bottega e variante autografa rimangono ipotesi da sottoporre a confronto tecnico e storico.Un altro nodo riguarda il supporto. L’olio su rame ebbe ampia diffusione soprattutto nella seconda metà del Cinquecento e nei secoli successivi. Un piccolo dipinto su rame attribuito al giovane Raffaello, intorno al 1505, richiede quindi un’argomentazione specifica. Non basta constatare che il metallo sia antico.Greco sostiene che l’impiego del rame, pur non abituale, non fosse tecnicamente impossibile nella prima metà del XVI secolo e richiama esperienze precedenti. È una tesi che può essere discussa e verificata sul piano storico, senza essere scartata a priori. Per valutarla occorre distinguere l’epoca di produzione della lastra dalla data in cui fu dipinta, confrontare le modalità di preparazione e individuare riscontri pertinenti in opere di cronologia certa.La rarità di una soluzione tecnica non esclude automaticamente l’autografia, ma impone una soglia di prova più elevata. È proprio in questo ambito che le analisi di un materiale apparentemente secondario possono assumere un’importanza decisiva.Anche la provenienza del dipinto presenta aspetti ancora da chiarire. Il nome Palmaroli richiama Pietro Palmaroli, restauratore romano vissuto tra il 1767 e il 1828, attivo su opere importanti, comprese quelle di Raffaello. La sua biografia è documentata, ma dalle carte considerate non emerge un collegamento diretto con questo specifico dipinto. Omonimie, passaggi ereditari e vicende collezionistiche devono quindi essere tenuti distinti.La pista Baglioni è più articolata. Greco richiama fonti ottocentesche che ricordano copie e versioni della Madonna Conestabile, tra cui un esemplare già indicato come appartenente a un conte Baglioni e successivamente disperso. Su questa base propone, in termini di plausibilità, che il tondo Palmaroli possa corrispondere all’opera perduta.È una ricostruzione interessante, perché individua una questione archivistica concreta. Non equivale però alla dimostrazione dell’identità tra l’esemplare descritto nei documenti storici e quello oggi conservato. Servirebbero descrizioni univoche, misure, indicazioni sul supporto, registri di vendita, inventari familiari e una catena di trasferimenti documentabile. Il passaggio dal «potrebbe essere» all’«è» non può avvenire sulla base di una semplice suggestione.Le principali ipotesi da verificare rimangono tre. La prima è l’autografia di Raffaello entro il 1505, sostenuta dagli storici dell’arte che hanno esaminato il dossier. La seconda è l’esecuzione da parte di un artista vicino al suo ambiente, con accesso a modelli analoghi. La terza è una replica o reinterpretazione storica, non necessariamente moderna, realizzata con materiali e procedimenti compatibili con l’epoca.Il buon livello esecutivo, la complessità stratigrafica e la presenza di un disegno preparatorio rafforzano l’interesse dell’opera. Per attribuirla a una mano precisa occorre tuttavia verificare quale delle tre spiegazioni riesca a interpretare, con minori forzature, l’insieme dei dati disponibili. Una ricerca rigorosa non svaluta una proposta quando ne esplicita le condizioni di verifica: al contrario, la rende più solida.La documentazione raccolta indica una strada concreta. Sarebbe opportuno procedere a un esame diretto dell’opera da parte di specialisti indipendenti, ad acquisizioni nel vicino infrarosso e riflettografiche ad alta definizione, a mappature XRF e indagini Raman mirate, nonché a verifiche stereomicroscopiche del disegno, degli strati pittorici e delle integrazioni. Andrebbero inoltre pubblicate le immagini originali dell’area indicata come sede del possibile monogramma «RS», insieme agli atti del restauro, e approfondita la ricostruzione archivistica della provenienza.Nessuna di queste operazioni, considerata isolatamente, garantirebbe una risposta definitiva. Nel loro insieme, tuttavia, potrebbero delimitare con maggiore precisione le possibilità, distinguere gli interventi dell’autore da quelli dei restauratori e mettere a disposizione della comunità scientifica una base comune di osservazione.Il valore del lavoro già svolto risiede soprattutto in questo: ha sottratto il tondo all’anonimato e ha aperto una questione documentabile. È un risultato significativo, indipendentemente dall’esito finale dell’attribuzione.Se l’autografia raffaellesca venisse corroborata da ulteriori esami e da un confronto scientifico condiviso, la Madonna Palmaroli rappresenterebbe un’acquisizione di notevole rilievo per lo studio dell’attività giovanile del maestro. Se invece la ricerca dovesse condurre a un’altra attribuzione, non verrebbero meno né l’interesse storico del dipinto né il valore delle indagini condotte.La perizia di Greco offre una tesi precisa e argomentata, le analisi di laboratorio ne delineano il quadro tecnico e il presunto monogramma, proprio perché controverso, indica una verifica da non eludere. Tutto questo giustifica un approfondimento all’altezza dell’ipotesi, senza trasformare il dubbio in certezza e senza confondere la prudenza con il disinteresse.La storia dell’arte avanza quando le ipotesi più interessanti vengono sottoposte alle verifiche più severe. È questo, oggi, il miglior servizio che si possa rendere alla piccola Madonna giunta dalle Marche.