Sab, 24 Ott 2026Le contestazioni della Premier League riaprono il dibattito sul fair value degli accordi commerciali, sui finanziamenti indiretti dei proprietari e sui limiti alla capacità di spesa dei club.DiFabio ColosimoCondividi l'articolo(Foto: Clive Mason/Getty Images)La questione ormai è nota a tutti, ma la vicenda è ancora aperta e tutta da scrivere, soprattutto a livello disciplinare. Il Manchester City, nello scorso settembre, è stato giudicato colpevole di aver violato le regole finanziarie della Premier League in relazione al periodo 2009/10-2017/18, con un’accusa piuttosto pesante: la Lega inglese sostiene che il club abbia utilizzato accordi commerciali fittizi o alterati (sham contract) per rappresentare ricavi superiori a quelli effettivamente generati e, di conseguenza, rientrare nei parametri finanziari.Più nello specifico, secondo la Commissione, parte del denaro contabilizzato come “ricavi da sponsorizzazioni” in realtà sarebbero stati finanziamenti diretti del gruppo proprietario di Abu Dhabi, l’Abu Dhabi United Group (ADUG). In questo modo il club avrebbe potuto mostrare nei conti più ricavi e costi inferiori rispetto a quelli reali.Insomma, un vero e proprio terremoto mediatico quello che si è abbattuto in casa City, che proprio nell’arco di quei nove anni costruiva e consolidava un dominio sportivo che si affermava grazie ad una striscia di vittorie storica. Tre Premier, una FA Cup, tre League One, oltre a due Community Shield: in totale sono ben nove i trofei vinti nel periodo oggetto di contestazione, suddivisi equamente lungo tre gestioni differenti, quelle di Roberto Mancini, Manuel Pellegrini e Pep Guardiola.Ecco allora che la sentenza getta un’ombra massiccia sul ciclo di vittorie che, in pratica, ha riscritto profondamente le gerarchie del calcio inglese. Ma a vacillare non è solamente la legittimità dei trionfi ottenuti dai Citizens, quanto, come vedremo, le ragioni economiche dell’intero calcio inglese. Perché da adesso in poi non si discuterà soltanto di quanto un club possa realmente spendere; si discuterà su come dimostrare che i soldi che si spendono siano realmente prodotti dal club. Un cambio di paradigma che rischia di scoperchiare un vaso fatto di realtà opache e operazioni anch’esse al limite della legalità sportiva. E il rischio per il City non è affatto banale: la pena potrebbe riguardare infatti una forte penalizzazione in classifica, il blocco del mercato oppure, come ipotesi più estreme, la revoca dei titoli o la retrocessione, come ipotizzato dai media inglesi in questi ultimi giorni.La vera partita è quella delle sponsorizzazioniGià, proprio così. La partita si gioca innanzitutto sul terreno delle sponsorship, uno degli strumenti attraverso cui un club può costruire ricavi ricorrenti, aumentare il proprio valore commerciale e finanziare la crescita della rosa. Il meccanismo, del resto, è semplice: più un club è presente sui mercati internazionali, più il suo seguito è grande, più aumenta il suo potere contrattuale nei confronti degli sponsor. E in questo i grandi club inglesi sono maestri: la loro esposizione mediatica in tutti e cinque i continenti è enorme e questo è uno dei motivi per cui il mercato delle sponsorizzazioni è così remunerativo per le big d’oltremanica.Ma qui nasce una delle questioni più delicate del calcio contemporaneo: quanto vale realmente una sponsorizzazione? Perché un conto è sottoscrivere un accordo con una multinazionale indipendente, un altro è avviare accordi con aziende o società che gravitano all’interno dello stesso ecosistema proprietario e che investono nel club cifre molto elevate.Una questione non di poco conto, soprattutto perché dimostra come una sponsorizzazione sottoscritta con una società indipendente, che paga una certa somma per comparire sulla maglia da gioco di un club, abbia probabilmente una serie precisa di valutazioni commerciali: pubblico raggiunto, esposizione televisiva, presenza internazionale, social media, hospitality, merchandising, eventi e così via.Viceversa, se lo sponsor è fortemente ricollegabile alla proprietà o appartiene direttamente allo stesso gruppo economico, in tal caso sarà più difficile stabilire quale sia il reale valore commerciale dell’accordo. Per questo motivo, la prassi dei regolamenti finanziari è quella di introdurre il concetto di Fair Value, cioè di un valore considerato coerente con quello che un soggetto indipendente sarebbe disposto a pagare in condizioni di mercato.Perché le sponsorizzazioni sono così importanti?La decisività delle sponsorizzazioni all’interno del ciclo economico di ogni società è piuttosto evidente. Perché non si tratta di un incasso una tantum come può accadere invece quando si parla di player trading. Un contratto di sponsorizzazione può valere decine di milioni in via ricorrente. Ed è proprio con il denaro delle sponsorship che un club può sostenere, almeno in parte, il costo della rosa, finanziare i nuovi acquisti, migliorare le infrastrutture e il settore giovanile, nonché aumentare ulteriormente il valore del brand. Ma è qui che nasce il problema: perché, alla fine, quello che conta è saper discernere tra la legittimità dell’accordo commerciale e dove inizia invece l’escamotage per aggirare i limiti finanziari.In questo senso, la Premier ha inserito una serie di regole con le cosiddette Associated Party Transactions (APT). In sostanza, quando una società collegata alla proprietà di un club stipula un accordo commerciale con il club stesso, la Premier League può chiedersi se quella transazione sia effettivamente avvenuta a condizioni di mercato.Ecco allora che il proprietario di un club può certamente voler finanziare la sua squadra, ma non può farlo contabilizzando una gigantesca operazione di sponsorizzazione inquadrandola invece come un normale ricavo commerciale. In poche parole, il ricavo commerciale reale deve possedere un valore di mercato veritiero. E proprio la controversia sulle APT rappresenta uno dei filoni della vicenda City che, nel 2024, aveva già ottenuto una decisione favorevole su alcuni aspetti, compreso l’annullamento di due specifiche valutazioni di sponsorizzazioni.Non conterà più chi ha più soldi; conterà chi riesce a trasformarli in ricavi legittimi Ed è qui che si inserisce la vicenda che al momento scuote il Manchester City. Perché la questione più interessante non riguarda solamente la comprensione di quanto denaro è stato investito nel club, bensì in quale misura i ricavi commerciali dipendano dal valore del brand e quanti invece rappresentino l’espressione del legame con aziende e imprese riconducibili al suo stesso ecosistema. Questa è una distinzione fondamentale, che, pur tuttavia, coglie il problema da un angolatura che non coglie ancora l’aspetto puramente economico.Perché il “quanto” quello sponsor sia vicino alla proprietà, benché comunque questo aspetto abbia inevitabilmente un considerevole peso specifico, viene superato da una valutazione che entra ancora di più nel merito. E cioè: in quale misura il prezzo pattuito con l’accordo è coerente con il valore commerciale reale? Perché il calcio, da competizione sportiva si sta trasformando rapidamente in una competizione tra ecosistemi economici. E allora non conterà più solo chi ha più soldi ma chi quei soldi riuscirà trasformarli in ricavi legittimi.Il prossimo passo: la distinzione tra sponsorship reali e finanziamento indiretto del clubIl caso City potrebbe stimolare molto di più l’attenzione verso i contratti di sponsorizzazione, imponendo la distinzione tra sponsorship reali, e cioè con un reale valore di mercato, dalle operazioni che, invece, servono indirettamente a finanziarie le attività del club. È il calcio che si avvicina alle logiche della finanza aziendale: in tal senso, è probabile che non basterà più avere bilanci solidi; potrebbe diventare fondamentale la presenza di parametri quali la provenienza dei ricavi, il valore di mercato degli sponsor, i rapporti tra società collegate, debito, liquidità, patrimonio netto, flussi di cassa. È significativo infatti che la Premier, oltre ad aver introdotto lo SCR, abbia fatto lo stesso con l’SSR, che comprende test sulla liquidità, sul capitale circolante e sul rapporto tra patrimonio e passività.Detto questo, la vicenda potrebbe segnare un duro colpo per tutte le proprietà ricche che gravitano attorno alla Premier. Per anni, infatti, uno dei grandi vantaggi della Premier League è stato proprio questo: avere alle spalle proprietà ricche, ha da sempre significato la possibilità di costruire un progetto enorme dal punto di vista tecnico e infrastrutturale. Ma il nuovo sistema tende a separare due concetti: proprietà ricca e capacità di spesa sono due cose diverse. E allora, una proprietà può anche avere enormi disponibilità finanziarie, ma deve comunque rispettare il limite di certi parametri regolamentati.Questo aspetto imporrebbe una certa prudenza da parte dei vertici dei club nel compiere determinate scelte legate a strategie finanziarie più o meno aggressive anche sul fronte mercato. Più in particolare, l’eventuale “normalizzazione” delle sponsorizzazioni toglierebbe ai club inglesi una parte delle risorse destinate al calciomercato, il principale “beneficiario” del meccanismo finanziario contestato ai danni dei Citizens. Non va dimenticato infatti come in quei nove anni il club di Manchester City abbia speso complessivamente 1,2 miliardi di sterline (con un net spend di 888 milioni) costruendo una squadra capace di garantire altissime performance sportive, in casa e all’estero.Ricavi fittizi a sostegno della competitivitàGli “aggiustamenti” finanziari operati dalla proprietà avrebbero dunque avvicinato il club al Fair Play Finanziario più di quanto in realtà non dicessero i conti. E tutte le iniezioni di capitale sotto forma di sponsorizzazioni apparentemente indipendenti avrebbero sostenuto stipendi, ammortamenti e altre spese della rosa. La conseguenza, in tal senso, è netta: se una squadra può disporre di maggiori risorse, e cioè di maggiori ricavi, nel medio periodo, come accaduto proprio al City, il dominio economico si trasforma molto spesso in dominio sportivo.D’altra parte, il campionato inglese ha costruito la sua reputazione per via della capacità di attirare capitali, sponsor, grandi giocatori e pubblico internazionale. Ma quando gli investimenti assumono la veste di ricavi commerciali apparentemente autonomi allora diventa sempre più complicato capire quanto di quel successo appartiene mercato, quanto alle capacità manageriali oppure da quelle finanziarie della proprietà.Ed è qui che si mette in discussione il modello Premier. Perché c’è una contraddizione che emerge in maniera piuttosto dirompente: da una parte infatti, se il campionato inglese si è evoluto per essere un torneo ricco e aperto agli investitori, dall’altra si tratta di una competizione in cui i club possono competere solamente in base ad alcuni vincoli finanziari. Ecco allora che i club inglesi si trovano a combattere ciò che essi stessi hanno creato: un prodotto che attira capitali enormi e che contemporaneamente deve impedire che quegli stessi capitali non alterino eccessivamente la regolarità della competizione.Developed by 3x1010