BUNIA — Venerdì, a Bunia, capoluogo dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, i medici hanno iniettato le prime dosi di vaccino alle persone entrate in contatto con i malati di Ebola. È l’avvio dello studio Tumaini, «speranza» in swahili, il primo test sull’uomo contro il ceppo Bundibugyo, un virus per il quale non esistono né un vaccino né una cura approvati.Lo studio nasce dentro la peggiore epidemia della storia congolese, la diciassettesima dal 1976: dichiarata a metà maggio, ha superato i 9.700 casi e i 4.600 morti, riferisce l’Afp, e l’Organizzazione mondiale della sanità l’ha classificata come emergenza di rilevanza internazionale. Nelle stesse ore il Kenya ha annunciato il suo secondo decesso, e la Nigeria segue i contatti del caso scoperto ad Abuja.Tumaini è uno studio di fase 2/3 a disegno adattativo, condotto con la tecnica della vaccinazione «ad anello»: si immunizzano i contatti ad alto rischio di ogni malato, comprese le donne in gravidanza e i ragazzi dai 12 anni. Il primo vaccino in prova è l’Ervebo di Merck, monodose, autorizzato contro il ceppo Zaire: la scommessa è che un prodotto costruito per un altro virus protegga anche da questo. Seguiranno un candidato dell’Università di Oxford e uno a Rna messaggero di Moderna, finanziati dalla Coalizione per la preparazione alle epidemie, Cepi, attesi «a breve».«Questo studio ci aiuterà a capire se uno dei vaccini candidati progettati per il virus Bundibugyo funziona», ha scritto su X il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, parlando di uno sforzo «guidato dalla RDC». Il capo del programma emergenze dell’agenzia, Chikwe Ihekweazu, ha definito il lancio «un passo cruciale» in una dichiarazione ripresa da Xinhua, agenzia di Stato cinese. Sulla protezione incrociata dell’Ervebo, ha precisato un responsabile della risposta d’emergenza dell’Oms, non esiste ancora alcun dato preliminare.Il secondo morto in KenyaAlle 22 di venerdì (le 21 in Italia) il direttore generale della Sanità keniana, Patrick Amoth, ha comunicato la morte di una donna di 65 anni, parente stretta del primo paziente. Era in quarantena, aveva sviluppato i sintomi il 13 ottobre ed era stata ricoverata lo stesso giorno in un reparto di malattie infettive. «Purtroppo ha ceduto alla malattia nelle prime ore di questa sera», ha detto Amoth, aggiungendo che le équipe «hanno fatto tutto il possibile».Il bilancio keniano sale a 2 morti su 9 casi confermati; 7 pazienti sono in due centri di isolamento. Il ministero sostiene che «tutti i casi restano all’interno di un unico cluster di contatti noti» e che non c’è «alcuna prova di trasmissione comunitaria». Il primo malato, un keniano di 40 anni residente in Congo, era arrivato il 3 ottobre passando dall’Uganda ed era morto due giorni dopo al Nairobi Hospital. Dei 135 contatti tracciati, 118 sono in quarantena; tra i positivi ci sono quattro operatori sanitari. Chi ha completato i 21 giorni senza sintomi comincia a uscire da oggi.In Nigeria il caso confermato il 20 ottobre ad Abuja riguarda una donna arrivata dall’Uganda il 3 ottobre, curata per nove giorni come malata di malaria in un ospedale privato prima della diagnosi. È la moglie, nata in Uganda, di un diplomatico svizzero in servizio nella capitale; il marito, senza sintomi, è in isolamento, ha confermato il ministero degli Esteri di Berna. I contatti sotto monitoraggio sono 44. Il ministro della Salute Muhammad Pate ha detto che il caso «sembra strettamente collegato» al primo paziente keniano: l’Oms Africa indaga se i due si siano incrociati in un aeroporto ugandese. «Siamo di fronte a un quadro epidemico più complesso», ha detto il direttore regionale Mohamed Janabi.Con Congo, Uganda, Kenya e Nigeria, l’epidemia tocca quattro Paesi africani, la diffusione geografica più ampia mai registrata per l’Ebola nel continente. L’Uganda aveva dichiarato chiuso il proprio focolaio a fine agosto, con 20 casi e 2 morti.Il ceppo Bundibugyo ha una storia breve. Prima di quest’anno era comparso solo due volte: nel 2012 a Isiro, nel nord-est del Congo, e tra il 2007 e il 2008 nel distretto ugandese al confine congolese che gli ha dato il nome. Fu lì, in un angolo rurale dell’Uganda occidentale, che i laboratori riconobbero per la prima volta una quinta specie del virus, diversa da tutte quelle note. Diciannove anni dopo, a pochi chilometri da quel confine, si prova per la prima volta a vaccinare contro di essa.