di Samuele Lucia – C’è un paradosso che dice tutto sull’AfD. Il partito della destra radicale tedesca, il più estremo presente in Germania, quello che da anni viene accusato di tenere in casa posizioni antisemite e revisionate, ha deciso di fare della difesa di Israele e della lotta all’antisemitismo uno dei suoi cavalli di battaglia. Solo che, guardando da vicino il rapporto con Israele, ti accorgi subito che ridurlo a “partito filo-israeliano” è una semplificazione da talk-show.Israele nella narrazione afdiana non è solo Israele. È l’avamposto dell’Occidente sotto assedio dell’islamismo. La guerra in Medio Oriente diventa il pretesto perfetto per parlare d’altro: immigrazione, sicurezza, fallimento del multiculturalismo. Insomma, si parte da Gerusalemme e si arriva dritti a Berlino. Dalla sicurezza degli israeliani a quella dei tedeschi. Operazione di marketing politico riuscita alla perfezione. Peccato che l’AfD non parli mai con una voce sola. Sul conflitto a Gaza e soprattutto sul braccio di ferro con l’Iran le differenze sono emerse chiare. Alice Weidel e Tino Chrupalla, i due leader riconfermati, non sempre battono lo stesso tempo. Dopo gli attacchi di Israele e Stati Uniti contro Teheran, i due hanno espresso “grande preoccupazione”, chiesto di smetterla di destabilizzare il Medio Oriente e ricordato il rispetto del diritto internazionale e la protezione dei civili. Tono più cauto, quasi istituzionale.Nello stesso tempo al Bundestag la frazione AfD non sta ferma. Ha presentato interrogazioni per sapere quanti episodi antisemiti collegati alle manifestazioni pro-Palestina si siano registrati negli ultimi anni e quanto pesi, sul totale, l’odio anti-israeliano. Messaggio chiaro: il vero pericolo è l’antisemitismo importato, quello che arriva con i migranti e con le piazze. Ed è qui che scatta il cortocircuito. L’AfD si presenta come scudo degli ebrei e di Israele contro l’islamismo. Ma continua a trascinarsi dietro l’accusa di coltivare, al proprio interno, stereotipi antisemiti di vecchio stampo, magari in versione aggiornata: le élite “globaliste”, i poteri finanziari occulti, le solite teorie. Un rapporto dell’American Jewish Committee lo dice senza giri di parole.Ora che il partito punta a governare a livello regionale, la questione diventa ancora più spinosa. Perché il vero quesito da porsi non è se l’AfD sia “amica di Israele”. È capire che ruolo giochi Israele nella costruzione della nuova destra tedesca. La risposta passa dalla memoria della Shoah, certo. Ma passa soprattutto dalla politica di oggi: immigrazione in primo piano, islamismo, o meglio dire islamofobia soprattutto nel caso AfD, sicurezza e identità. Sostenere Israele diventa un lasciapassare. Un modo per dire: non siamo più quelli della nostalgia nera, siamo i difensori dell’Occidente (lo stesso che ha creato destabilizzazione in quel Medio Oriente). Una forma di legittimazione. Vista in maniera più simpatica si potrebbe dire così: “proteggiamo gli ebrei, ma non guardate troppo dentro casa nostra”. Solo che il mondo ebraico, o almeno una parte rilevante di esso, continua a guardare l’AfD con sospetto, quando non con aperta ostilità. E mentre il partito cerca di accreditarsi come argine all’antisemitismo, resta percepito da molti come una minaccia, o meglio dire un ritorno al nazismo. Questa contraddizione non è un dettaglio. È forse la chiave per capire dove stia davvero andando l’AfD.