Stilare una classifica dei diversi servizi segreti è già di per sé un paradosso: significa voler rendere visibile l’efficacia di organizzazioni il cui lavoro, quando riesce, è destinato in larga parte a rimanere invisibile. È anche per questo che il dossier pubblicato recentemente da L’Express il 30 luglio 2026 ha suscitato interesse e polemiche in tutta Europa.Considerando il paradosso insito nell’impresa, si può dire che il settimanale francese ha tentato un’operazione giornalistica ambiziosa: stabilire quali siano i migliori servizi di intelligence estera in Europa. L’esito di questa impresa assegna il primo posto al servizio britannico MI6, con 251 punti, seguito dalla francese Dgse con 169. Alle loro spalle compaiono i servizi olandesi, ucraini e tedeschi. L’Italia con la sua Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (Aise) viene collocata al quindicesimo posto, insieme a Belgio e Repubblica Ceca.Il dossier, pubblicato sul numero 3917 di L’Express, si basa sulle valutazioni di circa sessanta professionisti ed ex professionisti dell’intelligence provenienti da venticinque Paesi. A ciascuno è stato chiesto di indicare, in forma riservata, i cinque migliori servizi esteri.La stampa britannica, in particolare il Times, con una sola frase ha centrato il punto critico dell’intero dossier quando ha definito il metodo utilizzato dai francesi un sondaggio in stile “Eurovision Spy Contest”: un’espressione ironica, ma abbastanza efficace per descrivere la natura del metodo impiegato, aggiungendo di dovere il proprio successo in classifica alla figura di James Bond “the agent who keeps MI6 on top”.Non si tratta di un audit, né di una valutazione costruita su indicatori operativi verificabili eppure, chiunque abbia una sia pur minima conoscenza di Project Management, sa che una valutazione seria si deve basare su indicatori chiave di prestazione (Key Performance Indicators) e relativi target, il cui raggiungimento o meno determina il successo o il fallimento di un progetto. Quello riportato da L’Express è soltanto un giudizio tra addetti ai lavori, nel quale esperienza diretta, reputazione e percezione inevitabilmente si sovrappongono.Il settimanale francese non ha dichiarato i criteri quantitativi sulla base dei quali sono stati attribuiti i punteggi, così da poter confrontare la performance delle agenzie in modo omogeneo. Non vengono ponderati i bilanci, il numero degli operatori, l’estensione geografica delle rispettive missioni o la diversa esposizione internazionale dei Paesi. Neppure è possibile verificare quante informazioni effettivamente possedessero i votanti sulle attività delle singole agenzie.A queste lacune si aggiunge un difetto strutturale del meccanismo di voto, ancora più grave dell’assenza di indicatori: ogni giurato ha espresso soltanto una Top 5, pesata 5-4-3-2-1, mentre la classifica finale conta oltre venti posizioni. Lo strumento è quindi cieco sotto il quinto posto: le prime cinque posizioni assorbono il 73,8% dei punti (656 su 889) e tutto ciò che segue viene misurato con un residuo statistico. I 9 punti attribuiti all’Italia sono compatibili con appena 2-9 schede su 60: gli altri 51-58 giurati non hanno espresso alcun giudizio sull’Aise, ma il metodo contabilizza il loro silenzio come uno zero. Un servizio indicato al sesto posto da tutti i sessanta giurati risulterebbe a zero punti pur godendo di una stima unanime. La “cattiva reputazione” non è dunque misurata dal sondaggio: è un’ipotesi giornalistica sovrapposta all’assenza di dati.In altre parole, il sondaggio di L’Express fotografa un’unica dimensione reale dell’intelligence, la percezione, per di più limitatamente ad un ristrettissimo gruppo di persone, ma non dice nulla su tutte le altre sue dimensioni.Un ulteriore elemento di cautela riguarda il posizionamento della stessa testata: L’Express coltiva da anni una posizione di vicinanza agli ambienti dell’intelligence francese – ne sono testimonianza la rubrica Secret-défense e il podcast Nid d’espions – e opera di frequente come cassa di risonanza delle loro narrazioni; quando lo stesso media produce un ranking che colloca la Dgse al secondo posto assoluto e al primo tra i Paesi dell’Unione europea, il rischio di un’operazione di accreditamento reciproco è concreto.Per dare maggior concretezza a certi confronti ed almeno una parvenza di metodo scientifico, soprattutto in considerazione dell’odierna situazione geopolitica, si sarebbe potuto valutare come indicatore chiave di performance, quanti attentati di matrice jihadista sono stati portati a compimento.La statistica è impietosa per il servizio di James Bond 007 Licenza di uccidere, visto che il Regno Unito nel periodo 2005-2019 ha subito ben otto attentati compiuti sul proprio territorio, di cui ricordiamo: 7 luglio 2005, Londra (Regno Unito): 52 pendolari uccisi in attentati suicidi multipli nella metropolitana della capitale britannica; 22 maggio 2013, Londra (Regno Unito): estremisti di Al Qaeda uccidono a colpi di machete un soldato di 24 anni reduce dell’Afghanistan nella capitale inglese; 22 marzo 2017, Londra (Regno Unito): 4 morti e circa 40 feriti davanti al Parlamento di Westminster, nel cuore politico del Regno Unito; 22 maggio 2017, Manchester (Gran Bretagna): Una bomba esplode al termine del concerto della pop star amata dai teenager Ariana Grande all’interno della sala concerti Manchester Arena; 3 giugno 2017, Londra (Gran Bretagna): attentati multipli con 8 morti e 48 feriti. L’Isis ha rivendicato l’attentato tramite la sua agenzia di stampa, Amaq. L’elenco potrebbe proseguire.Nel periodo 2015-2018 la Francia ha subito anch’essa otto attentati di matrice islamica: Charlie Hebdo a Parigi, 17 morti e 22 feriti – Bataclan ed altri attentati multipli, 130 morti – Nizza Promenade des Anglais 86 morti e 434 feriti – Strasburgo Mercatino di Natale 5 morti e 11 feriti – solamente per citare i più famosi.La scia di sangue di matrice islamica in Francia, purtroppo, è proseguita anche nel periodo tra il 2021 ed il 2025 con altri otto attentati di matrice islamica, in particolare per il 2021, i dati ufficiali dell’Unione europea indicano tre attentati jihadisti rispettivamente in Francia, Germania e Spagna.Sempre in Francia, nel 2022 Europol registra un attentato; nel 2023 due; nel 2024 altri due; nel 2025 ancora due.In Italia, nello stesso periodo, non è stato registrato nessun attentato di questa matrice ed il dato deriva dalla serie dei rapporti annuali EU TE-SAT.L’assenza di attentati completati non dimostra automaticamente la superiorità dei servizi italiani, così come gli attentati avvenuti nel Regno Unito ed in Francia non provano l’inefficienza dell’MI6 e della Dgse.In particolare, la Francia presenta una diversa esposizione internazionale e una pressione jihadista quantitativamente maggiore: tra il 2023 e il 2025 le autorità francesi hanno effettuato 184 arresti per reati connessi al terrorismo jihadista, contro i 54 registrati in Italia ma il dato italiano rimane comunque rilevante nel panorama di una minaccia in aumento.La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, pubblicata il 4 marzo 2026 dal Dis cita tra le minacce: l’aumento della propaganda, la radicalizzazione online e il coinvolgimento di soggetti molto giovani.Con riferimento alla sola crisi di Gaza, nel 2025 sono stati registrati numerosi appelli – veicolati tramite la propaganda jihadista – a condurre attacchi in Europa, specialmente contro quartieri ebraici e ambasciate “ebraiche e crociate”.Il confronto del settimanale francese presenta un ulteriore limite, la struttura dei diversi servizi; infatti, L’Express dichiara esplicitamente di valutare i servizi di intelligence estera: MI6, Dgse, Bnd e, per l’Italia, unicamente Aise ma il sistema italiano è molto più articolato.L’Intelligence italiana è composta dal Dis, che svolge funzioni di coordinamento, dall’Aise per la dimensione esterna e dall’Aisi per la sicurezza interna. A queste strutture si affiancano Digos, Ros, altre articolazioni delle forze di polizia, magistratura e cooperazione internazionale. L’assetto è disciplinato dalla legge n. 124 del 2007 ed è sottoposto al controllo parlamentare del Copasir.Il caso dell’attività antiterrorismo mostra quanto sia difficile isolare il contributo di una singola struttura. Un’informazione può nascere all’estero, essere sviluppata dall’intelligence interna, trovare riscontro in un’attività di polizia giudiziaria e concludersi con un provvedimento della magistratura o con un’espulsione amministrativa. Il risultato appartiene quindi ad una filiera molto estesa, non a un solo soggetto. Sarebbe però un errore dedurne che il rating basso sia giustificato dalla frammentazione del sistema: i risultati conseguiti – l’assenza di attentati portati a compimento, le espulsioni, gli arresti – appartengono a una filiera integrata di cui l’Aise è parte attiva, e della quale è spesso protagonista.Una risposta credibile al dossier francese non può altresì consistere nella rimozione delle ombre che hanno attraversato la storia dell’intelligence italiana. A questo proposito L’Express richiama le vicende giudiziarie di alcuni agenti e accuse di opacità, nepotismo o debole cultura dell’intelligence.Sono temi legittimi rispetto ai quali la recente storia europea ci autorizza a ritenere che siano criticità presenti anche nelle altre strutture confrontate.Tra le “ombre” richiamate figura tradizionalmente anche il dossier Niger, ma presentarlo come un fallimento tutto italiano è selettivo: le carte nigeriane erano falsi grossolani, smontati dall’Aiea in poche ore, e sullo stesso dossier iracheno operarono, nel medesimo anno, la fonte dell’MI6 poi smentita dal rapporto Chilcot e la fonte Curveball del Bnd.A questo proposito sarebbe stato opportuno inserire nella valutazione il fatto che il servizio francese, premiato al secondo posto, non è esente da precedenti simili: un suo ufficiale è stato condannato a vent’anni (poi graziato) in Mali, come ricordato anche da Fausto Biloslavo in un recente articolo della rivista Panorama, episodio che doveva essere certamente conosciuto dai valutatori, ma che sembra non essere stato tenuto in conto. Né si tratta di casi emblematici: la condanna, nel gennaio 2026, dell’ex direttore della Dgse Bernard Bajolet nella vicenda dei fondi segreti e l’affaire Athanor costituiscono precedenti recenti e direttamente riferiti al vertice del servizio premiato, mentre all’Italia vengono imputate vicende risalenti a vent’anni fa: un doppio standard difficile da ignorare.Anche l’accusa di una scarsa “cultura dell’intelligence” richiederebbe criteri più precisi. Può riferirsi alla limitata attenzione accademica e pubblica, alla difficoltà di reclutare competenze specialistiche, alla tendenza della politica a utilizzare le nomine secondo logiche fiduciarie oppure alla capacità di trasformare le informazioni in decisioni strategiche. Ognuno di questi aspetti, se esplicitamente valutato, dovrebbe essere giudicato sulla base di un metodo e criteri molto precisi.Il dossier arriva proprio mentre nell’Unione europea si discute di un maggiore coordinamento fra le strutture nazionali e della creazione di nuove capacità di analisi a supporto della Commissione. In questo contesto, la reputazione dei singoli servizi non è irrilevante: può influenzare gerarchie informali e rapporti di forza.Una valutazione più completa avrebbe dovuto considerare almeno la qualità delle analisi fornite al decisore politico, la capacità di penetrare organizzazioni ostili, la prevenzione degli attentati, il controspionaggio, la protezione del patrimonio economico e tecnologico, l’affidabilità nella condivisione delle informazioni e il rapporto fra risultati e risorse disponibili. Molti di questi dati, per loro natura, non possono essere resi pubblici ed è proprio questa impossibilità a rendere problematica ogni classifica definitiva.È vero che, se si inquadrano le cose nella giusta prospettiva, il sondaggio francese lascia il tempo che trova (anche a causa delle gravi lacune descritte), tuttavia la posizione assegnata da L’Express all’intelligence italiana segnala un deficit reputazionale che Roma farebbe bene a non sottovalutare. D’altro canto, l’assenza di attentati jihadisti portati a compimento, in presenza di arresti, radicalizzazione e minacce concrete crescenti, rappresenta un successo di prevenzione che una valutazione obiettiva avrebbe dovuto tenere in giusta considerazione.Il dossier francese ha comunque un grande merito che nessuno può negare: avere aperto una discussione su uno dei temi più delicati della futura politica di sicurezza europea.Nell’intelligence, più che in altri settori, la prudenza dovrebbe precedere il verdetto.