Il caro carburanti tiene l’inflazione Usa al 3,4%: mercoledì la Fed decide sul primo rialzo in 3 anni

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WASHINGTON — «Quanta dell’inflazione americana si decide in un porto dello Yemen?». È la domanda che aleggia sul dato diffuso venerdì mattina dal Bureau of Labor Statistics, l’Istat del lavoro americano: i prezzi al consumo sono saliti in agosto del 3,4% sull’anno, come a luglio e sopra le attese, con un +0,4% sul mese. Oltre un terzo di quel rincaro mensile viene dalla benzina: +3,9% in trenta giorni, +27,4% in un anno.Il resto del quadro non consola. L’inflazione di fondo, quella depurata da energia e alimentari, scende appena al 2,4% annuo ma accelera sul mese (+0,3%). Il diesel ha toccato venerdì la media record di 6,06 dollari al gallone — circa 1,60 dollari al litro —, oltre il 60% in più dei 3,71 dollari di un anno fa. Il petrolio viaggia sopra i 100 dollari al barile. E mercoledì 16 la Federal Reserve deciderà se varare il primo rialzo dei tassi in oltre tre anni.Lo farà? I mercati ormai quasi non hanno dubbi: dopo il dato, i futures sui Fed funds prezzano il rialzo al 90%, dal 70% di giovedì. Il presidente della banca centrale, Kevin Warsh, a Jackson Hole il mese scorso era stato asciutto: se l’inflazione non rientra, la Fed avrà «del lavoro da fare». Non è rientrata: il picco triennale toccato a maggio si è appena appiattito, e l’obiettivo del 2% resta lontano.Perché è il diesel a fare più paura? Perché la soglia dei 6 dollari, superata giovedì per la prima volta di sempre, non riguarda solo chi guida un pick-up: il gasolio muove i camion e le ferrovie merci, cioè tutto quello che finisce sugli scaffali. Il rincaro di oggi alla pompa è l’inflazione di domani al supermercato.La caduta di MokhaLa risposta alla domanda iniziale sta a 11.000 chilometri da Washington. Giovedì i ribelli Houthi sono entrati a Mokha, porto yemenita sul Mar Rosso a 80 chilometri dallo stretto di Bab el-Mandeb: lo hanno confermato quattro fonti militari governative alla Reuters. È il loro maggiore guadagno territoriale da anni, a oltre sei mesi dall’inizio della nuova guerra. Da quello stretto passa il greggio saudita, ed è la rotta alternativa a Hormuz, dove l’Iran colpisce le navi. Venerdì mattina i caccia sauditi hanno bombardato l’aeroporto di Mokha in mano ai ribelli, secondo un’emittente filo-Houthi.E Teheran che cosa vuole? Venerdì è arrivata la sua prima reazione: il ministero degli Esteri, in una nota diffusa dall’agenzia di Stato Irna, ha chiesto la fine del blocco saudita dello Yemen e la ripresa immediata dei negoziati, avvertendo che i problemi «non possono essere risolti con un blocco o con alleanze militari». Mercoledì il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione aveva chiesto che ogni intesa con gli Stati Uniti includa lo Yemen. Il bersaglio, insomma, non è la costa yemenita: è la pompa di benzina americana. Gli analisti citati dall’Associated Press lo dicono chiaramente — la presa di Mokha, che sovrasta le rotte delle petroliere in uscita dal Mar Rosso, serve a spingere in alto i prezzi dell’energia e a comprare leva negoziale con Washington.Giovedì sera il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito d’urgenza. L’inviato speciale per lo Yemen, Hans Grundberg, ha parlato di una fase «nuova e più pericolosa» che chiude i quattro anni di relativa calma seguiti alla tregua mediata dalle Nazioni Unite: «Questa guerra rinnovata dovrebbe allarmarci tutti», ha detto, perché le conseguenze «non resteranno dentro i confini dello Yemen». Non ci sono rimaste: sono già sul display di ogni distributore americano, sei dollari e sei centesimi al gallone.