L’elogio del nulla (ebbasta)

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Sfera Ebbasta a San Siro, circondato dalle sue dieci ragazze in uniforme, è già acqua passata: la vera notizia non è nell’immagine, che dura il tempo di uno scroll, ma in quello che quell’immagine autorizza. Non è tanto la messa in scena del corpo femminile a dover inquietare — se ne discute, se ne discuterà, e la polemica si consumerà come tutte le polemiche social, in tre giorni di indignazione a orologeria. Il problema è più a monte, ed è più scomodo: è il permesso. Chi decide chi può dire tutto e chi non può dire quasi niente.Proviamo a fare l’esperimento opposto. Un cittadino qualunque pubblica un articolo di giornale, senza commento, senza sarcasmo, senza una virgola fuori posto: rischia lo strike, l’account sospeso, il profilo oscurato per mesi. Un trapper può inscenare qualunque cosa, cantare qualunque cosa, esibire qualunque cosa, e non solo non viene toccato: viene rilanciato dall’algoritmo, gli si dedica una serie su una piattaforma internazionale, lo si premia in un teatro di provincia come un benefattore. Non è una differenza di sensibilità morale. È una scelta industriale. E le scelte industriali, quando riguardano milioni di ragazzi che passano ore al giorno dentro quello schermo, sono scelte politiche travestite da intrattenimento.Qui il discorso si allarga, e conviene allargarlo fino in fondo, perché è la lezione più utile che si può trarre da questa vicenda: quello che viene premiato, sponsorizzato, spinto in ogni “per te” non è semplicemente della musica discutibile. È un certo tipo di sguardo sul mondo. Un nichilismo che si maschera da ribellione ma che non si oppone a nessun potere reale — pitbull addestrato a mordere, non pastore che indica una direzione. Guardate al fenomeno con gli occhi giusti e vedrete che il modello narrativo è sempre lo stesso, lo stesso che Hollywood ha già raffinato con il suo Joker più recente: non più il criminale che sceglie il male per il gusto del male, ma la vittima che si prende una rivincita contro un torto subito. Un torto che non ha mai un nome, un indirizzo, un colpevole preciso — ha soltanto una direzione: orizzontale. Non verso chi comanda, ma verso chi ti sta accanto.È il trucco più elegante che si potesse inventare per una società che vuole restare inquieta senza mai diventare pericolosa per chi la governa davvero. Si convincono i giovani di essere stati derubati di qualcosa — un futuro, un lavoro, una dignità — e gli si indica come colpevole non la cima della piramide, ma la base: il coetaneo, il genitore, l’altro sesso, l’altra generazione, l’altra fede, l’altro quartiere. Ognuno con il proprio piccolo conflitto orizzontale da coltivare, ognuno convinto di combattere una battaglia di giustizia mentre in realtà sta solo litigando con lo specchio accanto a sé. Lo abbiamo visto nelle periferie francesi, dove lo stesso copione — rabbia legittima, bersaglio sbagliato — è già stato raccontato al cinema vent’anni fa senza che nessuno ne traesse la lezione. Lo abbiamo visto durante la pandemia, quando il conflitto è arrivato a separare i letti coniugali. Lo vediamo oggi in ogni dibattito ridotto a scontro tra fazioni, mai a critica di chi le fazioni le alimenta dall’alto.La scelta di Sfera Ebbasta subentra nel momento in cui a quel posto, in quello scranno, con quella grande visibilità, ci sarebbe potuto essere qualcuno che avrebbe usato quel palcoscenico per divulgare questo messaggio. Non scimmiottare il potente di turno col corpo di qualcun altro.The post L’elogio del nulla (ebbasta) appeared first on Radio Radio.