di Shorsh Surme – Mentre il conflitto con l’Iran entra nel suo settimo mese, gli Stati Uniti sembrano procedere su due binari paralleli e contraddittori: da un lato, l’accumulo di forze militari nel Golfo; dall’altro, la tentazione di dichiarare la fine della guerra. È il *Wall Street Journal* a rivelare questa doppia traiettoria, che sembra riflettere più le oscillazioni politiche della Casa Bianca che una strategia coerente.Il segretario alla Difesa Pete Hegseth sta lavorando per estendere il dispiegamento delle forze americane fino al 2027, segnale evidente che Washington si prepara a una presenza prolungata e a un confronto che potrebbe durare ancora a lungo. Una scelta che contraddice la promessa iniziale di un “attacco rapido e decisivo”, formulata quando la campagna militare era stata presentata come un’operazione limitata, quasi chirurgica.Parallelamente, però, Donald Trump discute in privato con i suoi collaboratori la possibilità di dichiarare la fine della guerra e di affidarsi alla pressione economica per piegare Teheran. Una mossa che, se confermata, mostrerebbe quanto la Casa Bianca sia consapevole dei rischi politici di un conflitto aperto in un anno elettorale.La realtà sul terreno racconta un’altra storia. Gli Stati Uniti mantengono circa 50mila soldati nella regione, supportati da 19 navi da guerra, due portaerei e tredici cacciatorpediniere lanciamissili. È un dispositivo imponente, pensato per intercettare i missili iraniani, proteggere le rotte commerciali e far rispettare il blocco dei porti iraniani.Alcune unità navali, come la USS *Delbert D. Black* e la USS *Spruance*, operano da mesi senza i consueti periodi di riposo. Le unità di difesa aerea hanno visto il loro dispiegamento esteso da nove a dodici mesi, con rischi evidenti: sovraccarico del personale, ritardi nella manutenzione e rallentamento dei programmi di modernizzazione. È il prezzo di una guerra che, nonostante le dichiarazioni politiche, non accenna a ridursi.Trump continua a sostenere che la pressione economica porterà l’Iran al collasso o alla rinuncia al programma nucleare. Sui social media rivendica il “quasi totale controllo dello Stretto di Hormuz” e la “quasi completa implosione dell’economia iraniana”. Ma la realtà è più complessa: Teheran non ha ceduto e il conflitto resta aperto.I suoi collaboratori temono che un’escalation possa danneggiare i repubblicani alle elezioni di medio termine. Il presidente afferma di non considerare le implicazioni elettorali nelle decisioni sulla guerra, ma la prudenza mostrata nelle ultime settimane suggerisce il contrario. Dichiarare la fine della guerra sarebbe un messaggio potente per l’opinione pubblica americana, ma rischierebbe di essere percepito come una ritirata strategica se non accompagnato da risultati concreti.Il prolungamento dei dispiegamenti militari indica che il Pentagono si prepara a una fase lunga e logorante. La Casa Bianca, invece, sembra oscillare tra la volontà di mostrare forza e il timore di pagarne il prezzo politico. È questa ambivalenza a rendere fragile la strategia americana: una guerra non può essere gestita come una campagna elettorale, né la pressione economica può sostituire indefinitamente una strategia diplomatica.Gli Stati Uniti si trovano davanti a un bivio: continuare a investire in una presenza militare massiccia oppure tentare una via negoziale che finora non ha prodotto risultati. In entrambi i casi, il tempo non sembra giocare a favore di Washington. E la guerra, che doveva essere breve, rischia di trasformarsi in un capitolo lungo e costoso della politica estera americana.