Il successo del Murdoku: perché ci rilassa giocare con un omicidio

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C’è un paradosso nel modo in cui scegliamo di rilassarci. Mentre il crime è diventato una presenza stabile nell’intrattenimento, tra podcast, serie, documentari e casi di cronaca seguiti quasi in tempo reale, omicidi e indagini entrano anche nei nostri passatempi. Giocare a fare gli investigatori, naturalmente, non è una novità: enigmi, giochi da tavolo e storie costruite attorno a delitti da risolvere esistono da decenni. Ma il successo di Murdoku. 80 omicidi misteriosi da risolvere con la logica, il libro di Manuel Garand che combina il meccanismo del sudoku con una serie di scene del crimine, ha assunto le dimensioni di un vero caso editoriale. Uscito in Italia all’inizio di giugno, aveva già superato le 80mila copie vendute nelle prime cinque settimane e nel corso dell’estate si è avvicinato alle 100mila, restando per settimane ai vertici delle classifiche. Anche a settembre il fenomeno non sembra essersi esaurito: secondo la classifica Arianna del mercato librario italiano aggiornati a settembre, il volume è ancora tra i libri più venduti in Italia. Il successo di Murdoku porta ancora una volta il crime ancora di più nella sfera dell’intrattenimento, affidando a sospetto e omicidio il compito di tenere occupata la mente. Ma che cosa significa tutto questo per la nostra salute mentale? E cosa accade a stress e attenzione quando il relax passa anche attraverso la risoluzione di un delitto?I due motori del coinvolgimentoMurdoku è prima di tutto un libro-gioco. Da mesi mette alla prova la logica di decine di migliaia di lettori che per ogni capitolo hanno a che fare con una scena del crimine e una vittima. Insieme a questi due elementi imprescindibili alcuni sospetti e una serie di indizi da incrociare all’interno di una stessa griglia logica. Il principio ricorda quello del sudoku: bisogna collocare correttamente i personaggi e le informazioni rispettando vincoli precisi, escludendo via via le combinazioni impossibili fino a individuare chi si trovava da solo con la vittima e quindi il colpevole. È proprio questa struttura a rendere il gioco interessante anche dal punto di vista cognitivo: per arrivare alla soluzione servono attenzione, memoria di lavoro e capacità di formulare e rivedere ipotesi. Ma Murdoku aggiunge qualcosa che un normale rompicapo non possiede: un omicidio da spiegare.Qui entra in gioco uno dei meccanismi meglio studiati alla base della curiosità. Secondo la storica information gap theory elaborata dallo psicologo George Loewenstein, la curiosità emerge quando una persona percepisce uno scarto tra le informazioni che possiede e quelle necessarie per completare una spiegazione. La consapevolezza di questa lacuna produce una spinta motivazionale a ridurla, cercando nuovi elementi fino a raggiungere una soluzione. Nel caso di un delitto, all’incertezza cognitiva si aggiunge anche la salienza emotiva del contenuto. È qui che la letteratura parla di morbid curiosity, definita come la tendenza a ricercare volontariamente informazioni relative a morte, violenza, pericolo o altri stimoli potenzialmente minacciosi, nonostante la loro valenza negativa. Non viene considerata di per sé un tratto patologico, ma una dimensione individuale che può presentarsi con intensità diversa da persona a persona. Uno studio pubblicato sul British Journal of Psychology sul consumo di true crime ha individuato proprio nella curiosità morbosa e nella cosiddetta defensive vigilance, e cioè il bisogno di acquisire informazioni utili a riconoscere e comprendere possibili minacce, alcune delle motivazioni associate all’interesse per storie di crimini reali. In Murdoku questi due livelli finiscono così per sovrapporsi: alla necessità cognitiva di chiudere una lacuna informativa si aggiunge la componente emotiva di un evento minaccioso, combinando la domanda logica con una domanda idealmente ancora più carica di significato, quella cioè su chi abbia ucciso la vittima.La minaccia controllataSe una parte del successo di Murdoku dipende dalla capacità di tenere impegnata la mente, resta da capire che cosa significhi scegliere proprio un contenuto costruito attorno a omicidio, sospetto e minaccia nei momenti destinati allo svago. La domanda riguarda soprattutto il rapporto con ansia e stress: esporsi volontariamente a storie di crimini finisce per aumentare il nostro livello di attivazione emotiva oppure, in alcune condizioni, può produrre un effetto diverso da quello che ci aspetteremmo?L’associazione tra contenuti violenti e maggiore ansia può sembrare intuitiva, ma i dati più recenti raccontano una relazione meno lineare. Uno studio pubblicato nel 2026 su BMC Psychology ha registrato quotidianamente il consumo di true crime insieme ai livelli di ansia, rabbia e affettività positiva. I ricercatori non hanno trovato evidenze che il consumo complessivo di questi contenuti, né il tempo trascorso a guardarli o ascoltarli, anticipassero un aumento dell’ansia o della rabbia il giorno successivo. È emersa invece una relazione nella direzione opposta: livelli più elevati di ansia in un giorno erano associati alla scelta di contenuti true crime più violenti in quello seguente. A sua volta, la fruizione di true crime violento risultava associata a un lievissimo aumento dell’affettività positiva il giorno dopo, un effetto che le stesse analisi indicano però come praticamente trascurabile. I risultati vanno quindi letti con molta cautela e non dimostrano affatto che il crime riduca l’ansia o produca un beneficio psicologico.Regolazione emotiva e ruminazioneLe stesse ricerche però aprono una strada interessante per comprendere il paradosso della regolazione emotiva. Con questa espressione si indica l’insieme dei processi attraverso cui moduliamo le emozioni che proviamo, la loro intensità e il modo in cui reagiamo a esse. Una delle ipotesi discusse dagli autori è che i contenuti spaventosi permettano di spostare l’ansia verso una fonte più prevedibile e controllabile: la minaccia esiste nella storia, ma chi la guarda sa di trovarsi al sicuro, sceglie volontariamente di entrarvi e conserva la possibilità di interrompere l’esperienza. Paura e tensione possono così essere sperimentate in una situazione nella quale rimane intatta una quota di controllo. È lo stesso principio studiato nella ricerca sulla cosiddetta recreational fear: confrontarsi volontariamente con una minaccia simulata può offrire uno spazio protetto nel quale mettere alla prova le proprie reazioni emotive. Nel caso del true crime questa rimane un’ipotesi da verificare meglio: gli stessi autori sottolineano che le associazioni osservate sono molto piccole e non costituiscono una prova di effetti benefici sulla salute mentale.Con Murdoku entra però in gioco anche un secondo meccanismo. Il lettore non assiste soltanto alla minaccia, ma deve trasformarla in un problema delimitato e risolvibile, concentrandosi su indizi, esclusioni e combinazioni. Questo può essere rilevante soprattutto rispetto alla ruminazione e alla preoccupazione, forme di quello che in psicologia viene definito repetitive negative thinking: pensieri negativi ripetitivi e difficili da interrompere che la ricerca considera oggi un processo transdiagnostico, coinvolto cioè nel mantenimento di diverse forme di sofferenza psicologica, dall’ansia alla depressione. I ricercatori spiegano come la ruminazione occupi quelle risorse cognitive dedicate all’attenzione e interferisca anche con funzioni esecutive come la memoria di lavoro. In uno studio sperimentale pubblicato nel 2026 su Acta Psychologica, dopo aver indotto nei partecipanti pensieri ruminativi, i ricercatori hanno osservato che spostare l’attenzione su qualcosa di positivo e personalmente significativo migliorava temporaneamente la memoria di lavoro, soprattutto nelle persone più ansiose o con maggiori tendenze depressive. In altre parole, interrompere per un momento il flusso dei pensieri ripetitivi sembrava lasciare più spazio mentale per concentrarsi su altro. È anche alla luce di questo meccanismo che si può leggere il paradosso di Murdoku: una storia costruita attorno a una minaccia può trasformarsi in una pausa mentale quando quella minaccia è volontaria, governata da regole precise e, soprattutto, risolvibile.L'articolo Il successo del Murdoku: perché ci rilassa giocare con un omicidio proviene da Open.