L’attacco partito dall’Iraq contro l’oleodotto est-ovest mostra come la guerra regionale si stia trasformando sempre più in una lotta per il controllo delle vie dell’energia. La chiusura di tre valichi tra Iraq e Iran non è soltanto una misura di sicurezza. È il riconoscimento pubblico di una realtà che Baghdad tenta da anni di contenere: una parte del territorio iracheno continua a essere attraversata da strutture militari, reti clandestine e gruppi armati capaci di operare al di fuori della catena di comando dello Stato.Secondo le autorità irachene e saudite, i velivoli senza pilota che hanno colpito l’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita sarebbero partiti dalla provincia irachena di Maysan, lungo il confine iraniano. La destituzione del comandante militare provinciale e la chiusura dei passaggi di Shalamcheh, al-Shib e Mandali rivelano la gravità dell’incidente. Nei pressi di al-Tayyib sarebbero state rinvenute anche piattaforme di lancio, particolare che suggerisce un’operazione preparata in anticipo e condotta da uomini dotati di una buona conoscenza del territorio e di appoggi logistici locali.Il governo iracheno ha accettato la proposta iraniana di un’indagine congiunta. Una scelta comprensibile sul piano diplomatico, ma tutt’altro che risolutiva su quello politico. Teheran si presenta infatti contemporaneamente come interlocutore necessario, potenziale mediatore e principale sospettato politico. Donald Trump ha attribuito “probabilmente” all’Iran la responsabilità dell’attacco, senza presentare prove. La Resistenza islamica in Iraq, che riunisce diverse formazioni vicine a Teheran, ha invece negato ogni coinvolgimento con una formula studiata: un’azione considerata onorevole, ma non rivendicata.Militarmente, l’episodio dimostra quanto sia difficile proteggere infrastrutture lineari che attraversano centinaia di chilometri di deserto. Per colpire un oleodotto non servono necessariamente missili costosi o grandi reparti: possono bastare piccoli velivoli senza pilota, informazioni precise, una piattaforma mobile e una rete capace di garantire la fuga degli esecutori.La chiusura dei valichi può ostacolare temporaneamente gli spostamenti, ma non elimina le strutture che rendono possibili simili operazioni. Il vero problema di Baghdad non è il confine geografico con l’Iran, bensì quello politico, ormai assai incerto, tra apparati statali e milizie. Alcuni gruppi armati sono formalmente inseriti nelle istituzioni irachene, ricevono risorse pubbliche e, nello stesso tempo, conservano comandi, arsenali e fedeltà propri.Il primo ministro Ali al-Zaidi ha promesso di ricondurre tutte le armi sotto il controllo dello Stato. Ma disarmare le formazioni filo-iraniane significa modificare gli equilibri interni sui quali si regge lo stesso sistema politico iracheno. L’Iraq si trova quindi nella difficile posizione di dover dimostrare agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita di essere uno Stato pienamente sovrano senza provocare una rottura con l’Iran e con i suoi alleati locali.L’aspetto economico dell’attacco è persino più rilevante di quello militare. L’oleodotto Est-Ovest permette di trasferire il greggio dai giacimenti orientali sauditi verso il Mar Rosso, evitando lo Stretto di Hormuz. Era stato concepito proprio come una via alternativa in caso di crisi nel Golfo. Colpirlo mentre Hormuz è parzialmente bloccato significa mettere in discussione la principale assicurazione energetica di Riad.Ma anche il Mar Rosso non rappresenta più una soluzione sicura. L’avanzata degli Huthi nello Yemen e il loro controllo di parte della costa affacciata sullo Stretto di Bab el-Mandeb consentono al movimento sostenuto dall’Iran di minacciare le navi saudite e il traffico diretto verso il Canale di Suez.Si delinea così una morsa strategica: Hormuz a oriente, Bab el-Mandeb a occidente e l’oleodotto terrestre esposto agli attacchi provenienti dal territorio iracheno. L’Arabia Saudita può continuare a estrarre petrolio, ma incontra difficoltà crescenti nel trasportarlo verso i mercati. Nel sistema energetico mondiale possedere il greggio conta meno se altri attori possono condizionarne le vie di uscita.La sospensione dell’oleodotto potrebbe provocare un aumento dei prezzi, dei costi assicurativi e delle spese di trasporto. Le conseguenze riguarderebbero anzitutto le economie importatrici dell’Asia e dell’Europa. Le rotte alternative sarebbero più lunghe, costose e vulnerabili, mentre gli acquirenti sarebbero spinti a cercare fornitori meno esposti alla guerra regionale.Non esistono prove pubbliche sufficienti per attribuire direttamente l’attacco all’Iran. Tuttavia, dal punto di vista strategico, l’operazione favorisce Teheran. L’Iran non ha bisogno di chiudere completamente gli stretti o di distruggere gli impianti sauditi: gli basta dimostrare di poter rendere insicura ogni alternativa.È la logica della pressione indiretta. Invece di affrontare frontalmente gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, Teheran può beneficiare dell’azione di soggetti alleati o autonomi, mantenendo una distanza politica sufficiente per negare il proprio coinvolgimento. Questa ambiguità rende più difficile la risposta militare occidentale. Colpire l’Iran senza prove rischierebbe di allargare la guerra; non reagire, invece, rafforzerebbe la percezione della vulnerabilità saudita.Sul piano geoeconomico, l’Iran accresce così il proprio peso nei negoziati con Washington. Se il petrolio del Golfo non può raggiungere i mercati senza attraversare spazi direttamente o indirettamente condizionati da Teheran e dai suoi alleati, qualsiasi accordo regionale dovrà necessariamente tenere conto degli interessi iraniani.Riad scopre intanto che i miliardi spesi nella difesa non garantiscono la sicurezza di una rete energetica tanto vasta. Gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma analogo: proteggere simultaneamente Hormuz, le infrastrutture saudite, il territorio iracheno e Bab el-Mandeb richiederebbe una presenza militare enorme e permanente.L’attacco all’oleodotto non ha soltanto danneggiato un’infrastruttura. Ha colpito l’idea stessa che l’Arabia Saudita possa sottrarsi alla geografia del conflitto. Il Regno resta una potenza petrolifera, ma le chiavi delle sue vie di esportazione sembrano ormai distribuite tra troppi attori armati. Ed è proprio questa frammentazione, più ancora dei singoli attacchi, a trasformare il Medio Oriente in un’unica, gigantesca camera di compensazione tra guerra, energia e potere.