Il primo International space summit si è chiuso oggi a Parigi con molte parole sulla sovranità europea e una domanda che resta senza risposta: l’Europa è pronta a smettere di dipendere dagli altri nello spazio? Perché il vertice al Grand Palais, annunciato da Emmanuel Macron come un momento per rilanciare le ambizioni continentali, più che un punto di svolta ha finito per fotografare tutte le contraddizioni di un’Europa che dice di puntare allo spazio ma che, a conti fatti, lo fa poco e in ordine sparso. Una situazione ben inquadrata dalle analisi dell’Agenzia spaziale europea, secondo cui la spesa pubblica europea per lo spazio equivale a circa lo 0,07% del Pil, pari a circa 15 euro l’anno per cittadino. Negli Stati Uniti, invece, siamo a quasi 220 euro pro capite. Il paradosso di ParigiIl problema del summit parigino è che, mentre nel Vecchio continente si parla, gli altri corrono a ritmi sempre più serrati. Gli Stati Uniti puntano a superare i mille lanci l’anno entro il 2030 e la Cina sta accelerando sui lanciatori riutilizzabili. In Europa, invece, il primo lancio orbitale di un’azienda commerciale europea, quello della tedesca Isar Aerospace, è arrivato solo la scorsa settimana. Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa, già prima del summit, aveva dichiarato che il ritmo dello spazio globale sta accelerando e l’Europa deve chiedersi se stia correndo abbastanza. A Parigi, il numero uno dell’Esa è stato ancora più esplicito. L’Europa, ha detto, deve scegliere se essere “passeggera o pilota”, “cliente o fornitore”, “inquilino o architetto”.La metafora è efficace perché il problema non riguarda soltanto i lanciatori, ma anche la capacità di decidere quali infrastrutture costruire, chi le controlla, da quali tecnologie dipendere e quali attività lasciare invece al mercato. In altre parole, la governance. Anche il conto economico è ormai sul tavolo. Per costruire una capacità europea autonoma di trasporto spaziale, ha detto Aschbacher, servirebbe un investimento dell’ordine di un miliardo di euro l’anno per dieci anni. Una cifra che, rapportata alle dimensioni dell’economia europea, è quasi irrisoria, ma che richiede decisioni politiche. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riportato il tema sul terreno della competitività e della sicurezza. “La forza di oggi non garantisce la leadership di domani”, ha detto nel suo intervento, indicando tre priorità per l’Europa: agire insieme, investire su scala adeguata e trasformare il mercato europeo in un vantaggio competitivo. Su questo, il commissario per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha richiamato la necessità di rafforzare il mercato europeo dei lanciatori, rilanciando la sempre maggiore necessità di vettori riutilizzabili.L’industria ha già votatoIntanto, si è fatta sentire anche la voce dell’industria. Gifas, Bdli e Aiad (le associazioni industriali di settore di Francia, Germania e Italia) hanno firmato una dichiarazione congiunta che chiede di riconoscere lo spazio come “infrastruttura critica e pilastro della sovranità europea” e di destinare almeno 60 miliardi di euro per la componente spaziale del futuro Fondo europeo per la competitività. La Commissione ha previsto per il Fondo una dotazione da oltre 131 miliardi di euro dedicata alla difesa e allo spazio e l’industria di settore vorrebbe che una parte consistente di quella torta sia realmente riservata allo spazio, evitando che quest’ultimo finisca in secondo piano rispetto alla spesa militare. Le tre associazioni chiedono inoltre una preferenza europea negli appalti per le attività e le tecnologie critiche, pur specificando che questo non dovrebbe significare l’esclusione automatica dei partner di Paesi terzi affidabili. Quale bilancio L’Europa che esce da Parigi non ha un problema di parole. Ne ha in abbondanza, e forse sono anche le parole giuste. Ma ha un problema di priorità, di soldi e soprattutto di decisione politica. D’altronde, come altro leggere le assenze eccellenti di diversi capi di Stato e di governo dei principali Paesi spaziali europei? Il dato dei 15 euro pro capite contro i quasi 220 americani è brutale, ma inquadra perfettamente il problema: si può parlare quanto si vuole di autonomia strategica, ma se la differenza di investimento resta quella, prima o poi bisognerà spiegare chiaramente quale autonomia si intende costruire. Forse tale spiegazione arriverà per dicembre, quando la prossima ministeriale Esa si riunirà a Roma. Nel frattempo, tra oggi e allora, la sola SpaceX avrà effettuato circa 30 lanci. La corsa allo spazio, d’altronde, non aspetta i tempi della burocrazia.