Stretto di Hormuz, gli Usa affondano 5 petroliere iraniane: il petrolio torna sopra i 100 dollari

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DOHA — Non è più una sequenza di incidenti: è un disegno che si completa. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, aperta il 28 febbraio, sta smontando pezzo per pezzo il sistema energetico mondiale, e il petrolio è tornato stabilmente sopra i 100 dollari al barile. L’episodio più grave nella notte tra martedì e mercoledì: le forze americane hanno affondato cinque petroliere iraniane, e Teheran ha risposto rivendicando di aver colpito dieci navi nello Stretto di Hormuz. Il Brent ha sfondato quota 100 nel giro di poche ore.La corsa era già cominciata. Lunedì il greggio viaggiava attorno ai 97 dollari, con un rialzo del 9 per cento in cinque sedute e del 19 in un mese, riferisce Reuters. Ma è la traiettoria lunga a fare impressione: sopra i 100 dollari l’8 marzo per la prima volta in quattro anni, un picco a 126, oltre 110 ancora a maggio. È la più grave interruzione dell’offerta energetica dagli shock petroliferi degli anni Settanta.Le altre tessere si aggiungono in fila. Lunedì un attacco ha colpito gli impianti di Saudi Aramco a Jizan, nel sud dell’Arabia Saudita, il secondo in un mese, riferisce il Financial Times. E lo Stretto — 34 chilometri nel punto più angusto, tra Iran e Oman — è ormai semideserto: negli ultimi dieci giorni vi sono passate in media dieci navi mercantili al giorno, secondo la società di analisi Kpler. Perché conta tanto quel braccio di mare? Perché in tempo di pace vi transitano 20 milioni di barili al giorno, un quinto del greggio via mare, più il 20 per cento del gas naturale liquefatto: quello che scalda l’Europa — il 12-14 per cento arriva dal Qatar — e alimenta un terzo del petrolio cinese.Diesel ai massimi di sempreIl conto è già arrivato alla pompa. Negli Stati Uniti la benzina costa in media 4,15 dollari al gallone — circa 1,10 dollari al litro — contro i 2,98 del 28 febbraio: più 39 per cento dall’inizio della guerra. Il diesel ha toccato il record di 5,85 dollari, poi superato. «I prezzi del diesel americano non sono mai stati così alti», ha scritto su X il capo analista di GasBuddy, l’osservatorio dei prezzi dei carburanti. Una famiglia media ha speso finora 764 dollari di carburante dall’inizio del conflitto, quasi 419 in più del normale.La lettura degli analisti è univoca. «È il riflesso di un conflitto che continua, di uno scambio di colpi che non si ferma. I deficit di offerta globali persistono e non si vede la fine di queste carenze», dice Rachel Ziemba, del Center for a New American Security, centro studi di Washington sulla sicurezza. Sui distillati, aggiunge, «i mercati stanno prezzando interruzioni più lunghe».Eppure la diplomazia ci aveva provato. Il blocco navale americano dei porti iraniani tra aprile e maggio, le scorte armate ai mercantili, il memorandum firmato a Islamabad il 17 giugno da Donald Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Poi la tregua, saltata l’8 luglio. Da allora ogni round di colpi ha alzato l’asticella, e i mercati hanno smesso di credere alle pause.È qui la vera notizia, oltre il numero tondo: la guerra è ormai dentro il prezzo, e nemmeno la pace basterebbe a tirarla fuori. «Prima o poi si potrebbe arrivare a un punto in cui un cessate il fuoco non muove più il mercato, forse di uno o due dollari», avverte Arif Gasilov, partner della società di consulenza Gasilov Group. Tra gli operatori resiste la fiducia in «una qualche forma di accordo, fosse anche un pasticcio», come dice un’economista della banca d’affari Jefferies. Ma intanto Hormuz si svuota, e ogni notte di guerra vale qualche dollaro in più al barile.