Costituzione: una “tigre di carta” senza una società più comunitaria

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In occasione delle varie Giornate dedicate alla disabilità, vi è sovente il richiamo, da parte delle più alte cariche istituzionali, a quegli articoli della Costituzione che, direttamente o indirettamente, riguardano queste persone. La struttura filosofica sottostante alla nostra Carta è di matrice personalista, per cui sin dall’articolo 2 essa richiede alla Repubblica di garantire dignità umana, giustizia sociale e aiuto solidale a ogni individuo, indipendentemente dalle sue caratteristiche. Purtroppo, tuttavia, nella realtà quotidiana i soggetti con disabilità, nonché i loro famigliari, sperimentano spesso, anche nei rapporti con le istituzioni, l’assenza di questi contenuti.Le misere pensioni di invalidità, la mancanza di supporto per i caregivers, la costante riduzione della spesa sociale, gli iter sempre più complessi per il riconoscimento del proprio status, la continua elusione delle norme lavorative sulle categorie protette, ed altre decine di questioni che ometto solo per ragioni di spazio, lasciano in effetti pensare che, in merito ai valori di dignità, giustizia e solidarietà verso queste persone, la nostra Costituzione sia poco più – per usare l’espressione di un antico proverbio cinese, recentemente tornata di moda – che una “tigre di carta”, non in grado, cioè, di tutelare davvero i soggetti di cui pure dovrebbe prendersi cura.Lo stesso concetto di “solidarietà”, previsto dall’articolo 2 come dovere inderogabile di assistenza verso chi si trova in difficoltà, richiede, per attuarsi, una differente condizione tra soggetti, per cui non rappresenta un riferimento ugualitario ottimale. È vero che la Carta non si incentra su un’idea di solidarietà meramente riparativa. Meglio però sarebbe forse stato, da parte dei Costituenti – pur considerando le contingenze storiche –, utilizzare maggiormente il concetto di “comunità”, che richiede uguaglianza sostanziale tra le persone. Quest’ultima, pur enunciata dall’articolo 3, non si è invece purtroppo mai realizzata nel nostro Paese. Così è stato in quanto ogni Costituzione deve sempre inevitabilmente scendere a patti con il modo di produzione economico-sociale in cui vive, il quale ha da tempo come fine principale, non solo in Italia, la massimizzazione del profitto, non la dignità, né la giustizia, né tanto meno l’uguaglianza delle persone. L’attuale modo di produzione, strutturalmente privatistico e mercificato, dunque non comunitario, costituisce a mio avviso la causa prima della discriminazione verso chi possiede minori abilità, ovvero sta all’origine di quella disuguaglianza che pure l’articolo 3 richiederebbe in forma esplicita, alla Repubblica, di eliminare, rimuovendo tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale. Conoscere la ragione per cui la “tigre” della nostra Costituzione è spesso “di carta”, anziché “di carne ed ossa”, è importante, almeno se si desidera comprendere la realtà del nostro tempo. Questo è, in effetti, il nucleo centrale del problema. Sebbene diverse norme costituzionali richiamino al dovere di non discriminare le persone con disabilità, queste ultime vengono ogni giorno, in vario modo, penalizzate, proprio in quanto rimangono inattuati i principi fondamentali della Costituzione. Tutte o quasi le maggiori forze politiche si richiamano, formalmente, a questi principi. Nella sostanza, però, sono poche quelle che ne favoriscono una reale attuazione. Per tale motivo risulta davvero straniante sentir proclamare, ogni anno, i valori di dignità, giustizia, uguaglianza presenti nella nostra Carta senza che poi, a quelle parole, seguano fatti concreti. Uno dei primi insegnamenti della filosofia antica, materia di cui mi occupo ormai da molti anni, è in effetti quello per cui, tra le parole e i fatti, sono i fatti ad essere la cartina tornasole delle parole, non viceversa. Sono, cioè, i fatti a decretare se le parole dette sono vere – la verità di un pensiero, per la filosofia greca, è sempre la sua conformità alla realtà, realizzata o da realizzare concretamente–, oppure sono soltanto parte di un vuoto cerimoniale retorico. Comincio allora con il considerare la situazione attuale della scuola. La Costituzione ha sancito, in Italia, la necessità di un sistema scolastico pubblico che si ponga al servizio della migliore educazione possibile di ogni essere umano, con particolare attenzione a chi parte svantaggiato. Lo scopo esplicito della Carta è formare cittadini liberi, giusti, solidali, in grado di cooperare democraticamente per il benessere di tutti. L’articolo 34 afferma inoltre che “la scuola è aperta a tutti”, e che “la Repubblica rende effettivo questo diritto”. In tale contesto di parole altamente condivisibili, tuttavia, si riscontra nei fatti una situazione in cui gli studenti con difficoltà sono bocciati, e abbandonano la scuola, molto più degli altri; in cui le barriere architettoniche rendono tuttora inagibili, per chi ha deficit motori, oltre la metà degli istituti; in cui gli studenti disabili, al primo “comportamento problema” (che cioè i docenti, non adeguatamente formati, ritengono tale, non sapendolo gestire), vengono sin da piccoli portati fuori dall’aula; e lungamente potrei continuare nel delineare un quadro che non è, sicuramente, quello auspicato dalla Costituzione.Proseguo accennando al mondo del lavoro. Nell’articolo 4 si dichiara che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Come recita infatti anche l’articolo 1, “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Tale diritto però, per le persone con disabilità, pur essendo ribadito pure dall’articolo 38, risulta presente nelle parole più che nei fatti. La realtà attesta in effetti tassi di disoccupazione molto più elevati per le persone disabili rispetto alle altre; remunerazioni più basse per le medesime; una forte discriminazione nell’assegnazione delle mansioni; e molto altro potrei aggiungere, nel descrivere una situazione reale che sembra non voler conformarsi a quella ideale delineata dalla Carta.Concludo menzionando il tema dell’inclusione sociale. La Corte Costituzionale, mediante una serie di sentenze, ha ribadito il diritto, sancito più volte dalla Carta, alla effettiva partecipazione di tutti, anche delle persone disabili, alla vita civile, in tutte le sue molteplici forme. La disabilità non è infatti un “problema individuale”, bensì, semmai, una “questione sociale”, ovvero insieme culturale e politica, come ho cercato di evidenziare in vari articoli sempre sul Corriere della Sera. Poiché tale “diritto sociale” non è tuttora esigibile, come non lo è alcun diritto a cui non siano chiaramente associati doveri e responsabilità, ci troviamo davanti, ancora una volta, ad una enunciazione solo formale – la necessità dell’inclusione per favorire la partecipazione sociale –, che contraddice la realtà sostanziale. E tra forma e sostanza, come noto, prevale la sostanza.Alcuni giuristi rimarcano che la nostra Costituzione, a differenza di altre, essendo maggiormente universalistica, non esplicita le necessità specifiche di tutela delle persone disabili, per cui sarebbe carente da questo punto di vista. Per tale motivo si sta pensando ad integrazioni e modifiche di singoli articoli. Ritengo tuttavia che, in un contesto economico-sociale complessivo non comunitario, quale è quello attuale, non siano sufficienti tali variazioni per creare maggiore inclusione, ma occorra agire in maniera più diretta sul contesto, poiché solo in questo modo vi potrà essere una speranza concreta di incidere strutturalmente sulla scuola, il lavoro e la società. Esiste in effetti un nesso inscindibile fra questi tre ambiti, assai rilevante soprattutto per la vita delle persone con disabilità. Se a scuola, infatti, non si realizza una vera educazione comunitaria, la conseguenza sarà creare sin da subito soggetti “disabilitati” da ogni futura partecipazione al lavoro e alla vita civile, come dimostra del resto il costante aumento della istituzionalizzazione.È possibile che, di fronte a questa realtà da tempo davanti agli occhi di tutti, coloro che dovrebbero garantire l’attuazione di quanto previsto dalla Costituzione possano soltanto, ad ogni occasione ufficiale, ripetere formule di rito? Non servirebbero azioni più efficaci che rimuovano davvero, come prevede la Carta, gli ostacoli di ordine economico e sociale alla realizzazione effettiva di una maggiore dignità, giustizia ed uguaglianza nei rapporti tra le persone? La situazione attuale, per i disabili e per le loro famiglie, non è più sostenibile in Italia, per una pluralità di ragioni, in parte indicate in precedenza. Le norme universali, purtroppo, anche quando si pongono al vertice della gerarchia giuridica, non tutelano i diritti delle persone fragili, se non è prima la coscienza politica di un Paese a sentire la loro mancata attuazione come un’inaccettabile lesione della dignità di tutti. Per questo motivo – come cercherò di argomentare nei prossimi articoli –, è necessario predisporre un percorso educativo che sappia trasmettere sin da subito i più importanti contenuti civici comunitari, partendo già dalla scuola primaria. Solo, infatti, una scuola in grado di far vivere con normalità ai bambini, ogni giorno, i valori costituzionali, potrà creare cittadini capaci, poi, di realizzarli in concreto.luca.grecchi@unimib.it