Arabia Saudita, gli Houthi colpiscono gli impianti petroliferi: 73 feriti. Riad risponde con 30 raid sullo Yemen

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RIAD — Gli incendi negli impianti petroliferi del sud dell’Arabia Saudita bruciavano ancora ieri sera. Nelle prime ore di martedì droni e missili balistici lanciati dagli Houthi yemeniti hanno colpito Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran: almeno 73 feriti fra i civili, donne e bambini compresi, secondo il portavoce della coalizione a guida saudita, il generale Turki al-Malki. Il ministero dell’Energia di Riad ha confermato incendi «in diverse località» e «l’arresto temporaneo di alcune operazioni» nel settore, riferisce Al Jazeera.È lo scontro più grave dal cessate il fuoco mediato dall’Onu nel 2022, dopo otto anni di guerra e decine di migliaia di morti: centinaia le vittime nelle ultime ventiquattro ore, secondo l’inviato delle Nazioni Unite Hans Grundberg, che chiede «massima moderazione» e avverte del rischio di una guerra su vasta scala. Riad ha già risposto con oltre trenta raid sullo Yemen. E a terra le forze del governo riconosciuto marciano su Sanaa.Il portavoce militare Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato «un’operazione ampia» contro i siti della compagnia petrolifera Aramco, presentata come ritorsione per i bombardamenti sauditi. Fra gli obiettivi la base aerea King Khalid, presso Khamis Mushait, e le installazioni legate ai traffici di Bab al-Mandeb; nella zona colpita sorge la raffineria di Jazan, 400 mila barili al giorno. Al-Malki ha parlato di «pericolosa escalation» e annunciato «tutte le misure e le azioni necessarie per rispondere alle fonti della minaccia».La rappresaglia non si è fatta attendere. Gli Houthi accusano la coalizione di raid con aerei e missili da crociera sulle province di Jawf, Bayda, Marib e Taiz, e di aver bombardato lunedì il carcere di al-Hazm, nel Jawf: sette morti — fra cui un bambino in visita a un detenuto — e sette feriti, secondo l’agenzia Saba, organo del movimento.Ma i missili sulle raffinerie sono soltanto metà della storia. L’altra metà, speculare, si combatte a terra: l’attacco agli impianti rende ancora più esplosiva la mossa annunciata lunedì dal governo yemenita riconosciuto, la riconquista della capitale.La marcia su Sanaa«Riprendere Sanaa», in mano agli Houthi dal 2014: così il vice ministro della Difesa, generale Samir al-Sabri, alla tv di Stato yemenita. Il portavoce delle forze armate, Majid al-Nuzaili, promette di «liberare lo Yemen dalla morsa» di Ansar Allah — il nome ufficiale del movimento — e di «restituire Sanaa come capitale di tutti gli yemeniti». Battaglie intense a Taiz, Bayda e nel Jawf, la porta d’accesso alla capitale, con le truppe governative in avanzata verso i monti al-Labanat. L’ufficio politico Houthi ribatte: offensiva respinta, «decine» di caduti fra i governativi.Perché proprio ora? La risposta sta nello stretto di Bab al-Mandeb. Da quando l’Iran ha di fatto chiuso Hormuz — la guerra con Stati Uniti e Israele dura da febbraio — il petrolio saudita passa dal Mar Rosso, e a luglio gli Houthi hanno dichiarato il blocco navale contro le navi di Riad. La spinta governativa verso la costa occidentale, osserva Ahmed Nagi dell’International Crisis Group, «non riguarda solo la conquista di territorio»: chi tiene la costa tiene lo stretto.La diplomazia resta sullo sfondo. «La strada della diplomazia non è chiusa», ha detto il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, «ma il regno non esiterà mai a difendere se stesso e i propri interessi», accusando gli Houthi di «egoismo». Intanto, sulle strade verso al-Makha — la Mocha del caffè, porto sul Mar Rosso — sono tornate le colonne degli sfollati. Su quella rotta, fra marzo e metà luglio, è passato otto volte il greggio dell’anno scorso: 4,1 milioni di barili al giorno nel 2024, il 5 per cento del mondo. È attorno a quel numero che oggi si combatte.