Il caso del matematico Tristan Buckmaster pone una questione che va oltre la ricerca scientifica e riguarda direttamente la geopolitica della tecnologia.Buckmaster, professore al Courant Institute della New York University, insieme a Levent Alpöge stava lavorando su problemi avanzati di fluidodinamica matematica legati alle equazioni di Navier-Stokes. Nel corso della ricerca aveva utilizzato anche Codex di OpenAI per sviluppare e verificare parti del proprio lavoro.Successivamente OpenAI ha annunciato che un proprio sistema di intelligenza artificiale era arrivato a una soluzione del Millennium Problem di Navier-Stokes. Buckmaster ha sollevato interrogativi sul possibile ruolo dei dati e del materiale inseriti nei sistemi della società. OpenAI nega di aver utilizzato direttamente quelle sessioni e non esiste prova che il lavoro sia stato copiato. Ma il caso apre comunque una questione importante.Il punto non è soltanto stabilire se vi sia stata o meno un’appropriazione di conoscenza. Il vero tema è cosa accade quando università, imprese e centri di ricerca affidano idee, algoritmi, codice, know-how e risultati riservati a sistemi di intelligenza artificiale sviluppati e controllati all’estero.Nell’economia dell’intelligenza artificiale, dati e conoscenza sono ormai fattori di competitività, potere industriale e influenza geopolitica. Per questo la dipendenza tecnologica non è più soltanto un problema economico, ma anche strategico.L’Italia e l’Unione Europea devono sviluppare una propria capacità nell’intelligenza artificiale, non limitarsi a scrivere regole per governare tecnologie sviluppate altrove. Una dipendenza eccessiva da sistemi stranieri può ridurre la nostra autonomia e mettere a rischio ricerca, know-how e innovazione strategica.Per questo la sovranità tecnologica è già oggi una priorità di politica estera e sicurezza nazionale: significa rafforzare le capacità italiane ed europee e proteggere meglio il nostro patrimonio tecnologico e industriale.