BRUXELLES — Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Prosperità e la Strategia industriale, francese, ex ministro degli Esteri e fedelissimo di Emmanuel Macron, ha scelto l’esempio più concreto possibile: gli autobus. «Non sarà colpa della Commissione se gli acquirenti preferiranno autobus cinesi a quelli europei — ha detto presentando la riforma —, perché nel regolamento c’è ogni possibilità di dare la preferenza agli autobus europei».La riforma è il Public Procurement Act, presentato mercoledì a Bruxelles: un regolamento unico che manda in pensione le tre direttive sugli appalti in vigore dal 2014 e riduce i margini di manovra nazionali, riferisce Reuters. In gioco c’è il 15 per cento del Pil dell’Unione: 2.600 miliardi di euro l’anno di acquisti pubblici, di cui circa 600 messi a gara nei 27 Paesi. La novità politica è una sola: le amministrazioni potranno escludere le offerte con meno del 50 per cento di contenuto europeo, riservare intere gare agli operatori Ue e preferire imprese europee nei settori strategici.Nessun obbligo di comprare «made in Europe», dunque, ma una cassetta degli attrezzi. Le regole passano «da 900 a 200 pagine», l’aggiudicazione va al miglior rapporto qualità-prezzo — la qualità deve pesare almeno il 30 per cento del punteggio, il 50 negli appalti ad alta intensità di lavoro — e una piattaforma digitale unica permetterà a imprese e piccole aziende di registrarsi una volta sola per tutta l’Unione. Tra i criteri valutabili entrano cybersicurezza, dipendenze strategiche e rischio di ingerenza straniera.Il bersaglio, mai nominato nel testo, è Pechino. La discriminante è l’adesione all’accordo dell’Organizzazione mondiale del commercio sugli appalti pubblici, che vincola 22 membri fra cui Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Giappone: la Cina continentale non ne fa parte. Per Londra, ha assicurato Séjourné, «non dovrebbero esserci difficoltà». E una bozza circolata nei giorni scorsi conteneva un altro segnale: l’obbligo per i concorrenti di spiegare prezzi molto inferiori a quelli dei rivali.Il precedente di LisbonaLa Commissione, del resto, ha già cominciato a usare le armi che aveva. In aprile ha bloccato un’azienda cinese di materiale rotabile dal consorzio per una nuova linea della metropolitana di Lisbona, per sussidi statali giudicati un «ingiusto vantaggio competitivo», e ha aperto un’indagine su Nuctech, il colosso degli scanner di sicurezza presenti in aeroporti e porti europei. Nel giugno 2025 aveva escluso le imprese cinesi dalle gare sopra i 5 milioni per i dispositivi medici. Intanto il deficit commerciale con Pechino ha toccato i 98 miliardi nel primo trimestre 2026, il record da fine 2022.La riforma raccoglie anche un’accusa venuta da casa: i rapporti di Mario Draghi e di Enrico Letta avevano rimproverato all’Unione di non usare gli appalti come leva collettiva. «Sono insieme uno strumento strategico e una potente leva politica — ha detto Séjourné — in un momento in cui Cina, India, Stati Uniti e altre grandi potenze li usano per le loro strategie industriali».Pechino parla di protezionismo, e il Global Times, quotidiano di Stato cinese, prevede costi più alti per gli enti pubblici europei. Ma la frattura corre anche dentro l’Unione: Italia, Paesi Bassi e Lituania chiedono strumenti ancora più duri contro la dipendenza dalla Cina, altre capitali temono conti più cari per ospedali e ferrovie. E il testo deve ancora passare da Parlamento europeo e Consiglio. Poi la palla uscirà da Bruxelles: «Spetterà agli enti locali, ai governi, ai comuni e alle regioni — riconosce Séjourné — fissare quei criteri e scegliere di comprare europeo». Lì si vedrà se gli autobus, alla fine, saranno davvero europei.