Novembre 2024, ottobre 2026. Dopo due anni di proteste di piazza il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, ha firmato il decreto per lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e ha indetto le elezioni parlamentari anticipate per il prossimo autunno, con 12 mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale. Un test cruciale per il suo partito Progressista Serbo, dopo la imponente mobilitazione studentesca contro la corruzione, nata a seguito dell’incidnete ferroviario di Novi Sad, quando il crollo di una pensillina alla stazione ferroviaria costò la vita a 16 persone.Da quel momento nel Paese è iniziata una protesta pressocché globale, con folle più numerose dalla caduta del dittatore Slobodan Milošević nel 2000. Le iniziali richieste di un’indagine trasparente si sono trasformate in richieste di elezioni anticipate, che Vučić aveva ripetutamente promesso, senza però fissare una data, che oggi c’è. Il presidente ha ammesso che “nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assistito a una forte turbolenza sulla scena politica interna, abbiamo bisogno di risultati elettorali che riflettano chiaramente la volontà del popolo”, ha aggiunto. Di contro sin dall’inizio del movimento di protesta, Vučić ha accusato gli studenti di voler organizzare una “rivoluzione finanziata dall’estero”. Il primo ministro serbo Duro Macut ha dichiarato che il governo ha presentato una mozione formale al presidente Vučić per lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Secondo Macut le prossime elezioni offrono l’opportunità di rafforzare le istituzioni, ridurre le tensioni politiche e respingere le politiche di esclusivismo: “Un mandato ha una fine, ma la nostra responsabilità nei confronti dello Stato continua ogni giorno. Sono fiducioso che questo governo proseguirà sulla strada intrapresa anche in futuro”, ha affermato Macut.Ma al di là delle dichiarazioni di facciata, appare evidente come le urne rappresenteranno uno spartiacque rispetto al potere pluriennale di Vucic, geopoliticamente a metà strada tra Bruxelles e Pechino. Il presidente serbo più volte ha rivendicato l’autonomia diplomatica e commerciale con la Cina, principale investitore a Belgrado: in occasione delle recente visita al presidente cinese Xi Jinping, ha denunciato i presunti tentativi di Bruxelles di impedirgli di coltivare rapporti con Pechino. Come è noto, la Serbia è candidato all’adesione all’UE dal 2009, ma i legami del governo Vučić con Pechino sono uno dei principali motivi di ritardo del processo di integrazione.Inoltre il Paese è stato recentemente preso di mira da spyware nella “più grande ondata di sorveglianza documentata nella storia del Paese”. Tra le vittime dell’attacco informatico figurano anche studenti manifestanti, sebbene il governo di Aleksandar Vučić neghi qualsiasi attività di spionaggio. L’ondata di infezioni da spyware è stata scoperta ad agosto, dopo che Apple ha avvisato gli utenti di 110 Paesi che probabilmente erano stati vittime di spyware a pagamento. Secondo Citizen Lab che effettua analisi sugli attacchi spyware, a prendere di mira gli spiati sarebbe stato lo spyware Pegasus del gruppo NSO, il quale avrebbe garantito all’attaccante “l’accesso totale al dispositivo”.