“Quello dell’11 settembre non fu un atto terroristico isolato, ma l’inizio di un disegno politico e di una sfida tra civiltà. Una dinamica che si è ripetuta dopo gli attacchi del 7 ottobre in Israele, con conseguenze non dissimili”. A tracciare questo parallelismo, in un’intervista a LaPresse, è Giulio Tremonti, presidente della Commissione Esteri della Camera, che l’11 settembre 2001 era ministro dell’Economia nel secondo governo Berlusconi.Partiamo da quel giorno, come ricorda i momenti immediatamente successivi all’attacco alle Torri Gemelle? Dove si trovava e con chi si è confrontato nell’immediato?“Ricordo che ero in ufficio al ministero quando apparvero in televisione le prime immagini. Andai subito a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi: non fu una riunione formale o una cabina di regia, fu un’iniziativa spontanea, mia e di altri ministri. In quei momenti iniziali c’era una sorpresa profonda, un panico diffuso in tutte le cancellerie europee. A Roma anche l’annuncio e il rischio di un attentato, magari contro il Vaticano o i simboli della cristianità. C’era un’enorme confusione”.Quale fu la chiave di lettura politica di quella tragedia?“Per me fu chiaro fin da subito che l’atto aveva un valore politico e geopolitico grandissimo, ma era parte di un disegno politico molto più ampio. Con tutti i grattacieli che ci sono a Manhattan, perché colpire proprio le Torri Gemelle? Perché erano il simbolo della civiltà dei consumi, considerata ‘blasfema’: sfidava le secolari e millenarie religioni e civiltà dell’Islam. Era evidente che non si trattava di un atto terroristico isolato, ma era parte di un disegno politico molto ampio. L’aspirazione di Bin Laden era quella di succedere idealmente a Khomeini: non era solo terrorismo, era una vera e propria sfida di civiltà”.Dopo l’attentato ci fu una risposta sul fronte della sicurezza internazionale. Quale fu il ruolo dell’Italia?“Poco dopo ci fu una riunione negli Stati Uniti e all’Italia fu affidata l’organizzazione dei servizi di intelligence finanziaria. Avendo io la presidenza di questa sezione di controllo, mi spiegarono i complessi meccanismi di cautela e comunicazione. Fu la prima volta in cui mi chiarirono che la voce umana è un algoritmo: potevi cambiare telefono, ma non la voce, che rimaneva sempre identificabile e tracciabile, persino durante le conversazioni in volo. L’unico modo per autosecretare la conversazione sarebbe stato parlare in presenza di una fonte d’acqua, proprio come si vede nei film di James Bond”.Ci furono delle prime contromisure dal punto di vista economico?“Nell’immediato no, non si parlò di misure finanziarie o di bilancio. La turbativa dei mercati fu violenta ma contenuta nel tempo, quindi il vero impatto non fu quello sui listini o sui conti pubblici, ma un effetto geopolitico che portò direttamente alla guerra”.Lei ha accostato gli eventi dell’11 settembre 2001 a ciò che sta accadendo nel contesto internazionale recente, in particolare dopo gli attacchi del 7 ottobre. Si può fare un parallelismo?“Il 10 ottobre 2023, subito dopo l’attacco in Israele del 7 ottobre, intervenni alla Camera sottolineando proprio questo punto: non eravamo di fronte a un semplice episodio di terrorismo isolato, ma all’inizio di un nuovo capitolo di una guerra tra due mondi. E in effetti è cominciata”.Quanto pensa che potrà durare questa nuova fase di instabilità globale?“Questo è tremendamente difficile dirlo. Da un attentato all’altro, quello dell’11 settembre alle Torri Gemelle, poi quello del 7 ottobre che nella cascata dei fenomeni non fu diverso. Anche nelle conseguenze: la guerra e le gravissime ripercussioni sui traffici e sui commerci mondiali in quell’area del mondo”.Questo articolo 11 settembre 2001, Tremonti: “Non era terrorismo ma sfida tra civiltà” proviene da LaPresse