Che cosa sapeva davvero Netanyahu? Cosa sappiamo (e cosa no)

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Due notizie importanti. Una da Israele, l’altra verso Israele. Riguardano entrambe Netanyahu. Una nuova inchiesta sostiene che il premier fosse stato avvertito di un possibile attentato dieci giorni prima del 7 ottobre. Non è ancora una verità accertata, ma è una ragione in più per istituire la commissione indipendente che il governo continua a ostacolareNon sappiamo ancora che cosa sapesse Benjamin Netanyahu. Sappiamo che non vuole consentire a Israele di accertarlo fino in fondo.Haaretz ha pubblicato un’inchiesta che, se corroborata, cambierebbe la dimensione politica dell’agguato del 7 ottobre. Dieci giorni prima del massacro, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe telefonato personalmente al primo ministro israeliano per avvertirlo che Yahya Sinwar, capo di Hamas, stava preparando una «grande operazione», capace di provocare un bagno di sangue, destabilizzare il Medio Oriente e mettere in pericolo gli Accordi di Abramo. La ricostruzione proviene dal libro di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Ostaggi: “843 giorni di abbandono”. Gli autori affermano di avere raccolto centinaia di testimonianze e consultato registrazioni, documenti e corrispondenza interna. Non risulta, tuttavia, che dispongano di una registrazione della telefonata contestata.Secondo il loro racconto, un consigliere di bin Zayed con conoscenza diretta della conversazione avrebbe riferito che Netanyahu reagì con relativa calma: Israele, disse, era preparato a ogni eventualità e il pericolo maggiore proveniva semmai dalla Cisgiordania. L’avvertimento non sarebbe stato trasmesso ai vertici dell’esercito e dei servizi di sicurezza.L’ufficio di Netanyahu definisce tutto questo una «menzogna assoluta»: la telefonata non sarebbe mai avvenuta e il primo ministro non avrebbe ricevuto alcun avvertimento. Gli Emirati, per ora, non hanno confermato pubblicamente la ricostruzione.È dunque scorretto scrivere che sia ormai provato che Netanyahu conoscesse in anticipo il piano del 7 ottobre. Anche se autentico, l’avvertimento non avrebbe necessariamente indicato la data, gli obiettivi e le dimensioni precise dell’attacco. Conoscere l’esistenza di una minaccia non significa conoscere l’operazione che sta per cominciare. Ma sarebbe altrettanto scorretto fingere che l’accusa cada nel vuoto.Sappiamo già che gli apparati israeliani possedevano da oltre un anno il documento denominato “Muro di Gerico”, che descriveva con impressionante somiglianza il tipo di attacco poi realizzato da Hamas. Sappiamo che le soldatesse addette alla sorveglianza della frontiera avevano segnalato esercitazioni e movimenti anomali. Sappiamo che la dirigenza militare e politica rimase prigioniera della convinzione che Hamas fosse contenuta, interessata a governare Gaza e dissuasa dal provocare una guerra generale.Le inchieste militari hanno riconosciuto errori catastrofici. I vertici dell’esercito e dell’intelligence hanno ammesso le proprie responsabilità e molti si sono dimessi. Netanyahu, invece, ha finora respinto l’istituzione della commissione statale d’inchiesta richiesta dai familiari delle vittime e degli ostaggi. Ha sostenuto un organismo speciale sulla cui composizione e sul cui mandato il governo e la maggioranza parlamentare avrebbero un’influenza decisiva.Qui sta il punto, ancora prima che la rivelazione di Haaretz sia definitivamente verificata. Se Netanyahu non ricevette quella telefonata, una commissione indipendente potrà stabilirlo autorevolmente. Se la ricevette, dovrà accertare che cosa gli venne detto, a chi trasmise l’informazione e perché non seguirono misure adeguate. In entrambi i casi, soltanto un accertamento pubblico può restituire fiducia alle istituzioni israeliane.La responsabilità politica, inoltre, non coincide con una sentenza penale. Non occorre dimostrare che un capo di governo conoscesse ogni particolare di un attentato per domandargli conto della dottrina strategica perseguita per anni: considerare Hamas un nemico gestibile, indebolire l’Autorità palestinese, trasferire energie militari verso la Cisgiordania e preferire la conservazione del conflitto alla ricerca di una soluzione politica.L’altra notizia ė che proprio ieri, intempestivamente visto il caso sollevato da Haaretz, Regno Unito, Francia e Canada hanno annunciato l’introduzione di restrizioni al commercio dei beni provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Non è un boicottaggio di Israele. È il tentativo, condivisibile o meno nei mezzi, di distinguere lo Stato israeliano da una politica di colonizzazione che rende sempre meno praticabile la soluzione dei due Stati.Il governo israeliano ha risposto annunciando la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, accreditato presso l’Autorità palestinese, e altre ritorsioni diplomatiche. Ha così colpito anche i rapporti con quella leadership palestinese che dovrebbe rappresentare l’alternativa politica ad Hamas. Non sono due vicende equivalenti. Condividono però la stessa origine politica: l’illusione che il conflitto possa essere amministrato indefinitamente, senza una soluzione e senza pagarne il prezzo istituzionale.Prima del 7 ottobre, Netanyahu ha creduto di poter contenere Hamas, marginalizzare l’Autorità palestinese e governare lo status quo. Dopo il 7 ottobre, la conduzione politica della guerra ha rinviato tanto la riapertura di un processo di pace quanto l’accertamento delle responsabilità. Dopo la sorpresa della guerra del Kippur, Golda Meir accettò la commissione Agranat e si dimise nell’aprile del 1974, benché la commissione non le avesse attribuito una responsabilità personale diretta. Non perché Israele fosse colpevole dell’aggressione subita, ma perché una democrazia deve saper distinguere la responsabilità del nemico da quella dei propri governanti.Hamas conserva per intero la responsabilità criminale del massacro del 7 ottobre. Proprio per questo Israele non deve permettere che quella responsabilità diventi uno scudo dietro il quale nascondere gli errori del suo governo. Difendere Israele, come ė giusto e necessario di fronte all’offensiva dei movimenti antisionisti filo Hamas, non significa difendere Netanyahu. Significa pretendere che Israele conosca la verità, accerti le responsabilità e torni a immaginare quella pace che Yitzhak Rabin aveva compreso non essere l’alternativa alla sicurezza, ma la sua condizione politica più duratura.Le sorti della democrazia israeliana e di quella europea sono sempre più legate, sarà bene che su entrambe le sponde del Mediterraneo se ne traggano le conclusioni.Marco Taradash, 10 settembre 2026L'articolo Che cosa sapeva davvero Netanyahu? Cosa sappiamo (e cosa no) proviene da Nicolaporro.it.