Può un’economia di anziani crescere e prosperare? La riflessione di Monti

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C’è stato un tempo in cui l’economia rappresentava una disciplina molto orientata alla riflessione e al pensiero. Un tempo in cui i referenti dell’economia politica riuscivano ad essere talmente rilevanti da influenzare in modo importante le politiche condotte dalle Nazioni. Erano tempi in cui l’economia veniva interpretata come una scienza attraverso la quale indagare, e qualche volta capire, i meccanismi sociali legati alla produzione e al consumo aggregato. Oggi questo ruolo risulta essere un po’ in secondo piano: vige l’economia della predizione, del futuro, o al contrario vige un’economia tecnica, un’economia di misurazione.Un recente studio condotto da Acemoglu, premio Nobel per l’economia nel 2024, ridona lustro alla dimensione di pensiero che è alla base dell’economia, e che, al pari di altre scienze, indaga specifici fenomeni con il fine di comprenderne le dinamiche. Così fenomeni economici, quantificabili e misurabili all’interno di specifiche regole, vengono studiati per comprenderne le cause, gli effetti, e le relazioni che legano tale fenomeno e la struttura sociale, istituzionale, geografica, politica. Prima di commentare le indagini condotte da Acemoglu, è però importante fornire una visione di contesto, il cui scopo principale è quello di aiutare ad interpretare i risultati con uno spirito critico pur senza vizi di pregiudizio.Non è raro, infatti, che indagini di questo tipo conducano a risultati controintuitivi: se assumiamo che la dimensione economica è uno dei riflessi potenziali della vita collettiva, sarebbe impensabile ipotizzare ad una condizione lineare sempre valida, ed è quindi più che naturale che ad ogni regola corrisponda almeno un’eccezione, almeno quanto è doveroso indagare tale eccezione senza cedere alle insidie dell’ideologia, considerandola come semplice “caso specifico”, ma accettando semplicemente la specificità, e talvolta l’unicità delle condizioni che hanno generato un fenomeno economico difficilmente riconducibile a dinamiche osservate in altri contesti.Alcune di queste affermazioni controintuitive ci riguardano molto da vicino. Tra queste, uno dei casi più evidenti riguarda il boom del nostro Paese nella fase post-bellica. Secondo alcuni studiosi, infatti, gli anni del “boom” vanno inquadrati in processi temporali più ampi, interpretando quegli anni non come ad una improvvisa “impennata” del Pil, ma come il risultato combinato di fattori anche antecedenti, con una crescita sostenuta, ma lineare avviatasi nel periodo della ricostruzione post-bellica (e quindi circa 20 anni prima del “boom” vero e proprio). Altro esempio non di minore importanza è l’interpretazione delle performance economiche del nostro Paese nel corso degli anni ‘80 del secolo scorso.In questo caso, esistono ricerche che evidenziano per quel periodo l’emersione di criticità strutturali, che tuttavia sono state più che compensate da politiche pubbliche espansive, e ad una generale percezione ottimista, che si traduceva in incremento dei consumi, e in incremento degli investimenti da parte delle imprese. Altri esempi interessanti possono riguardare la storia economica del Giappone che, dalla metà del 1600 e per due secoli, visse un periodo caratterizzato da una forte regolamentazione e conseguente riduzione degli scambi commerciali, e che malgrado ciò conobbe un periodo di crescita economica. Pur se recenti studi tendono ad essere più prudenti sull’entità di tale crescita economica, sull’equità di tale crescita tra tutte le fasce della popolazione, e sui confronti tra la crescita economica nipponica e quella di altre economie coeve, è largamente diffusa la constatazione che in tale intervallo di tempo, noto come periodo Tokugawa, il Giappone abbia conosciuto un periodo di crescita.Si tratta di un tema su cui intervenire con “prudenza”, perché la portata ideologica degli studi qui è molto significativa. Pur con tutte le cautele del caso, la crescita giapponese in quel periodo, rappresenta un’evidenza molto importante, perché rappresenta un’eccezione significativa alla visione del libero scambio. Al netto degli studi che ne hanno faziosamente ridotto la portata, e al netto degli studi che invece hanno voluto identificare nella storia del Giappone un incentivo all’autarchia, è però vero che negli studi più equilibrati si riscontra in ogni caso una frattura concettuale profonda con il pensiero dominante, che vede nell’apertura agli scambi con le altre nazioni, vicine e lontane, una leva di rilevante importanza per lo sviluppo economico di una specifica economia.Guardando al periodo Tokugawa, quindi, esistono studiosi che affermano che in realtà tale periodo di crescita sia stato sostenuto prevalentemente da una grande iniquità nei confronti della popolazione, che ricevevano salari molto bassi a fronte di un numero di ore lavorative molto alto, ed esistono tuttavia studi che invece affermano che, alla base di tale crescita, ci fosse una migliore organizzazione sociale, con regole relativamente stabili, investimenti pubblici per bonifiche e infrastrutture, così come esistono studi che sostengono che parte di questa crescita sia imputabile alla dimensione finanziaria (credito rurale, mercato dei capitali), o che invece sia da associare anche ad una crescita demografica. Il fenomeno economico diventa, quindi, una volta sottoposto a studio, una chiave interpretativa, che aiuta a riflettere sulle condizioni, sia del passato che del presente, talvolta con lo scopo di adeguare a tali riflessioni scelte politiche ed economiche concrete volte al miglioramento delle condizioni generali dell’economia e della qualità della vita dei cittadini.Ed è in questo quadro che vanno dunque lette le affermazioni di Acemoglu et alii, che analizzando circa settant’anni di dati internazionali e informazioni sulle aree locali statunitensi evidenziano andamenti che contraddicono l’idea generale che ad una popolazione anziana debba corrispondere necessariamente una riduzione della crescita economica. Si tratta di un tema particolarmente interessante per il nostro Paese, la cui età media tende ad aumentare, sia per aumento della speranza di vita, sia per un numero minore di nascite, sia ancora per una tendenziale emigrazione internazionale da parte delle fasce più giovani della popolazione. Ciò significa anche che le implicazioni dell’indagine di Acemoglu possono essere molto significative sul piano delle scelte politiche e di investimento del nostro Paese.Se ci si sofferma al titolo, infatti, “Crollo delle nascite e boom della crescita: cambiamento demografico e macroeconomia”, l’articolo di Acemoglu può risultare provvidenziale per l’Italia. Ma tale interpretazione sarebbe assolutamente impropria. Ciò che lo studio ha permesso di evidenziare è che, guardando al lungo periodo, non è sempre possibile rintracciare una relazione tra l’invecchiamento della popolazione e una riduzione del Pil, con casi che, al contrario, paiono andare in senso opposto a quanto ci si possa attendere. Ed è in ogni caso un segnale positivo per il nostro Paese, ma soltanto se si guarda alle condizioni che sono presupposto.L’idea di base, che trova parallelismi anche con studi condotti dal Fondo Monetario Internazionale, è che in presenza di alcuni fattori società meno giovani possono in ogni caso presentare tendenziali di crescita aggregata. Tali fattori riguardano in primo luogo la constatazione che l’età anagrafica non necessariamente coincide con la capacità produttiva, che la qualità della vita soprattutto per le fasce più adulte della popolazione tende a compensare la presenza di lavoratori più giovani, che la natura dei lavori, sempre più incentrati sulla conoscenza e sempre meno incentrati sulla “forza fisica”, possano rendere compatibile l’invecchiamento con la produttività, e che il vincolo delle capacità “fisiche” possa incentivare l’adozione di tecnologie che le compensano. In altri termini, ad una diminuzione della natalità si associano un aumento del prodotto per lavoratore, un incremento di tecnologiesostitutive del lavoro, una maggiore diffusione di brevetti che riducono l’importanza fisica delle prestazioni. Un meccanismo simile a quello che Bill Gates identificava quando affermava di voler assumere persone pigre, perché quella condizione induceva la ricerca di soluzioni in grado di ridurre il loro lavoro, e quindi di “innovare”. Il pregio reale del contributo di Acemoglu, quindi, non è tanto nella “scoperta” di un fenomeno, ma in altre due dimensioni, non meno importanti: la prima è la capacità di porre in discussione una dimensione assiomatica, proponendo un’alternativa alla visione invecchiamento-decrescita; la seconda è nell’analisi dei fattori che possono determinare un andamento controintuitivo: fattori che non dipendono dalla volontà dei singoli, ma che poggiano su un contesto economico, istituzionale e produttivo in grado di incentivare, o quantomeno di “non ostacolare”, la spinta innovativa del singolo. Ad oggi, infatti, le condizioni strutturali del nostro Paese rendono difficile sostenere che la silver economy possa davvero compensare la riduzione produttiva di un’Italia potenzialmente giovane.Affinché si verifichino le condizioni espresse da Acemoglu, infatti, è necessario che ci siano capitali sufficienti da parte delle imprese a sviluppare nuovi brevetti, che ci sia una sicurezza contrattuale che conduca ad un incremento della retribuzione e del potere di acquisto, così che l’incremento della retribuzione possa essere investito, e non solo risparmiato, come accade oggi in Italia a fronte dell’incertezza sul futuro. C’è poi un tema che Acemoglu non affronta nel suo paper, e che invece meriterebbe di essere fortemente approfondito: pur non volendo considerare il ruolo degli apporti di capitali internazionali nelle singole economie, la ricerca si concentra infatti soltanto su dimensioni quantitative, che non tengono conto di fattori come qualità della vita, e vivacità culturale. Ciò che di prezioso ci restituisce questo studio è una linea di intervento chiara: per migliorare le condizioni attuali, sono necessarie alcune manovre strutturali che permettano all’attuale e immediatamente futura popolazione in età lavorativa di incrementare sempre più il proprio prodotto per lavoratore. Parallelamente, è però da considerare che la cultura e la vivacità culturale di un Paese rappresentano inevitabilmente dei fattori di “stimolo” e che un’economia che cresce in un Paese in cui la cultura invecchia, può anche essere un Paese che consuma, ma sicuramente non è un Paese che prospera.