Il centrosinistra spaventa le imprese

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Il sondaggio condotto tra gli oltre 200 imprenditori e manager riuniti a Villa D’Este per la 52sima edizione del Forum Teha restituisce un verdetto chiaro. Interpellata su una scala da 1 a 9, la platea di Cernobbio promuove l’operato del governo Meloni con un giudizio positivo complessivo del 68,3%, trainato dal voto 7 (33,3% delle preferenze). Le valutazioni negative si fermano al 21,7%. Il quadro si ribalta quando la domanda riguarda il centrosinistra: l’83% degli intervistati esprime un giudizio negativo, dieci punti in più rispetto al 73% del 2025. Raddoppia in particolare la quota di chi assegna il voto minimo, dall’11,9% al 23,7%, mentre i giudizi positivi complessivi si dimezzano, dal 13,6% al 6,8%.Il crollo della fiducia nel centrosinistraIl dato più indicativo, per un pubblico di imprenditori, riguarda proprio le proposte del centrosinistra, il cui gradimento specifico crolla dal 13,8% al 6,8% in un solo anno. Nicola Rossi, economista, consigliere dell’Istituto Bruno Leoni ed ex consigliere economico del governo D’Alema, in un’intervista al Giornale non manifesta stupore: «Francamente non sono sorpreso, sia perché la platea di Cernobbio non è la platea di riferimento tradizionale del centrosinistra, ma soprattutto perché, da quanto si intravede finora, mi pare che le linee programmatiche del centrosinistra siano contrarie a qualunque persona abbia a cuore le sorti dell’impresa in Italia».Il primo terreno di scontro individuato da Rossi è quello energetico. Sul nucleare, in particolare, il giudizio è tranchant: «Si vorrebbe tornare indietro sul nucleare, cosa priva di senso comune, mentre è noto quali ostacoli i governi regionali di centrosinistra pongano alle rinnovabili. Non è chiaro come usciremmo dalla situazione attuale con un governo di centrosinistra».Patrimoniale e spesa pubblica spaventano le impreseIl secondo nodo è quello fiscale. Le ipotesi di patrimoniale circolate nel dibattito interno al centrosinistra, insieme a una maggiore progressività, vengono lette da Rossi come un problema strutturale più che come una misura tecnica: «Sembrano voler estendere il ruolo dello Stato nell’economia, con una parte fiscale redistributiva e incentrata su ipotesi variegate di patrimoniale che vanno contro ogni idea di crescita del Paese». A pesare, secondo l’economista, è anche la memoria del debito pubblico: «In quella maggioranza siederebbe il principale responsabile del buco di bilancio creato nel recente passato (Giuseppe Conte; ndr), e verrebbe abbandonata la prudenza che ci ha risparmiato interessi ben più alti sul debito. Non vedo perché chi vuole un Paese che rischia e che cresce dovrebbe apprezzare un programma ideato per chi pensa che il rischio non debba esistere e che solo lo Stato regga l’economia».Perché il consenso generale non riflette questo giudizioSe tra gli imprenditori il centrosinistra arretra, i sondaggi politici generali continuano a darlo in crescita rispetto al centrodestra. Per Rossi la spiegazione sta altrove, ed è quasi un elogio indiretto all’esecutivo: «Sono sorpreso, positivamente, dal fatto che un governo di rigore e disciplina non perda consenso rispetto a quello ottenuto alle elezioni. Proveniamo, infatti, da decenni di cultura opposta». Quanto ai programmi elettorali, l’ambiguità sarebbe la vera cifra: «I programmi tendono sempre ad essere vaghi quanto basta perché tutti possano dire di aver lasciato il segno, ma programmi così, una volta al governo, si sfaldano in fretta: è quanto accaduto spesso al centrosinistra, con governi poco duraturi. Il Paese avrebbe invece bisogno di stabilità e credibilità».Una sinistra che non si è mai riformataRossi fa risalire questa distanza a una mancata evoluzione culturale, non a una parentesi recente: «La mutazione genetica della sinistra italiana risale agli anni Ottanta. Il riformismo degli anni Novanta fu tattico e non divenne mai parte integrante della cultura della sinistra italiana, che non a caso lo rinnega non appena può». Il nodo più profondo, per l’economista, resta quello della crescita: «Non a caso, il centrosinistra non riesce più a declinare le ragioni della crescita».Sulla persistenza delle ricette fiscali, l’analisi si spinge ancora più indietro nel tempo: «Le radici culturali risalgono a cinquant’anni fa, quando fu varata la più grande riforma fiscale del dopoguerra. Ma oggi le politiche redistributive non si attuano con il fisco. La vera redistribuzione, quella che cambia la vita delle persone, si fa con la spesa pubblica, con l’istruzione e con la sanità». Il vero ostacolo, conclude Rossi, sarebbe ideologico: «Ma accettarlo vorrebbe dire ridiscutere l’universalismo caro a sinistra. Mettersi in discussione, ma questo per la sinistra italiana è proprio troppo».Enrico Foscarini, 8 settembre 2026L'articolo Il centrosinistra spaventa le imprese proviene da Nicolaporro.it.