C’è un cortocircuito logico nel dibattito economico italiano che una prospettiva liberale e liberista non può più permettersi di ignorare. Da una parte, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riapre il cantiere della legge di Bilancio dichiarando che “i salari in Italia sono tutt’altro che giusti ed è questa una delle ragioni che spinge i giovani a partire”, proponendo misure come la tassazione agevolata o una flat tax sui premi di produttività per trattenere le forze fresche del Paese. Dall’altra parte, lo stesso esecutivo si trova stritolato dalla morsa di un bilancio pubblico dove la spesa pensionistica continua a fagocitare qualsiasi margine di manovra fiscale.Il contrasto tra la propaganda d’incoraggiamento rivolta agli under 35 e la crudezza dei numeri contabili è impietoso. Promettere incentivi alle startup tecnologiche e qualche sgravio Irpef temporaneo ai lavoratori in entrata è poco più di un pannicello caldo se contestualmente il sistema economico trasferisce una quantità vertiginosa di risorse dal lavoro al riposo, dalle nuove generazioni alla rendita previdenziale.I conti del Dfp e la valanga dell’indicizzazionePer capire la portata del fenomeno basta analizzare i dati contenuti nel Documento di Finanza Pubblica. Nel 2026 la spesa per pensioni sfiorerà i 352,44 miliardi di euro, ma è nel 2027 che il tendenziale toccherà quota 365,91 miliardi di euro, segnando un incremento nominale di oltre tredici miliardi in un solo anno. Una crescita spinta al rialzo dall’effetto trascinamento dell’inflazione che impone la rivalutazione automatica degli assegni e che sola assorbirà una dote finanziaria vicina ai dieci miliardi di euro.I bilanci dell’Inps confermano che l’Italia gestisce oltre 21,25 milioni di prestazioni previdenziali e assistenziali. Anche ammettendo che una quota consistente di questi trasferimenti sia di natura assistenziale o fiscale, la massa critica della spesa previdenziale pura pesa come un macigno sulla competitività della nazione. In un vero mercato libero, la ricchezza prodotta dal lavoro dovrebbe finanziare investimenti produttivi, innovazione e riduzione della pressione fiscale complessiva. In Italia, invece, la crescita del Pil viene sistematicamente ipotecata per coprire l’adeguamento delle pensioni in essere.La proposta della Lega sull’uscita a 64 anniIn questo scenario già precario si inserisce l’ultimo rilancio politico della Lega, esplicitato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon: introduzione della pensione anticipata a 64 anni con venti anni di contributi, estesa anche a chi ricade nel sistema misto. Secondo le stime diffuse dal ministero, la misura costerebbe “1,5 miliardi di euro all’anno” per consentire circa 80mila uscite anticipate in più.Pur prevedendo l’orpello del ricalcolo interamente contributivo dell’assegno e l’utilizzo del Tfr integrativo per raggiungere la soglia minima di assegno richiesta, l’impatto di cassa iniziale resta una scelta politica di redistribuzione al contrario. Stanziare un miliardo e mezzo all’anno per anticipare l’uscita dal mercato del lavoro significa drenare risorse fresche che potrebbero essere destinate all’abbattimento strutturale del cuneo fiscale per chi produce ricchezza. In un Paese a demografia fallimentare, l’idea di spendere denaro pubblico per ridurre l’offerta di lavoro attiva rappresenta l’ennesimo cortocircuito statalista.Tra startup e baby-pensioniInvocare la tutela dei giovani e l’attrazione dei talenti mentre si cercano le coperture per l’ennesima Quota significa prenderci in giro tutti. Il sistema economico italiano soffre di una pressione fiscale sul lavoro intollerabile, dovuta in larga parte al finanziamento del modello previdenziale a ripartizione. Fintanto che ogni margine di bilancio ottenuto con il sacrificio dei contribuenti verrà destinato a “raffreddare” o anticipare i requisiti pensionistici, non ci sarà flat tax giovanile o bonus startup in grado di fermare la fuga dei cervelli.Un approccio autenticamente liberale richiede un bagno di realtà: l’unica vera politica per i giovani è restituire loro il frutto del proprio lavoro, smettendo di usare la leva fiscale per finanziare l’uscita anticipata dal mercato di chi potrebbe ancora contribuire alla crescita del Paese. Tutto il resto è solo cosmesi contabile sulla pelle delle generazioni future.Enrico Foscarini, 10 settembre 2026L'articolo Pensioni, ecco il grande inganno proviene da Nicolaporro.it.