Bruxelles ha finalmente scritto nero su bianco una verità elementare, che la teoria economica conosce da secoli: se le case sono poche rispetto a chi le cerca, i prezzi salgono. È la stessa Commissione, nella proposta di Affordable Housing Act, a riconoscere che “l’insufficienza dell’offerta abitativa resta il fattore strutturale”, un’ammissione che, da sola, dovrebbe indicare la direzione di qualsiasi politica seria sulla casa.Da ciò, seguendo la stessa logica economica, dovrebbe poi conseguire che, se il problema è la scarsità dell’offerta, la risposta è aumentarla. E lo si può fare in un solo modo: rendendo più semplice costruire, recuperare, trasformare, ristrutturare e affittare gli immobili; riducendo tasse, vincoli urbanistici, autorizzazioni e tempi amministrativi; garantendo certezza delle regole a chi investe.Invece, accade paradossalmente il contrario. Individuata correttamente la causa, l’Unione europea, fedele ai dogmi dell’interventismo, non pensa a liberare l’offerta: preferisce costruire l’apparato normativo con cui governarne gli effetti.Cosa prevede il nuovo regolamentoLa proposta, in realtà, non impone direttamente ai governi di vietare affitti brevi o seconde case. Fa qualcosa di più insidioso: costruisce il quadro giuridico entro il quale Stati, Regioni e Comuni potranno limitarli con una più solida copertura europea.L’articolo 5 contempla sia restrizioni agli affitti brevi degli immobili diversi dall’abitazione principale, sia misure che possono colpire l’acquisto o l’uso di terreni e immobili residenziali non destinati a residenza principale. In altri termini, Bruxelles non ordina ancora il divieto: prepara le condizioni perché possa essere introdotto.Non siamo più soltanto davanti ad Airbnb. Si accetta il principio secondo cui il potere pubblico possa stabilire che un determinato uso della proprietà sia socialmente meno desiderabile di un altro e, quindi, comprimerlo. La casa resta tua nel titolo, ma non più interamente nella disponibilità: sull’uso l’amministrazione pretende di avere l’ultima parola.Socialismo abitativoÈ il nuovo volto del dirigismo europeo, che incorpora un autentico socialismo abitativo. Non arriva con il linguaggio scoperto della pianificazione, bensì con soglie, statistiche, criteri di proporzionalità e “aree sotto stress abitativo”.Il lessico cambia, la sostanza no: il potere politico si sostituisce al proprietario nelle scelte sull’uso del bene. Non serve espropriare formalmente la casa, se si può svuotare poco alla volta la libertà di disporne. Ludwig von Mises aveva colto perfettamente questo meccanismo quando osservava che “il mercato è libero solo fino a quando fa esattamente quello che il governo desidera che faccia”.Ed è proprio qui che la contraddizione diventa difficile da nascondere. La Commissione riconosce che il problema strutturale è la scarsità di offerta e, nello stesso tempo, ammette che le restrizioni “non possono affrontare nel lungo periodo le cause strutturali della carenza di abitazioni”. Sa dunque che mancano case e che limitare l’uso di quelle esistenti non ne farà comparire di nuove.Eppure, costruisce proprio il quadro nel quale quelle restrizioni potranno essere adottate. È l’interventismo in fotografia: si individua la causa, si riconosce che un certo rimedio non la cura e si costruisce comunque la procedura per applicarlo. Riemerge così il riflesso tipico del dirigismo: quando il mercato produce un risultato sgradito, il sospetto cade quasi sempre sulla libertà anziché sulle regole che l’hanno compressa.Se le abitazioni mancano, invece di interrogarsi su urbanistica rigida, permessi interminabili, fiscalità e incertezza normativa, si cercano i colpevoli nella seconda casa, nell’affitto breve, nell’investitore, nel proprietario.In definitiva, è una politica della scarsità, non dell’offerta. La costruzione di nuove case passa in secondo piano, mentre cresce la pretesa di governare l’uso di quelle esistenti. La libertà contrattuale arretra davanti al potere dell’amministrazione di stabilire quali impieghi siano più meritevoli di altri. E l’investimento si fa più incerto, perché chi compra oggi sa che domani il potere pubblico potrà cambiare le regole sulla destinazione e sull’uso del bene.Una seconda casa resa più difficile da utilizzare per legge non si trasforma magicamente in un’abitazione a basso prezzo. Il proprietario può venderla, rinviare i lavori, lasciarla vuota o spostare altrove il capitale.Se il rischio regolatorio cresce, una parte degli investimenti seguirà la stessa strada. Il risultato sarà un mercato con meno ristrutturazioni, meno nuove costruzioni e immobili disponibili. Esattamente l’opposto di ciò che servirebbe. Il dirigismo, in sostanza, promette di rendere la casa più accessibile e finisce per indebolire proprio gli incentivi che potrebbero aumentare l’offerta.Falso moderatismoLa logica non cambia neppure quando l’Ue tenta di mostrarsi moderata. Il documento suggerisce infatti, al posto dei divieti assoluti, soluzioni che considera meno invasive, come “misure meno restrittive dei divieti assoluti, come limiti quantitativi”. Ma il problema rimane identico: se un’autorità decide quante abitazioni possano essere acquistate o destinate a un certo uso, non siamo davanti a un mercato più ordinato. Siamo davanti a una pianificazione per quote.La proprietà privata non consiste semplicemente nel figurare come proprietari in un registro. Esiste perché il titolare possa scegliere se abitare un immobile, venderlo, affittarlo, lasciarlo ai figli, utilizzarlo saltuariamente o destinarlo a investimento.Proprietà svuotataLo stesso Mises lo aveva espresso con chiarezza: nell’economia di mercato “la società non dice all’uomo ciò che deve e ciò che non deve fare”. È precisamente questo spazio di decisione individuale che il dirigismo tende a restringere. Se ogni scelta sull’uso del bene viene sottoposta a una valutazione pubblica di opportunità, il titolo rimane, ma l’autonomia del proprietario arretra. E una proprietà progressivamente svuotata della propria autonomia finisce per assomigliare sempre meno a un diritto e sempre più a una concessione del potere pubblico.C’è infine un’ironia tutta europea. La base giuridica scelta è l’articolo 114 del Trattato, relativo al funzionamento del mercato interno. Proprio in nome di questo si costruisce così un sistema che rende più agevole giustificare restrizioni alle sue libertà.Per gli affitti brevi, la proposta elimina inoltre l’obbligo di notifica previsto dalla direttiva servizi. La restrizione diventa tutela del mercato e la rimozione di un controllo procedurale viene presentata come semplificazione. È una specialità di Bruxelles: presentare l’espansione del potere come tutela della concorrenza e l’interferenza sulle scelte individuali come efficienza.L’unica risposta alla crisiLa risposta alla crisi abitativa dovrebbe essere opposta: meno vincoli, meno tasse, più libertà contrattuale, procedure urbanistiche rapide, certezza del diritto e condizioni favorevoli all’investimento. Se mancano case, bisogna fare in modo che convenga costruirle, recuperarle e metterle sul mercato, non stabilire per decreto quale uso delle case esistenti sia socialmente preferibile.L’Affordable Housing Act contiene dunque una contraddizione difficilmente occultabile: riconosce che il problema è la scarsità, ma prepara nuovi strumenti per amministrarla. La scarsità, però, non si supera con regolamenti, quote e divieti. Si supera lasciando che qualcuno abbia interesse a produrre ciò che manca. Le case comprese.L'articolo Nuovo assalto alla casa dai gangster di Bruxelles proviene da Nicolaporro.it.