LONDRA — Dodici Paesi occidentali hanno annunciato ieri restrizioni al commercio con le colonie israeliane in Cisgiordania. Il Regno Unito ha fatto subito il passo più lungo: divieto d’importazione dei prodotti degli insediamenti. Due ore dopo, Israele ha chiuso il consolato britannico a Gerusalemme Est, la rappresentanza di Londra presso i Territori palestinesi.Ma per la maggior parte dei firmatari — Francia, Canada, Spagna, Irlanda, Polonia, Portogallo e i Paesi nordici — quella di ieri è un’intenzione dichiarata, non ancora una legge: il testo congiunto parla di restrizioni nazionali «e/o» europee ai beni degli «insediamenti illegali secondo il diritto internazionale», da definire. Anche i numeri invitano alla misura: l’interscambio tra Regno Unito e Israele vale 6 miliardi di sterline l’anno (8,12 miliardi di dollari) e l’impatto atteso del bando è minimo, riferisce Al Jazeera. E come si distingue un dattero della Valle del Giordano da uno coltivato in Israele? Nessuno, per ora, ha spiegato i criteri.Il pacchetto britannico, annunciato ai Comuni dal ministro degli Esteri Ed Miliband, va comunque oltre il commercio: sanzioni contro aziende e persone che forniscono costruzioni, finanziamenti o servizi immobiliari alle colonie, divieto di pubblicizzare in Gran Bretagna immobili negli insediamenti e una svolta giuridica, perché Londra considera ora illegale l’occupazione dei territori palestinesi. «Oggi ci rifiutiamo di essere spettatori di ulteriori sofferenze e della distruzione della soluzione a due Stati», ha detto Miliband, accusando i «terroristi coloni» di «pulizia etnica» e il governo israeliano di aver «chiuso un occhio».Da Parigi il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha spiegato la fretta: «La Cisgiordania è vicina all’esplosione». E ha aggiunto che «l’Europa deve rispettare lo stesso imperativo». È qui la partita vera: tra i dodici mancano Germania e Italia, e il messaggio dei firmatari è rivolto soprattutto a Bruxelles, dove una misura comune resta bloccata.La ritorsione di GerusalemmeLa risposta israeliana non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha ordinato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est — l’ambasciata a Tel Aviv non è toccata —, ha ritirato i rappresentanti israeliani da un centro di supporto a Gaza e da un programma di addestramento in Cisgiordania e ha vietato l’ingresso nel Paese a dodici politici britannici definiti «antisemiti», secondo la ricostruzione della tv pubblica australiana Abc. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader dell’ultradestra, ha chiesto l’espulsione dell’ambasciatore britannico; critiche a Londra sono arrivate anche dal presidente Isaac Herzog e dall’ambasciatore americano Mike Huckabee.Per capire l’accelerazione bisogna tornare indietro di mesi. In Cisgiordania e a Gerusalemme Est vivono circa 780.000 coloni, in 192 insediamenti e 400 avamposti. A luglio un assalto di coloni alle case palestinesi di Tal, a sud-ovest di Nablus, ha ucciso quattro persone; dal 7 ottobre 2023 i palestinesi uccisi in Cisgiordania sono oltre 1.100. E il governo israeliano ha pubblicato i bandi per il progetto E1, il piano edilizio vicino a Gerusalemme che spezzerebbe in due la Cisgiordania: la dichiarazione dei dodici lo definisce «inaccettabile».Qualcuno è già più avanti. I Paesi Bassi hanno un divieto nazionale di importazione e vendita in vigore dal 22 settembre, la Norvegia ha una legge in consultazione pubblica, Irlanda, Spagna e Belgio hanno adottato prime misure. L’Australia invece si sfila: nessun bando «per ora», ha detto in parlamento la ministra degli Esteri Penny Wong.Resta il limite di fondo. L’economia delle colonie è soprattutto agricola — datteri, avocado, erbe aromatiche — e secondo un rapporto della società di analisi Global Echo oltre il 17 per cento delle spedizioni agricole esaminate verso l’Europa conteneva prodotti degli insediamenti. Ma i divieti annunciati non fermano né i bulldozer di E1 né la violenza dei coloni. E i mercati più grandi, dagli Stati Uniti alla Germania, restano aperti.