La politica marittima italiana procede con regolarità lungo le linee di azione del Piano del mare del 2023, già approvato nella sua seconda versione per il triennio 2023-2026. Gli spazi di giurisdizione marittima extraterritoriale del Paese sono stati tracciati con l’istituzione di aree provvisorie della Zona economica esclusiva (Zee) e con la creazione della Zona contigua. In questi spazi il Piano stabilisce che “La produzione nazionale di idrocarburi, in particolare di gas, riveste rilevanza strategica quale leva per rafforzare la sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dall’estero…”.In parallelo si chiarisce che le fonti di energia rinnovabile provenienti dal mare costituiscono un punto di forza del sistema energetico e industriale nazionale. L’eolico d’altura, in particolare quello galleggiante (Floating Offshore), rappresenta perciò “un pilastro della transizione ecologica e della politica marittima integrata dell’Italia”. Dipendente energeticamente dall’estero per petrolio, gas ed elettricità dal nucleare, in difficoltà per la chiusura di Hormuz e dei flussi di gas provenienti dal Qatar, il nostro Paese ha scoperto con le crisi in atto (ma il costo del greggio era già quadruplicato nel 1973 durante la guerra tra Egitto ed Israele) la sua fragilità energetica. Naturale quindi che, oltre ad incrementare i flussi di gas da Algeria, Libia e Tap, si voglia sviluppare una filiera nazionale per affrontare futuri possibili shock.Sono note le remore ecologiste che qualche tempo fa hanno indotto i Governi in carica a ridurre la produzione di idrocarburi da giacimenti marini che aveva raggiunto fino ai primi anni Duemila valori significativi. Le attività estrattive sono oggi a livelli estremamente ridotti. M produrre qualche quantitativo in più di petrolio o gas (incrementando anche la nostra capacità di raffinazione) darebbe ossigeno all’economia nazionale, come con chiarezza va dicendo il presidente di Nomisma, Davide Tabarelli.Nessuna controindicazione dovrebbe invece esserci per la creazione di capacità di produzione elettrica da eolico offshore. Anche perché è questa la via scelta con decisione da Gran Bretagna, Danimarca, Germania e Spagna per avere elettricità green a costi contenuti. Da noi un unico impianto di ridotte dimensioni è stato installato nel 2022 nelle acque del porto di Taranto. Da allora numerosi progetti sono stati presentati al Ministero dell’ ambiente e sicurezza energetica (Mase) per parchi eolici al largo delle coste dell’Adriatico, del Tirreno, del Canale di Sicilia e della Sardegna. Il loro iter -costellato da stringenti e lunghe procedure di valutazione- non si è ancora concluso, nonostante i Trasporti abbiano completata la Pianificazione dello spazio marino (PSM) riportante l’indicazione delle aree da destinare a tutti gli usi civili del mare.Cosa manca dunque per rendere effettivi i propositi di dotare il Paese di autonome capacità energetiche rinnovabili mettendolo al passo con le economie più progredite dell’Europa e alleviando la zavorra della bolletta elettrica che pesa su famiglie e imprese? In teoria nulla, se non la volontà politica di farlo. In realtà occorrerebbe forse emanare un quadro regolatoria certo, con una disciplina legislativa dello sfruttamento delle rinnovabili nella nostra Zee, in aderenza alla Convenzione Unclos del diritto del mare. Da non sottovalutare però il fattore gray zones: le aree di sovrapposizione della nostra potenziale Zee (e sottostante Piattaforma continentale) con vicini come Algeria e Malta possono scoraggiare gli investitori nell’eolico, a meno di concludere accordi di delimitazione o intese provvisorie dedicate allo sfruttamento congiunto.Insomma, prima che la legislatura finisca il Governo dovrebbe presentare un ddl sulla regolamentazione dello sfruttamento delle rinnovabili nella Zee. Ma intanto il Mase ha la possibilità di concludere l’iter autorizzatorio di certi impianti offshore, almeno di quelli da installare nelle acque meno profonde dell’Adriatico, applicando estensivamente la normativa sulla Piattaforma continentale italiana.