HONG KONG — Una candela accesa ogni 4 giugno, uno slogan — «porre fine alla dittatura del partito unico» — e un’associazione che per trent’anni ha tenuto viva la memoria del massacro di piazza Tiananmen. Sono questi gli elementi del fascicolo su cui venerdì mattina, nel palazzo di giustizia di West Kowloon, un collegio di tre giudici designati per i processi di sicurezza nazionale — senza giuria — ha costruito la sentenza, riferisce Reuters: 7 anni e 3 mesi all’avvocata Chow Hang-tung, 7 anni al sindacalista Lee Cheuk-yan, 5 anni e 2 mesi all’avvocato Albert Ho. Il reato: «incitamento alla sovversione del potere statale».I tre erano i vertici dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti patriottici democratici della Cina, l’organizzazione che dal 1990 al 2019 ha riunito a Victoria Park decine di migliaia di persone nell’unica grande commemorazione pubblica del 4 giugno 1989 su suolo cinese. L’Alleanza, sciolta nel settembre 2021 e anch’essa imputata, è stata multata di 1,5 milioni di dollari di Hong Kong, circa 191 mila dollari americani.I personaggi, uno a uno. Chow, 41 anni, laureata in scienze a Cambridge e poi avvocata dei diritti del lavoro, si è difesa da sola per tutto il processo; in carcere dal settembre 2021, ha scritto di essere condotta in aula con manette e catene alla vita e alle caviglie, «come un cane». Lee, 69 anni, sindacalista storico ed ex deputato, è detenuto dalla stessa data. Ho, 74 anni, ex presidente del Partito democratico — sciolto a fine 2025 —, ha ammesso la colpa all’apertura del processo in gennaio e ha ottenuto la pena più mite.Ma è il dispositivo a contenere i punti che non tornano. I giudici riconoscono che non ci fu violenza né minaccia di violenza, e che gli imputati non indicarono «mezzi concreti né un calendario» per porre fine al monopartitismo; eppure giudicano il reato «di natura grave» e li collocano nella fascia più alta di pena, che per questa fattispecie arriva a 10 anni. Come si passa da una candela alla fascia massima? Con la Costituzione cinese: l’accusa ha richiamato l’articolo 1, quello che sancisce il primato del Partito comunista, e il collegio ha respinto la tesi della buona fede, stabilendo che i vertici dell’Alleanza «hanno sempre nutrito ostilità» verso Pechino.Victoria Park, la memoria vietataLa veglia era stata vietata nel 2020, ufficialmente per la pandemia, e mai più autorizzata: oggi il prato di Victoria Park, nei giorni dell’anniversario, ospita una fiera di gruppi filo-Pechino. La legge sulla sicurezza nazionale, imposta da Pechino nel giugno 2020 dopo le proteste dell’anno prima, ha già portato in cella l’ex magnate dei media Jimmy Lai. Ad agosto, alla lettura del verdetto, la polizia non aveva ammesso in fila un ex dirigente dell’Alleanza: portava segnalibri con la scritta «riabilitare il 4 giugno».Le reazioni sono arrivate in poche ore. Amnesty International parla di «triplice tragedia» e chiede il rilascio immediato di Chow e Lee, prigionieri di coscienza tenuti per anni in custodia cautelare. Il Foreign Office britannico aveva già avvertito che trattare da minaccia i «pacifici atti di memoria» mina la Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984. L’ufficio degli Esteri cinese in città replica che nessuno può delinquere «con il pretesto della libertà di parola».Il messaggio, del resto, non è per i tre imputati, che in cella c’erano già: è per la città, avvertita che anche ricordare è sovversione. Chow, che sostiene di non meritare «neppure un giorno» di carcere, ha affidato la sua replica a una frase: «La giustizia vive nel cuore delle persone». La moglie di Lee, Elizabeth Tang, ha detto all’Associated Press che i giudici «non hanno considerato le tesi dei nostri avvocati». L’appello, ora, è l’ultima porta rimasta.