Da Hormuz a Bab al-Mandab, la seconda linea Houthi. L’analisi di Caruso

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Preso isolatamente, l’evento potrebbe leggersi come l’ennesimo capitolo di un conflitto locale che dura da oltre un decennio. Inserito nel contesto più ampio della guerra in corso tra Stati Uniti/Israele e Iran, e della chiusura dello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio scorso, la lettura cambia sensibilmente.Il vuoto lasciato da Riyadh e Abu DhabiVa innanzitutto notato che l’offensiva Houthi arriva in un momento di indebolimento strutturale del fronte anti-Houthi. A fine dicembre 2025 un attrito aperto tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti — Riyadh ha colpito un carico di armi emiratino diretto alle milizie del Southern transitional council, accusando Abu Dhabi di muoversi fuori dal coordinamento della coalizione — ha portato al ritiro delle forze emiratine dal sud dello Yemen e, il 9 gennaio 2026, allo scioglimento formale dell’Stc. L’Arabia Saudita si trova oggi a gestire da sola un fronte più esteso, in un momento in cui le sue priorità e le sue risorse sono assorbite altrove. È un vuoto che diversi analisti regionali indicano come favorevole tanto agli Houthi quanto ad al-Qaeda nella Penisola Arabica.Un secondo chokepoint per un’unica strategiaIl collegamento con Hormuz non è solo cronologico. Dalla chiusura dello stretto, l’Arabia Saudita ha reindirizzato quote rilevanti delle proprie esportazioni petrolifere attraverso l’oleodotto East-West fino al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso, bypassando di fatto la strozzatura del Golfo Persico. È una soluzione che ha permesso a Riyadh di continuare, ancorche’ in quantitativi più limitati,  a rifornire i mercati nonostante la guerra in corso — e che gli Houthi, sponsorizzati e armati dall’Iran, hanno iniziato a colpire direttamente. Già a luglio hanno dichiarato un blocco navale contro le esportazioni saudite attraverso Bab al-Mandab, costringendo già allora alcune petroliere in transito da Yanbu a invertire la rotta.L’avanzata territoriale di settembre — la conquista delle città costiere e delle isole che dominano lo stretto — sembra il tentativo di trasformare quella minaccia dichiarata in capacità effettiva e permanente: presidiare fisicamente le sponde di Bab al-Mandab consente attacchi di precisione contro il traffico mercantile, invece di operazioni sporadiche condotte da più lontano.La logica, in altre parole, non è aprire un fronte alternativo a Hormuz, ma chiudere la valvola di sfogo che Hormuz stesso aveva reso necessaria. Le due strozzature — quella del Golfo, presidiata direttamente dall’Irgc, e quella del Mar Rosso, presidiata per procura dagli Houthi — funzionano come un sistema unico di pressione sui mercati energetici e, indirettamente, su Riyadh.Il limite geografico, non politicoUn punto merita di essere chiarito, perché spesso trascurato: bloccare Bab al-Mandab non equivale a bloccare l’intera esportazione petrolifera saudita. Il greggio che raggiunge Yanbu può proseguire verso nord, attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, fino al Mediterraneo e ai mercati europei — una rotta che non richiede mai il transito dallo stretto meridionale e che resta, quindi, fuori dalla portata operativa degli Houthi. Ciò che viene effettivamente compromesso sono le esportazioni dirette verso l’Oceano Indiano e i mercati asiatici, che rappresentano peraltro la quota maggioritaria della domanda petrolifera saudita, e che in caso di blocco dovrebbero circumnavigare l’Africa via Capo di Buona Speranza, con costi e tempi di trasporto molto più elevati.Non si tratta di moderazione politica: gli Houthi hanno più volte dichiarato l’intenzione di colpire l’insieme del traffico legato a Riyadh, e già nel 2018 avevano tentato azioni dirette contro l’imbocco di Suez con natanti esplosivi telecomandati. Il limite è tecnico — raggio operativo dei loro sistemi d’arma, mancanza di basi di lancio in prossimità dell’Egitto — non di intenzione.Le missioni internazionali e la finestra che si restringeSul piano della risposta internazionale, restano attive l’operazione europea Aspides (mandato difensivo, esteso fino al febbraio 2027, con l’Alta Rappresentante Kallas che a luglio ha evocato una possibile espansione proprio per il rischio Bab al-Mandab) e le operazioni a guida statunitense e britannica, più orientate — soprattutto nel contesto della guerra in corso con l’Iran — verso una postura offensiva contro le postazioni Houthi a terra. Ma la capacità di queste missioni di impedire un consolidamento territoriale sulla costa yemenita è per definizione limitata: sono missioni navali, non hanno mandato né strumenti per un intervento di terra a sostegno delle forze del Plc.Una finestra strategica, non un episodio isolatoIl quadro complessivo suggerisce che l’avanzata Houthi di settembre non vada letta come un capitolo a sé della guerra civile yemenita, ma come componente di una strategia iraniana più ampia, resa possibile da tre fattori concomitanti: l’indebolimento del fronte saudita dopo la rottura con Abu Dhabi, la necessità di Teheran di colpire anche le rotte alternative aperte da Riyadh dopo la chiusura di Hormuz, e un contesto internazionale — la guerra Usa-Israele-Iran — che assorbe attenzione e risorse occidentali altrove. Se questa lettura è corretta, il consolidamento Houthi sulla costa yemenita andrebbe monitorato non come una notizia regionale, ma come un indicatore anticipatore delle prossime mosse sul tavolo energetico globale.