“Non fosse stato per Marco sarei rimasta a fare la maestra elementare a Bra”. “Io i tumori ce li ho. Due. Emma non lo so”. Fra queste due uscite scorre un’epoca. Bonino e Pannella, i ragazzi terribili degli anni Settanta, erano cambiati, invecchiati, ammalati, si erano lasciati in un turbine di accuse, sospetti, ripicche, vanità, come era di regola in quella setta di primedonne che fu il Partito Radicale. Con il caro leader, mahatma, padre padrone, toro seduto, ayatollah che, alla bisogna, li faceva fuori uno via l’altro non tollerando riflessi, solo satelliti. Anche lei si era fatta ingombrante e aveva ricevuto la sua fatwa.Ma a differenza di altri non si era rassegnata alla damnatio memoriae, aveva saputo emanciparsi restando se stessa o almeno facendolo credere, lanciata verso conquiste molto più redditizie del vecchio casinismo autolesionista radicale. Emma Bonino se ne va a meno di 80 anni logorata dalla passione politica, quella che brucia più del sesso, più del lavoro, è passione che le ricomprende tutte: per il potere, per i riflettori, per gli affari, per la vita e per la morte, nella convinzione, crescente, paranoica, di dover essere la salvezza del mondo.Sempre “après moi le deluge”, ma finché esisto, il mondo sono io. Voleva fortissimamente diventare presidente della Repubblica ed era disposta a vender l’anima a qualunque diavolo per riuscirci. Non ce l’ha fatta malgrado le trovate del bel tempo che fu, tipo lanciarsi col paracadute, sempre condite di quel vittimismo aggressivo, incombente.Di Emma, come la chiamavano tutti, seguaci e detrattori, parassiti e servitori, resta un ricordo romantico e diremmo non pienamente meritato: certo, da ragazzina esile e dura come un nettapipe incarnava, si fa per dire, una stagione di lotte e di passioni a lungo condivise da moltissimi: aborti, divorzi, diritti civili, difese non precisate della Costituzione, altro vecchio vizio di tutti i politici in carriera, digiuni e bavagli vittimistici; diciamo che insieme a Pannella sapeva come rendere la politica meno ingessata, più eccitante, stimolante in quella capacità di far sentire dalla parte giusta, infallibilmente, indubitabilmente, quelli che la seguivano. Anche più divertente, con tutte quelle mattane che anticipavano la politica pop per non dire cialtrona: legarsi, digiunare, andare in Rai vestiti da fantasmi, solo Alighiero Noschese riusciva a ricondurre il pannellismo alle sue esatte proporzioni anche farsesche.Dietro però c’erano le ombre, c’erano situazioni discutibili o anche mostruose come quegli undicimila aborti praticati con la pompa di bicicletta in nome dell’autodeterminazione delle donne. C’erano gli opportunismi virtuosi, i tatticismi secondi a nessuno, c’erano le oscillazioni costanti, a pendolo, da sinistra a destra e di nuovo a sinistra, una volta coi comunisti, un’altra con Berlusconi – Pannella era bravissimo a chiagnere e incassare, lei non era da meno; c’era il populismo di stampo anarcoide e libertario da inserire nel dirigismo burocratico bruxellese.E c’erano i finanziamenti da tutte la parti, dal finanziere Soros, quello che con una speculazione mirata mise in ginocchio lira e sterlina, e che si era messo in testa di distruggere l’occidente col veleno delle migrazioni, delle invasioni. Ma “Emma” non aveva problemi, lo abbracciava dal palco, lo ringraziava platealmente, come a dire: voi non siete migliori di me, voi avete i vostri canali come me, solo che li nascondete, io invece non mi vergogno.Emma non si vergognava di niente, la coerenza era interna, era in re ipsa, come dicono tutti quelli che non ce l’hanno, che sono sfacciati. Lei campava di rendita sul capitale politico e ideale, ma più che altro romantico, di un’epoca in cui tutto pareva da abbattere e tutto pareva possibile. Nessuno più professionista della politica, nessuno più incallito e più rotto a tutte le malizie, nessuno più dentro al sistema, a tutti i sistemi e gli antisistemi, ministro, commissario europeo, ancora ministro, diplomatica di fatto, faccendiera, tramite di tutto e con tutti (e Pannella si macerava), ma lei era bravissima a difendere il personaggio del Gian Burrasca, della scheggia impazzita contro tutto e tutti, anche a decenni di distanza.Anche quando non c’era più. Coi turbanti evocativi, con la retorica sempre più vuota, perché passatista, memore di quella stagione più mitizzata che mitica. Il colmo fu quando andò a visitarla Bergoglio, un altro che te lo raccomando, lei sofferente di uno dei suoi troppi malanni e il pontefice che la paragona al predecessore “buono”, a papa Giovanni: lì si ebbe l’esplosione della follia, di quella blasfemia demenziale che fece pensare a molti cattolici: ma chi ci siamo messi in Vaticano, allora? L’anticristo di Milton, quello di Byron o semplicemente quello pop di Marina Abramovic? Ma come: la vecchia bestemmiatrice incallita, l’eretica anticlericale, la profetessa dell’aborto sfrenato, che piglia il te col Papa e ne viene santificata?Fu l’ultimo colpo di teatro, magistrale: i giornali di sinistra andavano in solluchero anche se Emma di sinistra non aveva più niente, da lunghi anni, come forse non aveva mai avuto davvero. Magari le faranno i funerali di Stato, ancora una volta senza capire perché e senza spiegarlo: così, per autoreferenzialità di un sistema, in nome di un tempo andato che tutti rimpiangono anche se non era granché neanche quello. Il fatto è che Bonino se ne va lasciando un vuoto, discutibile, ingannevole, ma bruciante: quello della passione, l’impressione del politico che si brucia al fuoco della sua convinzione, che è nato per fare quello e muore facendo quello.Leggi anche: È morta Emma BoninoNon è vero, non è mai stato vero e Emma Bonino è stata l’antesignana di tutti gli influencer, però nella vita ci vuole fortuna e ci vuole pure saperla cavalcare: di lei non resta la controversa avventura di Nessuno tocchi Caino che imbarcava ex terroristi da sinistra a destra, da Sergio d’Elia alla coppia Mambro – Fioravanti, i sanguinari neofascisti che finivano a farle da galoppini elettorali, nel segno di un perdonismo molto laico, molto cattolico, completamente utilitaristico (“Nessuno tocchi Caino: a Abele je pisciamo in culo”, come sintetizza un mio amico romanesco); restano le agiografie vaporose, teneramente bugiarde, pronte già da dieci anni e finalmente esplose: “una politica capace di tenere insieme idealismo e realismo operativo”, “una vita al servizio dei diritti e della democrazia”.Non è proprio così, ma è quello che resta e la storia la fanno i vincenti anche quando muoiono, anzi soprattutto da postumi. La maestrina mancata di Bra la sua vita l’ha vissuta e l’ha vinta ed è inutile star lì a farle le pulci se perfino Napoleone e Giulio Cesare, dittatori, imperatori dalle mille guerre, passano in fama di leggenda cui tutto si perdona e di cui tutto, confortevolmente, si dimentica.Max Del Papa, 11 settembre 2026L'articolo Ragazza terribile, icona intoccabile. Addio alla Bonino che abbracciava Soros proviene da Nicolaporro.it.