Il governo britannico ha varato oggi una nuova Strategia spaziale nazionale, un piano da 7,8 miliardi di sterline fino al 2030 che, per la prima volta, mette sotto un’unica regia gli investimenti civili e militari di Londra nello spazio. A presentarla sono stati il ministro per gli Affari, l’Innovazione e il Commercio, Jonathan Reynolds, e il ministro della Difesa, Wes Streeting, in un documento che sostituisce integralmente la precedente strategia del 2021 e che il governo colloca esplicitamente dentro la più ampia Modern Industrial Strategy per la reindustrializzazione del Paese.Il nodo centrale del piano è la difesa. All’interno di esso, Londra riconosce lo spazio come un dominio conteso, dove la protezione dei satelliti e delle infrastrutture orbitali è diventata parte integrante della sicurezza nazionale al pari della terra, del mare e del cyberspazio. Per questo il governo intende procedere verso la costruzione di un sistema satellitare nazionale, pensato per garantire le comunicazioni delle Forze armate e per ridurre la dipendenza dalle infrastrutture straniere.I numeri Un pacchetto di 880 milioni di sterline è destinato al rafforzamento delle capacità di controllo spaziale e di intelligence, sorveglianza e ricognizione, con tecnologie in grado di monitorare attività militari a terra e potenziali minacce ai satelliti in orbita. Altri 2,8 miliardi andranno a rafforzare la connettività, attraverso i programmi Connectivity in Low earth orbit e Skynet, il sistema di comunicazioni militari su cui Londra fa affidamento già da decenni. A questo si aggiungono 149 milioni per la missione Vigil dell’Agenzia spaziale europea e 85 milioni per il National space operations centre, entrambi dedicati alla Space domain awareness, ossia il monitoraggio di satelliti, detriti e attività in orbita.Non manca poi la componente industriale e commerciale. Quaranta milioni di sterline saranno destinati alle tecnologie di in-orbit servicing, che permettono di riparare satelliti danneggiati da detriti o interferenze senza doverli sostituire, mentre 148 milioni finanzieranno i programmi europei di lancio e 30 milioni andranno allo spazioporto di SaxaVord, nelle Shetland, per consentire lanci autonomi dal territorio britannico. Il governo ha inoltre stanziato 163 milioni per le missioni scientifiche, tra cui il rover marziano Rosalind Franklin costruito a Stevenage.Regolamentazione e dipendenze strategicheAccanto agli investimenti, Londra ha annunciato una riforma della regolazione spaziale che introduce, tra le altre misure, un sistema di responsabilità variabile per gli operatori orbitali e l’esenzione dalla responsabilità civile per le missioni di servizio in orbita lanciate entro il 2030, con l’obiettivo di attrarre investimenti privati e rafforzare Londra come piazza assicurativa per il settore spaziale, un ruolo che la City rivendica da tempo.Il settore spaziale britannico oggi cuba 18,6 miliardi di sterline e oltre 55mila posti di lavoro qualificati. La scelta di accentrare per la prima volta gli acquisti tecnologici del governo, a partire dalle comunicazioni satellitari, va letta nell’ottica di rafforzare le catene di fornitura nazionali per ridurre l’esposizione a fornitori esteri, percepita a Whitehall come una vulnerabilità strategica crescente. Nello spazio, in ordine sparsoSe in passato lo spazio è stato uno strumento privilegiato per la cooperazione internazionale (come testimoniato dalle attività sulla Stazione spaziale internazionale, che non hanno risentito della rottura diplomatica occidentale con la Russia), oggi la situazione sta cambiando rapidamente. Sempre più Paesi stanno puntando sullo sviluppo di capacità nazionali autonome, più costose da tirare in piedi e mantenere in autonomia, ma più affidabili sul piano della sicurezza. L’importanza dei servizi spaziali, d’altronde, rende ormai la loro disponibilità e protezione delle questioni di sicurezza nazionale, dalla navigazione satellitare alla connettività. Tuttavia, la ricerca di indipendenza di Londra non si limita al segmento downstream (i servizi “verso il basso” che i satelliti rendono possibili) ma abbraccia anche quello upstream (la capacità di raggiungere lo spazio, “verso l’alto”), come attestato dallo stanziamento per lo spazioporto nelle Shetland. Il passo successivo – praticamente obbligato – è lo sviluppo di un lanciatore nazionale ma, dato il fallimento lo scorso ottobre di Orbex, ad essere rimasta in gara è solo Skyrora, la quale punta adesso a ottenere la licenza per condurre voli orbitali. Mosse che ricordano da vicino quelle di Berlino, Parigi, Madrid, Nuova Delhi e Tokyo, ognuna delle quali impegnata, seppur in ordine sparso, a costruirsi una sua autonomia nel dominio spaziale.